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Dimmi chi saluti e ti dirò chi sei

LETTERA APERTA AL VESCOVO DI VERONA

 

A mons. Giuseppe Zenti,

Vescovo di Verona

 

Mi dispiace, ma La devo smentire.

Leggo su L'Arena che Lei porterà il saluto al Congresso Mondiale delle Famiglie.  Ovviamente come cittadino, e come autorità religiosa, Lei è liberissimo di partecipare a qualsiasi iniziativa ritenga, e portare il Suo saluto a chicchessia. È comunque un atteggiamento di buona educazione e di gentilezza che non guasta mai, purché ognuno sia cosciente delle ricadute anche pubbliche delle proprie scelte.

Tuttavia Le devo far rilevare che in altre simili occasioni Lei si è comportato diversamente.

Il 25 aprile del 2014 La invitammo alla manifestazione "Arena per la pace ed il disarmo", che organizzammo nella nostra città riempiendo l'anfiteatro con 15.000 persone che chiedevano politiche per la Difesa civile non armata e nonviolenta. Intervennero padre Alex Zanotelli e don Ciotti. Ci arrivò il saluto del Segretario di Stato Vaticano, cardinale Parolin, ma non arrivò nessun segnale dalla curia di Verona, e non arrivò il saluto del Vescovo di Verona, seppur richiesto.

Il 3 ottobre del 2015 organizzammo alla Gran Guardia, insieme ai missionari comboniani, un Simposio sulla Enciclica Laudato sì, per un approfondimento delle tematiche ecologiche e ambientaliste. Intervenne la coordinatrice delle teologhe italiane e un monaco dei padri Ricostruttori, ma anche in questa occasione nessun segnale dalla curia e nessun saluto del Vescovo di Verona, seppur richiesto.

Sono solo due episodi. Molti altri ne potrei citare, negli ultimi dieci anni, quando abbiamo sempre cercato il dialogo, senza mai trovare riscontro. Due pesi e due misure? Giudichi Lei, noi un'idea ce la siamo fatta. Ognuno sceglie i propri interlocutori. Non dica, però, che Lei è ugualmente aperto al confronto con tutti. Con noi questo dialogo non è mai avvenuto.

 Cordiali saluti, 

 Mao Valpiana - presidente del Movimento Nonviolento



Verona, città cortese e solidale

ECHI DELLA MARCIA CONTRO IL RAZZISMO

Verona,  città accogliente e "cortese": nei secoli passati questa è stata l'immagine della nostra città nel mondo, a partire dall'ospitalità data al poeta Dante Alighieri esiliato dalla sua città nel Trecento. L'ha ricordato ai molti presenti  il regista e attore teatrale Alessandro Anderloni nel breve intervento in piazza Bra al termine della manifestazione contro il razzismo di sabato 23 marzo organizzata da più di 70 associazioni cittadine riunite sotto il cartello denominato "Nella mia città nessuno è straniero".

Un sole quasi estivo ha accompagnato la pacifica "invasione" di più di duemila persone in marcia dal piazzale della stazione di Verona Porta Nuova a Piazza Bra: una folla variopinta, multietnica, a formare un corteo festante e colorato. Un bel ritrovarsi fra persone che per le vicende della vita da tempo non si aveva più avuto modo di incrociare. Erano in tanti a salutarsi con  un "ciao, ciao, anche tu qui?". Ne è risultato un volto di città molto lontano da quello che i giornali e tivvù locali e nazionali fanno passare di  Verona descrivendola come città dagli orizzonti chiusi e rivolta a guardarsi l'ombelico.

Fra i tanti cartelloni disseminati lungo il serpentone di gente di ogni età colpiva in particolare uno che riprendendo un passo di uno dei libri della Bibbia, il Levitico, diceva: "Tratterete lo straniero che abita tra voi come chi è nato tra voi; tu l'amerai come te stesso, poiché anche voi foste stranieri nel paese d'Egitto".

Era importante essere presente alla manifestazione di sabato 23 marzo anche perché, come diceva l'appello lanciato dagli organizzatori della marcia,  "molte delle nostre città sono divenute in pochi anni simboli eloquenti di cittadelle chiuse, arroccate su se stesse, sulla difensiva, che erigono muri per difendersi da chissà quali pericoli ed invasioni, mentre  l'immigrazione può diventare l'occasione di una crescita comune, può offrire la possibilità di rendere la città più vivibile e abitabile per tutti, ricca in civiltà e bella proprio perché composita nelle varie culture".

Gianni Giuliari - Redattore di Gerico.Info

Nella mia città NESSUNO è straniero

MARCIA PER UNA CITTA' APERTA E SOLIDALE

 

Noi qui riuniti non vogliamo mai più vedere porte e porti chiusi per chi cerca una vita migliore. Nuovi e vecchi veronesi, donne e uomini, giovani e anziani, vogliamo una città aperta e solidale.

Molte delle nostre città sono divenute in pochi anni simboli eloquenti di cittadelle chiuse, arroccate su se stesse, sulla difensiva, che erigono muri per difendersi da chissà quali pericoli ed invasioni.
È' urgente invertire la tendenza. Se davvero vogliamo cambiare la politica e sperare in un futuro capace di accogliere tutti, dobbiamo iniziare dalle nostre città.

L'apertura nella politica deriva dall'apertura del nostro animo. Vogliamo aprirci al mondo, a partire dai luoghi dove viviamo. La città è il luogo del nostro agire.

#PassaPorti è il nostro slogan per dire che le persone che scappano da povertà, conflitti, persecuzioni, mancanza di opportunità, devono poter trovare in Europa, in Italia e a Verona condizioni di vita dignitose.

Il passaporto costituisce oggi la prima forma di disuguaglianza: i cittadini di alcuni paesi godono del diritto di spostarsi liberamente sul pianeta, gli basta avere il denaro per comprare un biglietto; diversamente, i cittadini dei paesi poveri che vogliono lasciare il proprio paese per migliorare le condizioni di vita, trovano frontiere chiuse e per questo sono costretti ad affrontare viaggi drammatici e rischiosi, spesso mettendo a rischio la loro stessa vita.

Per tutti, da qualsiasi paese si provenga, sono necessarie politiche ragionevoli e di buon senso che prevedano canali di ingresso regolari e controllati, per mettere fine a questo disastro umanitario.

Sono leggi sbagliate che creano i "clandestini"; sono politiche crudeli che costringono persone a mettersi nelle mani dei trafficanti; sono provvedimenti scellerati che negano i diritti fondamentali. Un decreto governativo può significare vita o morte, come nelle arene si decretava con il pollice la condanna o la salvezza dei gladiatori.

Il razzismo è una brutta bestia e sta rinascendo in giro per l’Europa, in forme aperte o sottili, ma sempre pericolose e qualche volta subdole. Riguarda storicamente alcune categorie di persone, come “ebrei” o "zingari", ma in generale oggi si concentra sugli immigrati stranieri, soprattutto se poveri. Ne sono testimonianza troppi episodi a volte anche sanguinosi di violenza razzista che colpiscono con parole e con armi persone di pelle, lingua o religione diverse.

Il desiderio di salvaguardare dimensioni politiche e culturali nazionali - pur legittimo - non deve spingere alla discriminazione dei cittadini stranieri. Espressioni come l’Europa agli europei, l’Italia agli italiani, il Veneto ai veneti o Verona ai veronesi è discriminatorio dei cittadini che di fatto abitano questi territori. È contro la Costituzione e anche il buon senso. La discriminazione è sempre foriera di sofferenze e violenze.

Attrezzarsi ad un futuro multi-etnico, multi-culturale e multi-religioso è dunque una necessità e un atto di buon senso. Piaccia o non piaccia. Siamo tutti invitati a prendere coscienza che una società equa, solidale e sicura deve sviluppare una cultura della convivenza.

Finché la nostra civiltà industrializzata, consumistica, competitiva imporrà a tutti i popoli la sua legge del profitto e dell’espansione, sarà inevitabile che gli squilibri da essa indotti sull’intero pianeta spingeranno milioni e miliardi di persone a cercare la loro fortuna “a casa nostra”, dopo che abbiamo reso invivibile “casa loro”. Non c'è da meravigliarsi se in tanti seguono le loro materie prime e le loro ricchezze che navi, aerei ed oleodotti dirottano dal loro mondo verso il nostro.

Nonostante la storia vada in direzione diversa, siamo ancora poco abituati all’idea che la multiformità etnica e culturale di una società, di una città, di una regione, possa essere una ricchezza anziché una condanna.

Solo la positiva costruzione di una cultura della convivenza (e quindi della reciproca conoscenza e stima, senza per questo annullare culture differenti o altre diversità) può offrire un’alternativa alla crescita del razzismo.

Le differenze culturali dovute all’immigrazione o alla presenza di minoranze, se non gestite adeguatamente, possono minare il senso civico e l’identità di una comunità, indebolendo la capacità delle città di rispondere alle sfide, adattarsi al cambiamento, attrarre investimenti e svilupparsi.
Al contrario, se gestita bene nel rispetto della dichiarazione Universale dei diritti dell'uomo e delle leggi vigenti, l'immigrazione può diventare l'occasione di una crescita comune, può offrire la possibilità di rendere la città più vivibile e abitabile per tutti, ricca in civiltà e bella proprio perché composita nelle varie culture.

Le città possono governare la diversità e possono addirittura trarre un enorme beneficio dal contributo potenziale che gli immigrati e le minoranze sono in grado di offrire in materia di imprenditorialità e di innovazione.

Lo Statuto comunale della nostra città proclama il principio di favorire "l'integrazione sociale degli immigrati che risiedono o lavorano a Verona, garantendo il rispetto della loro cultura e dei loro diritti ed assicurando ad essi la fruizione dei servizi sociali, con i medesimi obblighi dei cittadini italiani".

Dai nostri rappresentanti istituzionali, a tutti i livelli, ci aspettiamo dunque:

- una chiara presa di posizione sulla pari dignità di ogni persona, contro ogni forma di esclusione e discriminazione;

- la valorizzazione delle esperienze positive di integrazione proprie della grande maggioranza degli immigrati a Verona;

-l'elaborazione e la deliberazione di un progetto globale di interventi per i servizi di prima accoglienza, la casa, la sanità, il lavoro, l'istruzione;

Il cammino è lungo e faticoso, ma noi ci impegniamo a testimoniare l'etica della responsabilità e a sviluppare il fare creativo ispirato alla nonviolenza. Gesti personali di amicizia, di solidarietà, di convivenza, di accoglienza, di reciproca conoscenza e valorizzazione, possono contribuire a creare esperienze vive e contagiose di un modo nuovo di vivere nella nostra città.

Inoltre vogliamo costituire insieme ad altre città, una rete di città italiane interculturali al fine di appoggiare e realizzare nei rispettivi territori i principi del programma delle città Interculturali del Consiglio d’Europa e dell’Unione Europea, con i seguenti obiettivi:

- promuovere tra i cittadini un’azione di sensibilizzazione ai valori positivi della diversità culturale intesa come una risorsa e non come una minaccia;

- sviluppare strumenti e pratiche atti a favorire l’incontro tra gruppi diversi tra loro culturalmente, etnicamente e linguisticamente;

- sviluppare la competenza interculturale all’interno delle istituzioni locali, dei servizi pubblici cittadini, della società civile, delle scuole e dei media;

- incoraggiare relazioni positive tra gli immigrati e la società locale.

Se un diritto viene tolto anche ad uno solo, viene tolto a tutti. I diritti fondamentali contenuti nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, devono trovare piena cittadinanza in Europa: diritto alla vita, alla libertà, alla sicurezza, diritto d'asilo. La negazione di questi diritti facilita la diffusione di nuove forme di violenza e intolleranza. La tutela delle minoranze etniche e linguistiche, è l'antidoto al separatismo e alle tensioni oggi presenti in alcuni stati europei.

L’integrazione di tutte le persone, con le loro differenze, aiuterà l'Europa a rinascere.

 

[Testi tratti da: Appello "nella mia Città nessuno è straniero" del 1995; Carta del dialogo delle città interculturali; Articolo "Non basta l'antirazzismo", di A. Langer 1989; Quaderno "La nonviolenza per la città aperta" del Movimento Nonviolento, 2011]

 Aderiscono al Cartello: A.CROSS - Ass. Africasfriends - ARCI - Associazione AQUILONI Onlus - Ass. culturale Veronetta129 - Ass. Forneletti impegno e solidarietà - Ass. GERICOwebtv - Ass. Le Fate Onlus - Ass. Memoria Immagine - Ass. per la Pace - Ass. Per la Pace tra i Popoli – Ass. Pangea - Ass. Stella - Ass. Villa Buri Onlus - Avvocato di Strada - Azione Cattolica Italiana Diocesi di VR - Centro Missionario Diocesano - Centro Pastorale Immigrati - Centro per i Diritti del Malato e per il Diritto alla Salute - CESAIM – Cestim Centro Studi Immigrazione - CGIL Camera del Lavoro - Chiesa Valdese - CINI Italia - CISL - Combonifem - Comunità della Madonnina S. Giovanni Lupatoto - Comunità di base Verona - Comunità evangelica luterana di Verona - Coop. La Casa per gli Immigrati - Coordinamento provinciale di Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie di Verona - COSPE Onlus - D-Hub - Emergency gruppo di Verona - Emmaus Villafranca - Eureka a colori Onlus - EXP Ass. culturale - FEDERFARMA Verona -  Fondazione Nigrizia - Gim Verona - Git Verona Banca Etica - Gruppi di lettura popolare della Bibbia - Gruppo Radici dei Diritti Università di Verona - Hermete Coop. Sociale Onlus - Il sorriso di Ilham Onlus - IVRES - Ass. Veronese di Documentazione, Studio e Ricerca- Biblioteca e Archivio Storico - La Fraternità - Le Rondini Soc. Coop. - Libre! Società Coop. - Medici per l'ambiente (ISDE) Verona - Medici per la Pace Onlus - Mosaika - Orchestra interculturale -  Movimento Consumatori Sez. di Verona - Movimento Nonviolento – Multitraccia - MURMURE Ass. culturale - One Bridge to Idomeni - Pax Christi - Ponti Onlus - Progettomondo.mlal - Ronda della Carità, Amici di Bernardo onlus - Refugees Welcome Italia Onlus - Rete Radié Resh Verona - SAE Verona - Terra Viva Verona - Tinle’ Coop. Sociale Onlus - Traguardi - UIL - Vita Virtus Onlus.

 


Nella folla, rimasta fuori San Nicolò

...E NESSUNO ANDAVA VIA!

 

Quando comprendi che è bello restare fuori, come questa sera. La piazza di San Nicolò a Verona è piena, la chiesa si è riempita in pochi minuti già da un’ora prima.

 E nessuno, in piazza, va via «Ciao. Ci sei anche tu? Bello che siamo tutti qui fuori.» Vien voglia di sorridere e di abbracciarsi. E nessuno va via. Ma quanto bisogno c’è, qua fuori, di stare insieme, di parlarsi, di condividere?

Il vento di febbraio si intenerisce tra gli ulivi di pace di questa piazza proprio dietro all’Arena. E nessuno va via. Si capiscono tante cose a restare fuori. Una porta chiusa, e si scopre che è bello e che si ha più coraggio a stare insieme.

Ma questa sera a Verona non ci sono porte chiuse. Le porte di San Nicolò sono spalancate sulla speranza. Dalla soglia della chiesa viene l’eco delle parole, ma la commozione abbraccia tutti, dentro e fuori. Dai banchi qualcuno fa la diretta Facebook, altri mandano messaggi e fotografie. Da fuori rispondono: «È bello stare qui fuori». E nessuno va via. Don Gabriele e don Roberto (grazie, preti nostri coraggiosi!), riempitosi anche l’ultimo centimetro delle navate e degli altari, invitano a occupare il presbiterio. «Cos’è il presbiterio?», si chiedono ragazze e ragazze (ma quanti!) che hanno negli occhi, oltre che sulle sciarpe, i colori della pace.

Quei colori che Padre Alex Zanotelli, dalle baracche di Korogocho, aveva invitato l’Italia ad appendere alle finestre, quando venne il tempo di una delle nostre mille guerre. Padre Alex oggi è nella sua Verona, nella sua Chiesa con Mimmo Lucano, il sindaco di Riace,  a dare voce e corpo alla speranza. E non importa quanti sono dentro e quanti sono restati fuori (due? tre? quattromila?): non va via nessuno.

 

Alessandro Anderloni

Appello di Zanotelli sul riarmo nucleare

FERMIAMO LA FOLLIA COLLETTIVA

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l'appello lanciato dal padre missionario comboniano Alex Zanotelli sul pericolo del riarmo nucleare in Italia e nel mondo.

“Il mondo sta sottovalutando il pericolo di una guerra nucleare che potrebbe condurre alla fine della civiltà umana,” ha affermato il presidente russo Putin nella conferenza stampa di fine anno. E questo per due nuovi elementI. Il primo, è rappresentato dalla “tendenza ad abbassare la soglia per l’uso di armi nucleari, creando cariche nucleari tattiche a basso impatto che possono portare a un disastro nucleare globale.” Purtroppo, a questa categoria , appartengono le nuove bombe nucleari, B61-12 che il prossimo anno gli USA piazzeranno in Italia , in sostituzione di una settantina di vecchie ogive atomiche. L’altro pericolo viene dalla “disintegrazione del sistema internazionale di controllo degli armamenti,” espresso dal ritiro degli USA dal Trattato INF (1987) che permette a Trump di schierare in Europa missili a raggio intermedio con base a terra. Ora il nostro governo gialloverde ha approvato in sede NATO tale piano e ha dato la disponibilità a installarli in Italia come quelli che erano stati installati a Comiso negli anni ’80. L’amministrazione  Trump ha fissato la scadenza del 2 febbraio come ultimatum alla Russia per recedere dalle sue presunte violazioni, quindi da quel momento in poi si ritiene svincolata dal patto. Possono tornare, in teoria ed in pratica, in Italia i Cruise di Comiso (anche se non alla base di Comiso che e’ stata formalmente ceduta all’amministrazione civile).

E’ ormai una vera corsa fra USA e Russia al riarmo nucleare. Gli USA , già con Obama ed ora con Trump, hanno messo a disposizione oltre mille miliardi di dollari per modernizzare il loro arsenale atomico. La Russia sta tentando di tenere testa agli USA (Putin ha appena annunciato di aver testato il nuovo missile intercontinentale ipersonico!) cercando di avvicinarsi alla nuova potenza , la Cina, che nel 2017 ha speso ben 228 miliardi di dollari in difesa. Trump, che nel 2017 ha speso un’enorme cifra in armi, ben 660 miliardi di dollari, sta sferzando i suoi alleati europei perché tutti investano in armi almeno  il 2% del PIL. Se l’Italia obbedisse agli ordini di Trump spenderebbe cento milioni di euro al giorno in armi (già oggi ne spende settanta milioni al giorno!). Siamo ormai davanti ai due blocchi armati fino ai denti con 15.000 bombe atomiche a disposizione e un enorme armamentario. Siamo alla follia collettiva: nel 2017 abbiamo raggiunto a livello planetario l’astronomica cifra di 1.739 miliardi di dollari, pari a oltre 4,5 miliardi di dollari che spendiamo ogni giorno in armi. E’ una polveriera che potrebbe scoppiarci fra le mani. Gli scienziati dell’Orologio dell’Apocalisse a New York hanno puntato l’orologio a due minuti dalla mezzanotte. Il loro e’ un allarme che mette insieme, quali spade di Damocle pendenti contro la sopravvivenza dell’umanità, la minaccia nucleare e la minaccia climatica.

Da attivisti ecopacifisti gravemente preoccupati per la letargia dei cittadini italiani, davanti a questo pauroso scenario di militarizzazione incombente, invitiamo il movimento per la pace, che vediamo alquanto distratto e disunito, a mobilitarsi. Una occasione e’ la giornata di mobilitazione internazionale contro le armi USA e NATO lanciata per il 4 aprile, 70ennale della costituzione della Alleanza Atlantica, dall’incontro internazionale svoltosi a Dublino lo scorso novembre. Sollecitiamo ogni realta’ di base a fare in collegamento con questa scadenza  cio’ che e’ nelle sue possibilità per informare in modo diffuso la popolazione, e chiedere le ragioni per cui, in Italia, questo governo giallo-verde : 

-non si oppone agli USA che vogliono piazzare in Italia una settantina delle nuove bombe nucleari B61-12;

-si rifiuta di firmare il Trattato ONU per l’abolizione degli ordigni nucleari;

-ha accettato che vengano collocati in Italia i nuovi missili nucleari;

-ha deciso di comperare gli F -35,  definiti oggi ‘irrinunciabili’, mentre durante la campagna elettorale erano “strumenti di morte”;

-continua a vendere le bombe all’Arabia Saudita che le usa per bombardare lo Yemen in violazione della legge 185/90, che vieta la vendita di armi ai paesi in guerra( i 5 Stelle durante la campagna elettorale ne avevano chiesto “ l’embargo totale”);

-ha deciso di lasciare i soldati in Afghanistan, mentre il ritiro dei nostri soldati da quel paese era stato il cavallo di battaglia dei 5 Stelle

Mettiamoci insieme, credenti e non, per un impegno serio contro la folle corsa agli armamenti, soprattutto nucleari, foriera di nuove e micidiali guerre.

Che il 2019 sia un anno di mobilitazione popolare per la Pace e che il supporto alla giornata internazionale del 4 aprile faccia parte di un percorso di rilancio di azioni e iniziative di base!                                                                              

 

Alex Zanotelli  - Missionario comboniano

Ecco dove sono i pacifisti

LA PIGRIZIA DEI COSIDDETTI "GRANDI GIORNALI"

I giornalisti da salotto, quelli che si divertono ad intervistarsi tra di loro e ad esternare opinioni sull’annosa questione “dove sono i pacifisti?”, dovrebbero cimentarsi con due tipologie della loro nobile professione, troppo spesso dimenticate: il giornalismo d’inchiesta e il giornalismo di guerra. Sarebbero obbligati ad abbandonare lo stereotipo su cui si sono adagiati da decenni, quello del pacifista che ad ogni rumor di guerra scende in piazza per agitare la bandiera arcobaleno, pronti ad accusarlo di volta in volta di inutilità, di antiamericanismo, di velleitarismo o di ingenuità; se invece non lo vedono, eccoli pronti a dire che il pacifismo è morto. La stessa attitudine affligge purtroppo tanti politici che rispolverano il tema della pace quando vogliono distrarre l’opinione pubblica da problemi interni ai loro partiti.
Se i direttori dei giornali, anziché limitarsi ad aprire le loro agende per intervistare i soliti esponenti, spesso autoproclamatisi rappresentanti del movimento, incaricassero qualche giornalista di fare lo sforzo di un’inchiesta, scoprirebbero cose molto interessanti.
Scoprirebbero che il pacifismo inane, da milleottocento, fu già superato storicamente ad inizio novecento proprio da Gandhi, che voltò pagina passando dal pacifismo imbelle alla nonviolenza attiva: “il pacifismo codardo è la malattia infantile della nonviolenza coraggiosa”. Sarà bene, quindi, che i critici del movimento pacifista odierno si aggiornino, poiché sono rimasti indietro di oltre un secolo.
Oggi il movimento pacifista e nonviolento è maturo e non si fa dettare l’agenda politica dai titoli di giornale, ma segue una propria strategia, conduce le proprie campagne, costruisce e allarga reti di relazioni, agisce dentro i conflitti reali, pur scontrandosi con l’indifferenza o l’ostilità della politica e la grande difficoltà a trovare interlocutori nelle istituzioni. Non lo si trova nelle piazze a fare marce autoreferenziali. Lo si trova a lavorare sul campo, dentro ai movimenti che vogliono cambiare la realtà in meglio.
Oggi i pacifisti possono mettere in atto capacità di studio, elaborazione ed analisi: dal controllo dell’export di armi alle denunce sulle falle del progetto F35, fino alla capacità di scoperchiare il caso della fornitura di armi italiane all’Arabia Saudita, coinvolta nel conflitto nello Yemen, che stanno provocando una vera e propria catastrofe umanitaria. Sulla Siria, sui venti di guerra nel Medio Oriente, nel Mediterraneo, sui disastri delle politiche belliche delle potenze militari, i pacifisti hanno analisi approfondite e proposte concrete per un cambio di rotta necessario. Sicuramente possono e vogliono fare di più per incoraggiare gli scambi tra la nostra società civile e gli attivisti per i diritti umani e la pace sull’altra sponda del Mediterraneo.
I pacifisti nonviolenti hanno lavorato decenni ed ora hanno formato e inviato all’estero oltre un centinaio giovani del servizio civile come Corpi Civili di Pace in aree di conflitto o a rischio, vere missioni di pace, non militari. Vi sono poi decine di migliaia di giovani che ogni anno svolgono il servizio civile nazionale, protagonisti nell’attuare il dovere costituzionale della difesa della Patria, che non è solo difesa militare.
Il pacifismo italiano attua anche una politica di relazioni e solidarietà internazionale. Volontari e cooperanti italiani partecipano a progetti di riconciliazione e gestione nonviolenta dei conflitti in luoghi difficili. E’ un modo per aiutare la nascita e lo sviluppo dei movimenti nonviolenti anche in contesti di guerra.
Si potrebbe poi fare un lungo elenco delle Campagne messe in atto e risultate vincenti, come quella contro le bombe a grappolo, contro le mine antiuomo, il trattato sul commercio delle armi, e da ultimo il Trattato per la messa al bando delle armi nucleari, per cui ICAN e le organizzazioni italiane partner hanno ottenuto il Nobel per la pace 2017.
Sono solo alcune piste di lavoro per chi avesse voglia di uscire dalla redazione e consumare un po’ di suole delle scarpe. Sono moltissime le sedi dei movimenti per la pace dove trovare materiali, archivi, indirizzi, persone che vale la pena intervistare. Per gli opinionisti più pigri possiamo suggerire di dare una letta, e qualche volta anche pubblicare, i tanti comunicati stampa che le reti della pace e del disarmo emettono frequentemente, come quello firmato da oltre 100 sigle associative e sindacali la scorsa settimana il giorno prima dei bombardamenti a guida statunitense sulla Siria, un segno di grande unità e convergenza.
E per quelli ancora più pigri, consigliamo la lettura dei siti delle associazioni pacifiste e di alcune riviste, come Nigrizia, Mosaico di pace, Azione nonviolenta, dove si può leggere un ottimo giornalismo di pace.
Ultimo suggerimento: oltre a chiedersi “dove sono i pacifisti”, ogni tanto ci si chieda anche dove sono le missioni militari: quante sono, cosa fanno, quanto costano, che risultati hanno ottenuto; sarà molto interessante comparare costi e benefici nel settore militare e costi e benefici nel settore della prevenzione nonviolenta dei conflitti.
“La nonviolenza è lo stile di una politica per la pace”, lo dice Papa Francesco; se ne potrebbero accorgere anche i direttori dei grandi giornali.
In fondo il giornalismo è la ricerca della verità, e la verità è sempre la prima vittima della guerra.

18 aprile 2018

Rete italiana disarmo
Tavolo interventi civili di pace

Sottoscrivono, inoltre, le seguenti associazioni aderenti:

Mao Valpiana, Movimento Nonviolento
Martina Pignatti Morano, Un ponte per …
Don Albino Bizzotto, Beati i costruttori di pace
Don Renato Sacco, Pax Christi
Maurizio Simoncelli, Archivio Disarmo
Licio Palazzini, Arci Servizio Civile
Tonio dell’Olio, Pro Civitate Christiana
Angela Dogliotti Marasso, Centro Studi Sereno Regis
Luisa Morgantini, Assopace Palestina
Pierluigi Biatta, Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere
Francesco Ambrosi, Movimento Internazionale Riconciliazione
Vittorio Bellavite, Noi siamo chiesa
Tiziana Volta, Mondo senza guerra e senza violenza
Alessandro Capuzzo, Comitato pace e convivenza Dan

Una luce squarcia il buio di piazza Bra

RILANCIATO IL MESSAGGIO DI FRANCESCO

Davanti al suggestivo monumento alla pace in piazza Bra, semisconosciuto ai veronesi stessi, un folto gruppo di persone venerdì 15 dicembre ha rilanciato il messaggio di papa Francesco "Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace" riaffermando l'impegno a lavorare per una Verona aperta ed accogliente.

Pax Christi - Punto Pace di Verona


"Un'altra difesa è possibile" sbarca alla Camera

UN RISULTATO ECCEZIONALE

 

La “difesa” è un punto decisivo nella pratica della nonviolenza attiva. Difesa della vita, difesa dei diritti, difesa della libertà, difesa dei più deboli, difesa dell’ambiente. La nonviolenza, dunque, non è affatto in antitesi con la difesa. Anzi, la storia della nonviolenza moderna è storia di movimenti di difesa. Gandhi difendeva l’indipendenza del suo paese; Martin Luther King difendeva i diritti dei neri d’America; Nelson Mandela difendeva la libertà del suo popolo; oggi tanti movimenti nonviolenti nel mondo agiscono in difesa della pace e per salvare la vita a chi fugge dalle guerre. Il Premio Nobel per la Pace 2017 è stato assegnato alla Campagna per la messa al bando della armi nucleari, che ci difende dall'olocausto atomico.

Nelle regole della nonviolenza è fondamentale la correlazione tra il metodo scelto e la difesa del bene da tutelare. La difesa personale e collettiva è al centro della Campagna non violenta “Un’altra difesa è possibile” con la proposta legislativa per il riconoscimento della “Difesa civile non armata e non violenta che si propone di introdurre nelle nostre istituzioni uno strumento di difesa che agisca mettendo in campo capacità di prevenzione, di mediazione e di risoluzione dei conflitti.

La nostra proposta tende al riconoscimento legislativo, oltre che culturale, politico, giuridico e finanziario, di una Difesa nonviolenta, basata sulla prevenzione dei conflitti, per assolvere al dovere costituzionale di difesa della Patria (art. 52) nell’ottemperanza del ripudio della guerra (art. 11); oggi questa visione é entrata nel Parlamento. Sarà ora importante seguire ed accompagnare il dibattito che ne seguirà. La nostra campagna ha comunque già raggiunto risultati eccezionali.

Nel corso della manifestazione "Arena di Pace e Disarmo" del 25 aprile 2014 a Verona, i movimenti nonviolenti hanno lanciato la proposta. In pochi mesi sono state raccolte e depositate le 50.000 firme per predisporre un progetto di Legge di iniziativa popolare. La Camera lo ha recepito e ben 74 deputati lo hanno sottoscritto. Poi, con una iniziativa di pressione tramite l'invio di 20.000 cartoline ai parlamentari di tutti i gruppi politici, siamo riusciti ad ottenere un incontro con il Presidente della Commissione Difesa della Camera, che ha accettato di incardinare e poi calendarizzare la discussione della progetto di Legge n. 3484.

Il riconoscimento della difesa civile non armata e non violenta è già stato fatto proprio dal nostro ordinamento (due sentenze della Corte costituzionale, la n. 164/1985 e 470/1989, la legge del 230 del 1998 di riforma dell’obiezione di coscienza e la legge 64 del 2001 istitutiva del servizio civile nazionale, e con il Decreto Legislativo n. 40 del 6 marzo 2017 che istituisce il Servizio Civile Universale "finalizzato, ai sensi degli articoli 52, primo comma e 11 della Costituzione, alla  difesa non armata e nonviolenta della Patria, all'educazione, alla pace tra i popoli"); con la nostra Legge sulla Difesa Civile la politica avrà uno strumento in più a disposizione: il Dipartimento della difesa civile non armata e non violenta che proponiamo di istituire coordinerà le politiche di difesa alternativa e comprenderà il Servizio Civile, la Protezione Civile, i Corpi Civili di Pace e l’Istituto di ricerche sulla Pace e il Disarmo.

Nei prossimi giorni si svolgeranno le audizioni in Commissione Difesa, e poi noi ci auguriamo che il Parlamento entro questa legislatura possa legiferare. E’ un passo decisivo per la Campagna “Un’altra difesa é possibile” perché non si era mai arrivati ad ottenere una discussione istituzionale di questo livello sul tema della difesa civile e nonviolenta. Questo è il coronamento di anni di lavoro sui territori delle Reti promotrici della Campagna “Un’altra difesa è possibile” (Conferenza Nazionale Enti Servizio Civile, Forum Nazionale Servizio Civile, Tavolo Interventi Civili di Pace, Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo, Sbilanciamoci!) che rappresentano il vasto mondo del volontariato, della pace, del servizio civile, del disarmo e della nonviolenza.

Per sensibilizzare i cittadini e i parlamentari delle Commissioni il primo dicembre alle 21,30 presso l’Opificio dei Sensi alle Ferrazze di Montorio (vedi allegato) vi sarà un concerto di Nardo Trio “voci e musiche dei popoli”.


Info: www.difesacivilenonviolenta.org


         


Emergenza Migranti: Aprire centri di transito sicuri in Libia

PER LE AGENZIE DELLE NAZIONI UNITE E PER LE ONG UMANITARIE E' TEMPO DI AGIRE

Giovedì 17 agosto 2017 Link 2007, un’associazione che raggruppa al suo interno le più importanti Organizzazioni Non Governative italiane (CESVI, CISP, COOPI, COSV, GVC, ICU, INTERSOS, LVIA, MEDICI CON L’AFRICA CUAMM, CCM, ELIS, WORLD FRIENDS e CIAI), ha lanciato un Comunicato di fronte alla questione migranti, esplicitando già nel titolo la loro richiesta: Le Agenzie delle Nazioni Unite e le Organizzazioni Umanitarie devono agire SUBITO!

Secondo l’associazione infatti:

“Il perdurante disinteresse sulla sorte di decine di migliaia di migranti in Libia, uomini, donne e bambini in condizioni di semi schiavitù, detenuti e vessati da bande criminali senza alcun senso della vita umana, spesso colluse se non confuse con le stesse forze che dovrebbero garantire ordine e protezione, richiede un’accelerazione nelle decisioni della comunità internazionale.

Comprensibili ragioni di sicurezza hanno impedito finora la creazione in Libia di centri protetti per accogliere i migranti e impedire che continuino sfruttamento, abusi, traffici criminali. Questa prudenza deve oggi essere superata.

Più volte, nella sua storia, l’UNHCR, Alto Commissariato per i rifugiati, si è trovato in situazioni con gravi rischi per la sicurezza degli operatori umanitari ma è sempre riuscito a trovare il modo per esserci, per accogliere e proteggere decine, centinaia di migliaia di persone. In Libia è giunto il momento per superare ogni titubanza.

Si tratta di un impegno umanitario urgente, da realizzarsi subito. Non mancano l’esperienza e le capacità per poterlo fare. Si tratta di dare vita a centri aperti, rispettosi della libertà di movimento delle persone ma sicuri ed accoglienti per tutti coloro che necessitano di protezione, assistenza, orientamento e sostegno nell’individuazione di decisioni a conferma del proprio progetto migratorio o alternative ad esso.

In essi dovrà essere fornita assistenza sanitaria, protezione, con particolare attenzione ai minori, alle donne, ai traumatizzati dalle violenze subite, ricongiungendo i nuclei familiari, si dovrà aiutare i migranti nell’identificare i bisogni e le aspettative, offrire consulenza, orientamento, sostegno nell’individuazione e realizzazione delle possibili scelte: dalla permanenza in Libia di fronte a reali occasioni di lavoro, al ritorno dignitoso e assistito nei paesi di origine, alla verifica delle condizioni per la richiesta di protezione internazionale, nel rispetto di ogni altra autonoma libera scelta. L’importante è toglierli dalle mani dei loro aguzzini.

L’OIM, Organizzazione internazionale per le migrazioni, l’UNHCR per prendere in considerazione le richieste di protezione e asilo di coloro che non possono ritornare nei propri paesi, l’UNICEF per la particolare attenzione dovuta al settore materno-infantile e ai minori non accompagnati, la CROCE ROSSA-MEZZALUNA ROSSA e le ONG umanitarie specializzate, possono essere la principale e reale alternativa ai trafficanti di esseri umani e agli ingressi irregolari, insieme all’adozione di norme che aprano agli ingressi regolari in Italia e in Europa.”


Cecilia Murari - Redattrice di Gerico.Info - 

Esseri umani o in-umani?

E' ORA DI RIDARE VITA AL NOSTRO SENSO MORALE

 

Negli ultimi giorni qualcosa di spaventosamente grave è accaduto, nella calura di mezza estate. Senza trovare quasi resistenza, con la forza inerte dell’apparente normalità, la dimensione dell’«inumano» è entrata nel nostro orizzonte, l’ha contaminato e occupato facendosi logica politica e linguaggio mediatico. E per questa via ha inferto un colpo mortale al nostro senso morale.

L’«inumano», è bene chiarirlo, non è la mera dimensione ferina della natura contrapposta all’acculturata condizione umana.

Non è il «mostruoso» che appare a prima vista estraneo all’uomo. Al contrario è un atteggiamento propriamente umano: l’«inumano» – come ha scritto Carlo Galli – «è piuttosto il presentarsi attuale della possibilità che l’uomo sia nulla per l’altro uomo».

Che l’Altro sia ridotto a Cosa, indifferente, sacrificabile, o semplicemente ignorabile. Che la vita dell’altro sia destituita di valore primario e ridotta a oggetto di calcolo. Ed è esattamente quanto, sotto gli occhi di tutti, hanno fatto il nostro governo – in primis il suo ministro di polizia Marco Minniti – e la maggior parte dei nostri commentatori politici, in prima pagina e a reti unificate.

Cos’è se non questo – se non, appunto, trionfo dell’inumano – la campagna di ostilità e diffidenza mossa contro le Ong, unici soggetti all’opera nel tentativo prioritario di salvare vite umane, e per questo messe sotto accusa da un’occhiuta «ragion di stato».

O la sconnessa, improvvisata, azione diplomatica e militare dispiegata nel caos libico con l’obiettivo di mobilitare ogni forza, anche le peggiori, per tentare di arrestare la fiumana disperata della nuda vita, anche a costo di consegnarla agli stupratori, ai torturatori, ai miliziani senza scrupoli che non si differenziano in nulla dagli scafisti e dai mercanti di uomini, o di respingerla a morire nel deserto.

Qui non c’è, come suggeriscono le finte anime belle dei media mainstream (e non solo, penso all’ultimo Travaglio) e dei Gabinetti governativi o d’opposizione, la volontà di ricondurre sotto la sovranità della Legge l’anarchismo incontrollato delle organizzazioni umanitarie.

Non è questo lo spirito del famigerato «Codice Minniti» imposto come condizione di operatività in violazione delle antiche, tradizionali Leggi del mare (il trasbordo) e della più genuina etica umanitaria (si pensi al rifiuto di presenze armate a bordo). O il senso dell’invio nel porto di Tripoli delle nostre navi militari.

Qui c’è la volontà, neppur tanto nascosta, di fermare il flusso, costi quel che costi. Di chiudere quei fragili «corridoi umanitari» che in qualche modo le navi di Medici senza frontiere e delle altre organizzazioni tenevano aperti. Di imporre a tutti la logica di Frontex, che non è quella della ricerca e soccorso, ma del respingimento (e il nome dice tutto).

Di fare, con gli strumenti degli Stati e dell’informazione scorretta, quanto fanno gli estremisti di destra di Defend Europe, non a caso proposti come i migliori alleati dei nuovi inquisitori. Di spostare più a sud, nella sabbia del deserto anziché nelle acque del Mare nostrum, lo spettacolo perturbante della morte di massa e il simbolo corporeo dell’Umanità sacrificata.

Non era ancora accaduto, nel lungo dopoguerra almeno, in Europa e nel mondo cosiddetto «civile», che la solidarietà, il salvataggio di vite umane, l’«umanità» come pratica individuale e collettiva, fossero stigmatizzati, circondati di diffidenza, scoraggiati e puniti.

Non si era mai sentita finora un’espressione come «estremismo umanitario», usata in senso spregiativo, come arma contundente. O la formula «crimine umanitario». E nessuno avrebbe probabilmente osato irridere a chi «ideologicamente persegue il solo scopo di salvare vite», quasi fosse al contrario encomiabile chi «pragmaticamente» sacrifica quello scopo ad altre ragioni, più o meno confessabili (un pugno di voti? un effimero consenso? il mantenimento del potere nelle proprie mani?)

A caldo, quando le prime avvisaglie della campagna politica e mediatica si erano manifestate, mi ero annotato una frase di George Steiner, scritta nel ’66. Diceva: «Noi veniamo dopo. Adesso sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera, può suonare Bach e Schubert, e quindi, il mattino dopo, recarsi al proprio lavoro ad Auschwitz». Aggiungevo: Anche noi «veniamo dopo».

Dopo quel dopo. Noi oggi sappiamo che un uomo può aver letto Marx e Primo Levi, orecchiato Marcuse e i Francofortesi, militato nel partito che faceva dell’emancipazione dell’Umanità la propria bandiera, esserne diventato un alto dirigente, e tuttavia, in un ufficio climatizzato del proprio ministero firmare la condanna a morte per migliaia di poveri del mondo, senza fare una piega. La cosa può essere sembrata eccessiva a qualcuno. E il paragone fuori luogo. Ma non mi pento di averlo pensato e di averlo scritto.

Consapevole o meno di ciò che fa, chi si fa tramite dell’irrompere del disumano nel nostro mondo è giusto che sia consapevole della gravità di ciò che compie. Della lacerazione etica prima che politica che produce.

Se l’inumano – è ancora Galli a scriverlo – «è il lacerarsi catastrofico della trama etica e logica dell’umano», allora chi a quella rottura contribuisce, quale che sia l’intenzione che lo muove, quale che sia la bandiera politica sotto cui si pone, ne deve portare, appieno, la responsabilità. Così come chi a quella lacerazione intende opporsi non può non schierarsi, e dire da che parte sta. Io sto con chi salva.

Tratto da il manifesto, 8 agosto 2017 di Marco Revelli