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Nella folla, rimasta fuori San Nicolò

...E NESSUNO ANDAVA VIA!

 

Quando comprendi che è bello restare fuori, come questa sera. La piazza di San Nicolò a Verona è piena, la chiesa si è riempita in pochi minuti già da un’ora prima.

 E nessuno, in piazza, va via «Ciao. Ci sei anche tu? Bello che siamo tutti qui fuori.» Vien voglia di sorridere e di abbracciarsi. E nessuno va via. Ma quanto bisogno c’è, qua fuori, di stare insieme, di parlarsi, di condividere?

Il vento di febbraio si intenerisce tra gli ulivi di pace di questa piazza proprio dietro all’Arena. E nessuno va via. Si capiscono tante cose a restare fuori. Una porta chiusa, e si scopre che è bello e che si ha più coraggio a stare insieme.

Ma questa sera a Verona non ci sono porte chiuse. Le porte di San Nicolò sono spalancate sulla speranza. Dalla soglia della chiesa viene l’eco delle parole, ma la commozione abbraccia tutti, dentro e fuori. Dai banchi qualcuno fa la diretta Facebook, altri mandano messaggi e fotografie. Da fuori rispondono: «È bello stare qui fuori». E nessuno va via. Don Gabriele e don Roberto (grazie, preti nostri coraggiosi!), riempitosi anche l’ultimo centimetro delle navate e degli altari, invitano a occupare il presbiterio. «Cos’è il presbiterio?», si chiedono ragazze e ragazze (ma quanti!) che hanno negli occhi, oltre che sulle sciarpe, i colori della pace.

Quei colori che Padre Alex Zanotelli, dalle baracche di Korogocho, aveva invitato l’Italia ad appendere alle finestre, quando venne il tempo di una delle nostre mille guerre. Padre Alex oggi è nella sua Verona, nella sua Chiesa con Mimmo Lucano, il sindaco di Riace,  a dare voce e corpo alla speranza. E non importa quanti sono dentro e quanti sono restati fuori (due? tre? quattromila?): non va via nessuno.

 

Alessandro Anderloni

Appello di Zanotelli sul riarmo nucleare

FERMIAMO LA FOLLIA COLLETTIVA

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l'appello lanciato dal padre missionario comboniano Alex Zanotelli sul pericolo del riarmo nucleare in Italia e nel mondo.

“Il mondo sta sottovalutando il pericolo di una guerra nucleare che potrebbe condurre alla fine della civiltà umana,” ha affermato il presidente russo Putin nella conferenza stampa di fine anno. E questo per due nuovi elementI. Il primo, è rappresentato dalla “tendenza ad abbassare la soglia per l’uso di armi nucleari, creando cariche nucleari tattiche a basso impatto che possono portare a un disastro nucleare globale.” Purtroppo, a questa categoria , appartengono le nuove bombe nucleari, B61-12 che il prossimo anno gli USA piazzeranno in Italia , in sostituzione di una settantina di vecchie ogive atomiche. L’altro pericolo viene dalla “disintegrazione del sistema internazionale di controllo degli armamenti,” espresso dal ritiro degli USA dal Trattato INF (1987) che permette a Trump di schierare in Europa missili a raggio intermedio con base a terra. Ora il nostro governo gialloverde ha approvato in sede NATO tale piano e ha dato la disponibilità a installarli in Italia come quelli che erano stati installati a Comiso negli anni ’80. L’amministrazione  Trump ha fissato la scadenza del 2 febbraio come ultimatum alla Russia per recedere dalle sue presunte violazioni, quindi da quel momento in poi si ritiene svincolata dal patto. Possono tornare, in teoria ed in pratica, in Italia i Cruise di Comiso (anche se non alla base di Comiso che e’ stata formalmente ceduta all’amministrazione civile).

E’ ormai una vera corsa fra USA e Russia al riarmo nucleare. Gli USA , già con Obama ed ora con Trump, hanno messo a disposizione oltre mille miliardi di dollari per modernizzare il loro arsenale atomico. La Russia sta tentando di tenere testa agli USA (Putin ha appena annunciato di aver testato il nuovo missile intercontinentale ipersonico!) cercando di avvicinarsi alla nuova potenza , la Cina, che nel 2017 ha speso ben 228 miliardi di dollari in difesa. Trump, che nel 2017 ha speso un’enorme cifra in armi, ben 660 miliardi di dollari, sta sferzando i suoi alleati europei perché tutti investano in armi almeno  il 2% del PIL. Se l’Italia obbedisse agli ordini di Trump spenderebbe cento milioni di euro al giorno in armi (già oggi ne spende settanta milioni al giorno!). Siamo ormai davanti ai due blocchi armati fino ai denti con 15.000 bombe atomiche a disposizione e un enorme armamentario. Siamo alla follia collettiva: nel 2017 abbiamo raggiunto a livello planetario l’astronomica cifra di 1.739 miliardi di dollari, pari a oltre 4,5 miliardi di dollari che spendiamo ogni giorno in armi. E’ una polveriera che potrebbe scoppiarci fra le mani. Gli scienziati dell’Orologio dell’Apocalisse a New York hanno puntato l’orologio a due minuti dalla mezzanotte. Il loro e’ un allarme che mette insieme, quali spade di Damocle pendenti contro la sopravvivenza dell’umanità, la minaccia nucleare e la minaccia climatica.

Da attivisti ecopacifisti gravemente preoccupati per la letargia dei cittadini italiani, davanti a questo pauroso scenario di militarizzazione incombente, invitiamo il movimento per la pace, che vediamo alquanto distratto e disunito, a mobilitarsi. Una occasione e’ la giornata di mobilitazione internazionale contro le armi USA e NATO lanciata per il 4 aprile, 70ennale della costituzione della Alleanza Atlantica, dall’incontro internazionale svoltosi a Dublino lo scorso novembre. Sollecitiamo ogni realta’ di base a fare in collegamento con questa scadenza  cio’ che e’ nelle sue possibilità per informare in modo diffuso la popolazione, e chiedere le ragioni per cui, in Italia, questo governo giallo-verde : 

-non si oppone agli USA che vogliono piazzare in Italia una settantina delle nuove bombe nucleari B61-12;

-si rifiuta di firmare il Trattato ONU per l’abolizione degli ordigni nucleari;

-ha accettato che vengano collocati in Italia i nuovi missili nucleari;

-ha deciso di comperare gli F -35,  definiti oggi ‘irrinunciabili’, mentre durante la campagna elettorale erano “strumenti di morte”;

-continua a vendere le bombe all’Arabia Saudita che le usa per bombardare lo Yemen in violazione della legge 185/90, che vieta la vendita di armi ai paesi in guerra( i 5 Stelle durante la campagna elettorale ne avevano chiesto “ l’embargo totale”);

-ha deciso di lasciare i soldati in Afghanistan, mentre il ritiro dei nostri soldati da quel paese era stato il cavallo di battaglia dei 5 Stelle

Mettiamoci insieme, credenti e non, per un impegno serio contro la folle corsa agli armamenti, soprattutto nucleari, foriera di nuove e micidiali guerre.

Che il 2019 sia un anno di mobilitazione popolare per la Pace e che il supporto alla giornata internazionale del 4 aprile faccia parte di un percorso di rilancio di azioni e iniziative di base!                                                                              

 

Alex Zanotelli  - Missionario comboniano

Ecco dove sono i pacifisti

LA PIGRIZIA DEI COSIDDETTI "GRANDI GIORNALI"

I giornalisti da salotto, quelli che si divertono ad intervistarsi tra di loro e ad esternare opinioni sull’annosa questione “dove sono i pacifisti?”, dovrebbero cimentarsi con due tipologie della loro nobile professione, troppo spesso dimenticate: il giornalismo d’inchiesta e il giornalismo di guerra. Sarebbero obbligati ad abbandonare lo stereotipo su cui si sono adagiati da decenni, quello del pacifista che ad ogni rumor di guerra scende in piazza per agitare la bandiera arcobaleno, pronti ad accusarlo di volta in volta di inutilità, di antiamericanismo, di velleitarismo o di ingenuità; se invece non lo vedono, eccoli pronti a dire che il pacifismo è morto. La stessa attitudine affligge purtroppo tanti politici che rispolverano il tema della pace quando vogliono distrarre l’opinione pubblica da problemi interni ai loro partiti.
Se i direttori dei giornali, anziché limitarsi ad aprire le loro agende per intervistare i soliti esponenti, spesso autoproclamatisi rappresentanti del movimento, incaricassero qualche giornalista di fare lo sforzo di un’inchiesta, scoprirebbero cose molto interessanti.
Scoprirebbero che il pacifismo inane, da milleottocento, fu già superato storicamente ad inizio novecento proprio da Gandhi, che voltò pagina passando dal pacifismo imbelle alla nonviolenza attiva: “il pacifismo codardo è la malattia infantile della nonviolenza coraggiosa”. Sarà bene, quindi, che i critici del movimento pacifista odierno si aggiornino, poiché sono rimasti indietro di oltre un secolo.
Oggi il movimento pacifista e nonviolento è maturo e non si fa dettare l’agenda politica dai titoli di giornale, ma segue una propria strategia, conduce le proprie campagne, costruisce e allarga reti di relazioni, agisce dentro i conflitti reali, pur scontrandosi con l’indifferenza o l’ostilità della politica e la grande difficoltà a trovare interlocutori nelle istituzioni. Non lo si trova nelle piazze a fare marce autoreferenziali. Lo si trova a lavorare sul campo, dentro ai movimenti che vogliono cambiare la realtà in meglio.
Oggi i pacifisti possono mettere in atto capacità di studio, elaborazione ed analisi: dal controllo dell’export di armi alle denunce sulle falle del progetto F35, fino alla capacità di scoperchiare il caso della fornitura di armi italiane all’Arabia Saudita, coinvolta nel conflitto nello Yemen, che stanno provocando una vera e propria catastrofe umanitaria. Sulla Siria, sui venti di guerra nel Medio Oriente, nel Mediterraneo, sui disastri delle politiche belliche delle potenze militari, i pacifisti hanno analisi approfondite e proposte concrete per un cambio di rotta necessario. Sicuramente possono e vogliono fare di più per incoraggiare gli scambi tra la nostra società civile e gli attivisti per i diritti umani e la pace sull’altra sponda del Mediterraneo.
I pacifisti nonviolenti hanno lavorato decenni ed ora hanno formato e inviato all’estero oltre un centinaio giovani del servizio civile come Corpi Civili di Pace in aree di conflitto o a rischio, vere missioni di pace, non militari. Vi sono poi decine di migliaia di giovani che ogni anno svolgono il servizio civile nazionale, protagonisti nell’attuare il dovere costituzionale della difesa della Patria, che non è solo difesa militare.
Il pacifismo italiano attua anche una politica di relazioni e solidarietà internazionale. Volontari e cooperanti italiani partecipano a progetti di riconciliazione e gestione nonviolenta dei conflitti in luoghi difficili. E’ un modo per aiutare la nascita e lo sviluppo dei movimenti nonviolenti anche in contesti di guerra.
Si potrebbe poi fare un lungo elenco delle Campagne messe in atto e risultate vincenti, come quella contro le bombe a grappolo, contro le mine antiuomo, il trattato sul commercio delle armi, e da ultimo il Trattato per la messa al bando delle armi nucleari, per cui ICAN e le organizzazioni italiane partner hanno ottenuto il Nobel per la pace 2017.
Sono solo alcune piste di lavoro per chi avesse voglia di uscire dalla redazione e consumare un po’ di suole delle scarpe. Sono moltissime le sedi dei movimenti per la pace dove trovare materiali, archivi, indirizzi, persone che vale la pena intervistare. Per gli opinionisti più pigri possiamo suggerire di dare una letta, e qualche volta anche pubblicare, i tanti comunicati stampa che le reti della pace e del disarmo emettono frequentemente, come quello firmato da oltre 100 sigle associative e sindacali la scorsa settimana il giorno prima dei bombardamenti a guida statunitense sulla Siria, un segno di grande unità e convergenza.
E per quelli ancora più pigri, consigliamo la lettura dei siti delle associazioni pacifiste e di alcune riviste, come Nigrizia, Mosaico di pace, Azione nonviolenta, dove si può leggere un ottimo giornalismo di pace.
Ultimo suggerimento: oltre a chiedersi “dove sono i pacifisti”, ogni tanto ci si chieda anche dove sono le missioni militari: quante sono, cosa fanno, quanto costano, che risultati hanno ottenuto; sarà molto interessante comparare costi e benefici nel settore militare e costi e benefici nel settore della prevenzione nonviolenta dei conflitti.
“La nonviolenza è lo stile di una politica per la pace”, lo dice Papa Francesco; se ne potrebbero accorgere anche i direttori dei grandi giornali.
In fondo il giornalismo è la ricerca della verità, e la verità è sempre la prima vittima della guerra.

18 aprile 2018

Rete italiana disarmo
Tavolo interventi civili di pace

Sottoscrivono, inoltre, le seguenti associazioni aderenti:

Mao Valpiana, Movimento Nonviolento
Martina Pignatti Morano, Un ponte per …
Don Albino Bizzotto, Beati i costruttori di pace
Don Renato Sacco, Pax Christi
Maurizio Simoncelli, Archivio Disarmo
Licio Palazzini, Arci Servizio Civile
Tonio dell’Olio, Pro Civitate Christiana
Angela Dogliotti Marasso, Centro Studi Sereno Regis
Luisa Morgantini, Assopace Palestina
Pierluigi Biatta, Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere
Francesco Ambrosi, Movimento Internazionale Riconciliazione
Vittorio Bellavite, Noi siamo chiesa
Tiziana Volta, Mondo senza guerra e senza violenza
Alessandro Capuzzo, Comitato pace e convivenza Dan

Una luce squarcia il buio di piazza Bra

RILANCIATO IL MESSAGGIO DI FRANCESCO

Davanti al suggestivo monumento alla pace in piazza Bra, semisconosciuto ai veronesi stessi, un folto gruppo di persone venerdì 15 dicembre ha rilanciato il messaggio di papa Francesco "Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace" riaffermando l'impegno a lavorare per una Verona aperta ed accogliente.

Pax Christi - Punto Pace di Verona


"Un'altra difesa è possibile" sbarca alla Camera

UN RISULTATO ECCEZIONALE

 

La “difesa” è un punto decisivo nella pratica della nonviolenza attiva. Difesa della vita, difesa dei diritti, difesa della libertà, difesa dei più deboli, difesa dell’ambiente. La nonviolenza, dunque, non è affatto in antitesi con la difesa. Anzi, la storia della nonviolenza moderna è storia di movimenti di difesa. Gandhi difendeva l’indipendenza del suo paese; Martin Luther King difendeva i diritti dei neri d’America; Nelson Mandela difendeva la libertà del suo popolo; oggi tanti movimenti nonviolenti nel mondo agiscono in difesa della pace e per salvare la vita a chi fugge dalle guerre. Il Premio Nobel per la Pace 2017 è stato assegnato alla Campagna per la messa al bando della armi nucleari, che ci difende dall'olocausto atomico.

Nelle regole della nonviolenza è fondamentale la correlazione tra il metodo scelto e la difesa del bene da tutelare. La difesa personale e collettiva è al centro della Campagna non violenta “Un’altra difesa è possibile” con la proposta legislativa per il riconoscimento della “Difesa civile non armata e non violenta che si propone di introdurre nelle nostre istituzioni uno strumento di difesa che agisca mettendo in campo capacità di prevenzione, di mediazione e di risoluzione dei conflitti.

La nostra proposta tende al riconoscimento legislativo, oltre che culturale, politico, giuridico e finanziario, di una Difesa nonviolenta, basata sulla prevenzione dei conflitti, per assolvere al dovere costituzionale di difesa della Patria (art. 52) nell’ottemperanza del ripudio della guerra (art. 11); oggi questa visione é entrata nel Parlamento. Sarà ora importante seguire ed accompagnare il dibattito che ne seguirà. La nostra campagna ha comunque già raggiunto risultati eccezionali.

Nel corso della manifestazione "Arena di Pace e Disarmo" del 25 aprile 2014 a Verona, i movimenti nonviolenti hanno lanciato la proposta. In pochi mesi sono state raccolte e depositate le 50.000 firme per predisporre un progetto di Legge di iniziativa popolare. La Camera lo ha recepito e ben 74 deputati lo hanno sottoscritto. Poi, con una iniziativa di pressione tramite l'invio di 20.000 cartoline ai parlamentari di tutti i gruppi politici, siamo riusciti ad ottenere un incontro con il Presidente della Commissione Difesa della Camera, che ha accettato di incardinare e poi calendarizzare la discussione della progetto di Legge n. 3484.

Il riconoscimento della difesa civile non armata e non violenta è già stato fatto proprio dal nostro ordinamento (due sentenze della Corte costituzionale, la n. 164/1985 e 470/1989, la legge del 230 del 1998 di riforma dell’obiezione di coscienza e la legge 64 del 2001 istitutiva del servizio civile nazionale, e con il Decreto Legislativo n. 40 del 6 marzo 2017 che istituisce il Servizio Civile Universale "finalizzato, ai sensi degli articoli 52, primo comma e 11 della Costituzione, alla  difesa non armata e nonviolenta della Patria, all'educazione, alla pace tra i popoli"); con la nostra Legge sulla Difesa Civile la politica avrà uno strumento in più a disposizione: il Dipartimento della difesa civile non armata e non violenta che proponiamo di istituire coordinerà le politiche di difesa alternativa e comprenderà il Servizio Civile, la Protezione Civile, i Corpi Civili di Pace e l’Istituto di ricerche sulla Pace e il Disarmo.

Nei prossimi giorni si svolgeranno le audizioni in Commissione Difesa, e poi noi ci auguriamo che il Parlamento entro questa legislatura possa legiferare. E’ un passo decisivo per la Campagna “Un’altra difesa é possibile” perché non si era mai arrivati ad ottenere una discussione istituzionale di questo livello sul tema della difesa civile e nonviolenta. Questo è il coronamento di anni di lavoro sui territori delle Reti promotrici della Campagna “Un’altra difesa è possibile” (Conferenza Nazionale Enti Servizio Civile, Forum Nazionale Servizio Civile, Tavolo Interventi Civili di Pace, Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo, Sbilanciamoci!) che rappresentano il vasto mondo del volontariato, della pace, del servizio civile, del disarmo e della nonviolenza.

Per sensibilizzare i cittadini e i parlamentari delle Commissioni il primo dicembre alle 21,30 presso l’Opificio dei Sensi alle Ferrazze di Montorio (vedi allegato) vi sarà un concerto di Nardo Trio “voci e musiche dei popoli”.


Info: www.difesacivilenonviolenta.org


         


Emergenza Migranti: Aprire centri di transito sicuri in Libia

PER LE AGENZIE DELLE NAZIONI UNITE E PER LE ONG UMANITARIE E' TEMPO DI AGIRE

Giovedì 17 agosto 2017 Link 2007, un’associazione che raggruppa al suo interno le più importanti Organizzazioni Non Governative italiane (CESVI, CISP, COOPI, COSV, GVC, ICU, INTERSOS, LVIA, MEDICI CON L’AFRICA CUAMM, CCM, ELIS, WORLD FRIENDS e CIAI), ha lanciato un Comunicato di fronte alla questione migranti, esplicitando già nel titolo la loro richiesta: Le Agenzie delle Nazioni Unite e le Organizzazioni Umanitarie devono agire SUBITO!

Secondo l’associazione infatti:

“Il perdurante disinteresse sulla sorte di decine di migliaia di migranti in Libia, uomini, donne e bambini in condizioni di semi schiavitù, detenuti e vessati da bande criminali senza alcun senso della vita umana, spesso colluse se non confuse con le stesse forze che dovrebbero garantire ordine e protezione, richiede un’accelerazione nelle decisioni della comunità internazionale.

Comprensibili ragioni di sicurezza hanno impedito finora la creazione in Libia di centri protetti per accogliere i migranti e impedire che continuino sfruttamento, abusi, traffici criminali. Questa prudenza deve oggi essere superata.

Più volte, nella sua storia, l’UNHCR, Alto Commissariato per i rifugiati, si è trovato in situazioni con gravi rischi per la sicurezza degli operatori umanitari ma è sempre riuscito a trovare il modo per esserci, per accogliere e proteggere decine, centinaia di migliaia di persone. In Libia è giunto il momento per superare ogni titubanza.

Si tratta di un impegno umanitario urgente, da realizzarsi subito. Non mancano l’esperienza e le capacità per poterlo fare. Si tratta di dare vita a centri aperti, rispettosi della libertà di movimento delle persone ma sicuri ed accoglienti per tutti coloro che necessitano di protezione, assistenza, orientamento e sostegno nell’individuazione di decisioni a conferma del proprio progetto migratorio o alternative ad esso.

In essi dovrà essere fornita assistenza sanitaria, protezione, con particolare attenzione ai minori, alle donne, ai traumatizzati dalle violenze subite, ricongiungendo i nuclei familiari, si dovrà aiutare i migranti nell’identificare i bisogni e le aspettative, offrire consulenza, orientamento, sostegno nell’individuazione e realizzazione delle possibili scelte: dalla permanenza in Libia di fronte a reali occasioni di lavoro, al ritorno dignitoso e assistito nei paesi di origine, alla verifica delle condizioni per la richiesta di protezione internazionale, nel rispetto di ogni altra autonoma libera scelta. L’importante è toglierli dalle mani dei loro aguzzini.

L’OIM, Organizzazione internazionale per le migrazioni, l’UNHCR per prendere in considerazione le richieste di protezione e asilo di coloro che non possono ritornare nei propri paesi, l’UNICEF per la particolare attenzione dovuta al settore materno-infantile e ai minori non accompagnati, la CROCE ROSSA-MEZZALUNA ROSSA e le ONG umanitarie specializzate, possono essere la principale e reale alternativa ai trafficanti di esseri umani e agli ingressi irregolari, insieme all’adozione di norme che aprano agli ingressi regolari in Italia e in Europa.”


Cecilia Murari - Redattrice di Gerico.Info - 

Esseri umani o in-umani?

E' ORA DI RIDARE VITA AL NOSTRO SENSO MORALE

 

Negli ultimi giorni qualcosa di spaventosamente grave è accaduto, nella calura di mezza estate. Senza trovare quasi resistenza, con la forza inerte dell’apparente normalità, la dimensione dell’«inumano» è entrata nel nostro orizzonte, l’ha contaminato e occupato facendosi logica politica e linguaggio mediatico. E per questa via ha inferto un colpo mortale al nostro senso morale.

L’«inumano», è bene chiarirlo, non è la mera dimensione ferina della natura contrapposta all’acculturata condizione umana.

Non è il «mostruoso» che appare a prima vista estraneo all’uomo. Al contrario è un atteggiamento propriamente umano: l’«inumano» – come ha scritto Carlo Galli – «è piuttosto il presentarsi attuale della possibilità che l’uomo sia nulla per l’altro uomo».

Che l’Altro sia ridotto a Cosa, indifferente, sacrificabile, o semplicemente ignorabile. Che la vita dell’altro sia destituita di valore primario e ridotta a oggetto di calcolo. Ed è esattamente quanto, sotto gli occhi di tutti, hanno fatto il nostro governo – in primis il suo ministro di polizia Marco Minniti – e la maggior parte dei nostri commentatori politici, in prima pagina e a reti unificate.

Cos’è se non questo – se non, appunto, trionfo dell’inumano – la campagna di ostilità e diffidenza mossa contro le Ong, unici soggetti all’opera nel tentativo prioritario di salvare vite umane, e per questo messe sotto accusa da un’occhiuta «ragion di stato».

O la sconnessa, improvvisata, azione diplomatica e militare dispiegata nel caos libico con l’obiettivo di mobilitare ogni forza, anche le peggiori, per tentare di arrestare la fiumana disperata della nuda vita, anche a costo di consegnarla agli stupratori, ai torturatori, ai miliziani senza scrupoli che non si differenziano in nulla dagli scafisti e dai mercanti di uomini, o di respingerla a morire nel deserto.

Qui non c’è, come suggeriscono le finte anime belle dei media mainstream (e non solo, penso all’ultimo Travaglio) e dei Gabinetti governativi o d’opposizione, la volontà di ricondurre sotto la sovranità della Legge l’anarchismo incontrollato delle organizzazioni umanitarie.

Non è questo lo spirito del famigerato «Codice Minniti» imposto come condizione di operatività in violazione delle antiche, tradizionali Leggi del mare (il trasbordo) e della più genuina etica umanitaria (si pensi al rifiuto di presenze armate a bordo). O il senso dell’invio nel porto di Tripoli delle nostre navi militari.

Qui c’è la volontà, neppur tanto nascosta, di fermare il flusso, costi quel che costi. Di chiudere quei fragili «corridoi umanitari» che in qualche modo le navi di Medici senza frontiere e delle altre organizzazioni tenevano aperti. Di imporre a tutti la logica di Frontex, che non è quella della ricerca e soccorso, ma del respingimento (e il nome dice tutto).

Di fare, con gli strumenti degli Stati e dell’informazione scorretta, quanto fanno gli estremisti di destra di Defend Europe, non a caso proposti come i migliori alleati dei nuovi inquisitori. Di spostare più a sud, nella sabbia del deserto anziché nelle acque del Mare nostrum, lo spettacolo perturbante della morte di massa e il simbolo corporeo dell’Umanità sacrificata.

Non era ancora accaduto, nel lungo dopoguerra almeno, in Europa e nel mondo cosiddetto «civile», che la solidarietà, il salvataggio di vite umane, l’«umanità» come pratica individuale e collettiva, fossero stigmatizzati, circondati di diffidenza, scoraggiati e puniti.

Non si era mai sentita finora un’espressione come «estremismo umanitario», usata in senso spregiativo, come arma contundente. O la formula «crimine umanitario». E nessuno avrebbe probabilmente osato irridere a chi «ideologicamente persegue il solo scopo di salvare vite», quasi fosse al contrario encomiabile chi «pragmaticamente» sacrifica quello scopo ad altre ragioni, più o meno confessabili (un pugno di voti? un effimero consenso? il mantenimento del potere nelle proprie mani?)

A caldo, quando le prime avvisaglie della campagna politica e mediatica si erano manifestate, mi ero annotato una frase di George Steiner, scritta nel ’66. Diceva: «Noi veniamo dopo. Adesso sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera, può suonare Bach e Schubert, e quindi, il mattino dopo, recarsi al proprio lavoro ad Auschwitz». Aggiungevo: Anche noi «veniamo dopo».

Dopo quel dopo. Noi oggi sappiamo che un uomo può aver letto Marx e Primo Levi, orecchiato Marcuse e i Francofortesi, militato nel partito che faceva dell’emancipazione dell’Umanità la propria bandiera, esserne diventato un alto dirigente, e tuttavia, in un ufficio climatizzato del proprio ministero firmare la condanna a morte per migliaia di poveri del mondo, senza fare una piega. La cosa può essere sembrata eccessiva a qualcuno. E il paragone fuori luogo. Ma non mi pento di averlo pensato e di averlo scritto.

Consapevole o meno di ciò che fa, chi si fa tramite dell’irrompere del disumano nel nostro mondo è giusto che sia consapevole della gravità di ciò che compie. Della lacerazione etica prima che politica che produce.

Se l’inumano – è ancora Galli a scriverlo – «è il lacerarsi catastrofico della trama etica e logica dell’umano», allora chi a quella rottura contribuisce, quale che sia l’intenzione che lo muove, quale che sia la bandiera politica sotto cui si pone, ne deve portare, appieno, la responsabilità. Così come chi a quella lacerazione intende opporsi non può non schierarsi, e dire da che parte sta. Io sto con chi salva.

Tratto da il manifesto, 8 agosto 2017 di Marco Revelli

Pubblicata la Circolare: nuovo Albo per gli enti e avviso per i progetti di Servizio Civile per il 2018

AL VIA LA RIFORMA DEL SERVIZIO CIVILE UNIVERSALE



È stata pubblicata sul sito del Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale la Circolare atta a disciplinare le modalità di iscrizione degli enti all’Albo unico di Servizio Civile Universale a seguito della riforma approvata a marzo.

La Circolare, frutto del confronto di idee e proposte di un gruppo di lavoro costituito in accordo con la Consulta nazionale per il Servizio Civile, è stata emanata con il parere favorevole della Consulta e consentirà di elevare il livello qualitativo del Servizio Civile Universale, rendendolo maggiormente rispondente alle sfide dell’oggi.

Alcuni elementi fondamentali introdotti dalla circolare sono:
  1. La semplificazione delle procedure;
  2. L’Innalzamento dei livelli standard di qualità richiesta agli enti, con particolare riferimento alla 
capacità organizzativa e possibilità di impiego dei volontari, caratterizzata anche da figure di 
responsabili maggiormente qualificate;
  3. Una migliore capacità progettuale degli enti, connessa anche alla maggiore dimensione 
organizzativa degli stessi;
  4. La salvaguardia della specificità regionale con la previsione, nell’Albo di Servizio Civile 
Universale, di sezioni regionali e delle province autonome;
  5. L’iscrizione all’Albo senza vincoli temporali;
  6. L’impegno a ridurre i tempi di conclusione del procedimento di iscrizione all’Albo unico entro 
i 120 gg.

Il Sottosegretario di Stato On. Luigi Bobba esprime “piena soddisfazione per la stesura della circolare che rappresenta il primo passo per dare concreta attuazione al Servizio Civile Universale”.

Inoltre, è stato pubblicato l’Avviso di presentazione dei progetti, con il parere favorevole della Consulta Nazionale da realizzarsi nel 2018. I progetti potranno essere presentati dal 4 settembre 2017 al 30 novembre 2017.

L’Avviso presenta diversi elementi di novità coerenti con la sperimentazione del Servizio Civile Universale. In particolare si da attenzione alle nuove norme relativamente a:
  • flessibilità della durata del servizio dagli 8 ai 12 mesi
;
  • svolgimento del servizio per un periodo di tre mesi in un Paese UE o, in alternativa, possibilità di usufruire di tutoraggio per facilitare l’accesso al mondo del lavoro;
  • priorità per l’impiego dei giovani con minori opportunità.
Queste tre novità contenute nell’Avviso per i progetti 2018 cominciano a dare forma al Servizio Civile Universale. In particolare si vuole dare un respiro europeo al Servizio Civile, facilitare un collegamento con l’inserimento nel mondo del lavoro e favorire l’inclusione sociale dei giovani più svantaggiati.

«Assicuro tutto il mio impegno», ha sottolineato il sottosegretario di Stato Luigi Bobba, «sia attraverso l’assestamento del bilancio relativo al 2017, che con la stesura della legge di bilancio per l’anno 2018 - affinché siano previste le risorse necessarie a confermare o superare i numeri dello scorso anno, che ha visto la partecipazione di circa 50.000 volontari in oltre 4.700 progetti».

Cecilia Murari - Redattrice di Gerico.Info -

La linea invisibile

STORIE FOTOGRAFICHE DEI MIGRANTI



Il fotografo, aquilano Danilo Balducci, 46 anni, nel 2015 ha deciso di partire per incontrare i migranti durante i loro viaggi alla conquista di una vita meno ingiusta. Da questa esperienza è nato un libro, il racconto fotografico "La linea invisibile": “come loro”, dice Danilo, “i migranti, quelli che facciamo finta di non vedere. Ma voi ricordatevi che partono e rischiano la vita perché il mare è sempre più sicuro della terra se ti piovono le bombe addosso”.

La macchina fotografica negli ultimi tre anni di viaggi l’ha abbassata solo una volta. Era il settembre 2015 e una donna siriana, scappata dalla guerra e risparmiata dal mare, stava partorendo un bimbo incastrata tra gli scogli su una spiaggia dell’isola greca di Lesbo. "Mi è sembrato un segno di rispetto", racconta Danilo.

“Ma quella è stata veramente l’unica volta. Ha fotografato i migranti a Calais, ad Idomeni e poi a Belgrado, Šid e Kelabija in Serbia e Subotica al confine con l’Ungheria. E poi ancora in Croazia a Tovarnik, Bregana, Opatovac, ed al confine greco macedone sulle sponde del fiume – ghiacciato - Suva Reka. Di quelle migliaia e migliaia di scatti ha scelto 67 fotografie e ne ha fatto un libro, edito da Edizioni L’Una, “La linea invisibile”.

Il significato di questo titolo? “nasce da un’esperienza personale” racconta Danilo:“Nel 2015 sono stato trattenuto dalla polizia croata. Stavo camminando in un campo e, senza accorgermene, ho superato il confine tra la Serbia e la Croazia: ho attraversato un confine invisibile, un confine che non esiste. E poi invisibili sono anche le linee che formano queste persone: nessuno le vuole vedere».

Il suo viaggio inizia nel 2015 quando il fotografo ha deciso di partire, lasciare tutto e seguire queste persone nel loro viaggio di speranza alla conquista di una nuova vita: “Non sono mai passate più di due settimane tra un viaggio ed un altro, a volte neanche un giorno” racconta.

Grazie al suo peregrinare ne è nata una storia dentro la storia, un racconto fotografico dove gli occhi di Danilo immortalano i dettagli non di un “fenomeno migratorio” come spesso siamo soliti chiamarlo ma più che altro un fenomeno umano perché tutti hanno il dovere di tutelare la propria vita.

Il cuore, il punto d’inizio è quello che è stato il BaoBab di Roma, una vecchia vetreria abbandonata, situata in via Cupa 5 tra il piazzale del Verano e la stazione Tiburtina utilizzata nel 2014 come un centro di prima accoglienza e attività culturali. Dal 12 giugno 2015 questa struttura è diventata poi un contesto di azione autogestita da parte di libere/i cittadine/i che spontaneamente hanno prestato il loro tempo per accogliere migranti o rifugiati in transito sul territorio romano. Dal 30 settembre 2016, dopo il secondo importante sgombero avvenuto a via Cupa, i volontari e attivisti di Baobab Experience hanno dato vita a un nuovo presidio presso la stazione Tiburtina.

Essi si definiscono “un movimento formato da cittadini, lavoratori, disoccupati, studenti, medici, artisti e persone di ambo i sessi, di ogni ceto sociale e di ogni generazione che da mesi si stanno mobilitando per i diritti dei migranti e il loro libero transito”.

“Ho seguito tutto lo sgombero. Ci sono andato una volta e poi non ho più smesso”, spiega Danilo. “Non andavo la a scattare due foto ai bambini per vendere e poi andavo via. Andavo li e ci rimanevo: c’ho passato tutta l’estate, per questo poi ho deciso di partire”.

Io credo che le immagini raccontino di più della parola”, spiega Danilo. “Ed è vero che l’inquadratura è il frutto del mio occhio, ma la fotografia non è mai solo un esercizio di bellezza. Prima di fotografarli io ci parlo per ore con i migranti. Voglio entrare nella loro vita. Immergermi nella loro storia. Sentire il loro dolore. Le foto devono scioccare chi le guarda”.

Ed entrare nella loro vita significa capire. Il racconto fotografico La linea invisibile si apre con questi versi della poetessa Warsan Shire

Dovete capire
Che nessuno mette i suoi figli su una barca
a meno che l’acqua non sia più sicura della terra

Home, Warsan Shire

“Questi versi mi hanno folgorato”, ammette Danilo. “Perché il mare è sempre più sicuro della terra se ti piovono le bombe addosso”.
“Vedete io non sono un politico. Non ho soluzioni. Però sono una persona e posso dire che il più grande errore è mentire sui numeri: li gonfiano quando in realtà il rapporto tra immigrati e popolazione è bassissimo”.

Poi la poesia prosegue:

Affretta il passo / Lasciati i panni dietro /Striscia nel deserto / Sguazza negli oceani / Annega / Salvati/ Fatti fame/ Chiedi l’elemosina/ Dimentica la tua dignità / La tua sopravvivenza è più importante.

Il nostro dovere morale è accogliere: “Sulla banconota dell’euro da un lato c’è un ponte, dall’altro c’è una porta. Questo vuol dire possibilità d’ingresso, significa passaggio. L’Europa questa banconota se la dovrebbe riguardare”.

Biografia

Danilo Balducci è nato a L’Aquila nel 1971 ed è sempre stato affascinato dalla fotografia e dal potere comunicativo delle immagini. Reportage e fotografia sociale sono i suoi interessi principali. Diplomato presso l’Istituto Superiore di Fotografia e comunicazione integrata di Roma è professionista dal 1998. Docente di fotografia e reportage presso l’Accademia di Belle Arti di L’Aquila. Fornisce regolarmente immagini ad agenzie fotografiche italiane ed estere. Le sue immagini e le sue storie sono state pubblicate su giornali e riviste nazionali ed internazionali: Time, Life, Denver Post, Internazionale, Der Spiegel, Daily News, L’Espresso, Repubblica, Panorama..
Vincitore di diversi premi, nel 2002 è vincitore del primo premio Carla Mastropietro per il fotogiornalismo; nel 2005  vincitore del Premio per la pace e per la libertà ad Atri (Te); nel 2008 ha ricevuto 2 Bronze award dall’ Orvieto International Photography Awards (sezioni reportage e portraits) e vari premi nazionali e internazionali; nel marzo 2009 vince il B.O.P. 2009 (Best of Photojournalism) indetto dalla NPPA (National  Press Photographer Association) negli USA classificandosi terzo nella categoria “Non Traditional Photojournalism Publishing”.
Un’immagine del terremoto in Abruzzo è inserita da LIFE Magazine tra le Pictures of the Year 2009. Nel 2015 è Absolute Winner nella categoria “People” al FIIPA  (Fiof Italy International Photography Awards) e si classifica secondo nella stessa categoria. Riceve inoltre cinque Honorable Mention nelle categorie “Reportage”, “Portraits” e “People”.
-1 Honorable mention and 2 nominee allo Spider Award
-1 Remarkable Award al Sipa 2015 (Siena International Photographic Award)
-5 Honorable Mention al MIFA (Moscow International Foto Award)
-2nd place in “General news” al MIFA (Moscow International Foto Award)
-1 Honorable Mention al IPA (Int’l Photography Award) in Photo Essay and Feature Story
-1 Honorable Mention al IPA (Int’l Photography Award)

Cecilia Murari - Redattrice di Gerico.Info -

Fonti:
http://www.vita.it
http://www.danilobalducci.eu/

Perchè mai scegliere di fare il Servizio Civile Nazionale?

RIFLESSIONI SULLA MOTIVAZIONE 

In vista dell'imminente scadenza della candidatura per il bando 2017/2018 del Servizio Civile (ormai) Universale, ho deciso di riportare le riflessioni di una mia cara collega di servizio.
Grazie a questo suo profondo raccoglimento su che cosa l'ha spinta ad entrare a far parte di questa meravigliosa ed arricchente realtà, spero di contribuire a far luce su almeno una piccola parte di questo mondo, sconosciuto e celato ancora a molti e molte giovani d'oggi.
Del Servizio Civile infatti credo non se ne parli abbastanza o se ne parli dandone una connotazione che non gli appartiene e che non incarna i profondi valori che ne stanno alla base.

Questo infatti non è un anno di “lavoro sottopagato” e nemmeno un anno di volontariato, bensì uno spicchio generoso della propria vita donato e rivolto ai bisogni dell'altro, a chi ha bisogno di cura.

Chi deciderà quest'anno di lasciarsi trasportare e vivere questa magica avventura, lo garantisco, ne uscirà trasformato, rinascendo e rinvigorendo sia nel corpo che nell'anima.

La parola motivazione proviene dal latino “motus” cioè muovere, movimento, spinta per svolgere una certa attività ed indica i motivi che spingono gli individui ad agire in vista di uno scopo, una meta, un incentivo, mossi da una pulsione o da una sollecitazione. La motivazione definisce il perché di un determinato comportamento, racchiudendo al suo interno le cause ed il fine dei pensieri e delle scelte degli esseri umani.
La motivazione è un fenomeno che nasce prima di tutto interiormente, “dentro di noi”, è legato al concetto di emozione ed è fortemente connesso con esso, può essere vista come una sintesi di cause, scopi e bisogni.
La motivazione entra in campo in diversi ambiti: in campo biologico e fisiologico se pensiamo all'attivazione dell'organismo; sul piano cognitivo quando portiamo a termine un determinato scopo; in base all’influenza sociale e culturale se pensiamo al condizionamento ambientale.
Per studiare la motivazione occorre chiedersi: perché gli individui pensano e agiscono nel modo in cui lo fanno? Agiscono sospinti da necessità interne o attirati da obiettivi che identificano nella realtà o nella loro immaginazione?

È molto importante per ognuno di noi avere consapevolezza delle motivazioni che precedono il nostro agire in quanto ci permettono di controllare meglio il nostro comportamento, che è sempre guidato da una o più motivazioni e finalizzato al raggiungimento dei nostri obiettivi.

È molto raro che una certa condotta sia il risultato diretto ed esclusivo di una sola spinta motivazionale; in genere si tratta di una concatenazione di molteplici motivazioni sia primarie (come la fame, la sete, ecc) sia secondarie (di tipo psicologico-cognitivo, come le ideologie, i valori etici e religiosi, i modelli sociali, ecc).
La motivazione può quindi spiegare cosa spinge una persona a fare certe cose e a rifiutarsi di farne altre. Chi studia la motivazione cerca di comprendere il perché delle proprie azioni e di quelle altrui, il che non è affatto semplice: il medesimo comportamento infatti può riflettere motivi diversi e la stessa motivazione può portare a comportamenti diversi. Inoltre non sempre una persona è pienamente o del tutto consapevole del perché… che sta alla base delle sue azioni.

Sicuramente le motivazioni che mi hanno spinta a decidere di dedicare un anno della mia vita al Servizio Civile sono diverse. In primo luogo ho sentito una voglia di sperimentarmi, dopo anni di studio all’Università e di tirocini volevo prendermi del tempo da dedicare a me e agli altri senza avere il vincolo di essere “la tirocinante di”. Sicuramente le esperienze di tirocinio sia della laurea triennale (tirocinio svolto presso il Ser.D. 1 di Verona) che della Laurea Magistrale (tirocinio svolto presso il Comune di Sona) sono stati arricchenti e mi hanno fatto capire di essere pienamente convinta della mia futura scelta lavorativa, ma pensando di fare domanda per il servizio civile mi rendevo conto che fosse tutt’altro rispetto ad un tirocinio con un’assistente sociale.
Ero pronta a sperimentarmi, in prima persona, senza mediazione di altri e soprattutto in un ambito per me nuovo e del quale conoscevo poco o nulla; ero pronta ad investire un anno della mia vita per gli altri, nel mentre avevo in programma di finire l’università. Nel fare domanda di servizio civile è stato per me importante sapere già a priori che sarebbe stata un’esperienza forte e arricchente per il mio futuro lavorativo. Quando ho deciso di fare domanda di Servizio Civile al Don Calabria per il progetto “Riprendiamoci la vita: azioni di supporto a persone con esiti da gravi cerebrolesioni acquisite” ero a conoscenza che non avrei svolto un ruolo di assistente sociale, ma ero convinta già dall’inizio che avvicinarmi a questa tipologia di persone sicuramente sarebbe stato arricchente anche per il mio futuro lavorativo. Ammetto che la mia conoscenza dei valori del servizio civile era molto limitata e che è stato grazie alla formazione generale che mi sono resa conto veramente di quello che sto facendo e per chi lo sto facendo. Sicuramente per me stessa e per gli altri, ma anche per la mia Patria.

Forse all’inizio non ci pensavo, non ci davo importanza, ma ora mi rendo conto che stando vicina a persone che hanno subito traumi o eventi che gli hanno cambiato la vita sto difendendo la mia Patria e sto mettendo in campo la solidarietà sociale.

Alla domanda delle persone “perché lavori trenta ore a settimana per prendere poco più di 400€ al mese, chi te lo fa fare?” non sono sempre stata in grado di rispondere a tono.
Ora, dopo diversi mesi di servizio civile, mi sento in grado di rispondere a questa domanda: so che lavoro trenta ore a settimana e che prendo 400€ al mese, ma se avessi deciso di fare il servizio civile per i soldi sarei stata una sciocca: va tutto molto oltre a quei soldi che arrivano a fine mese. Nel fare il Servizio Civile al Don Calabria mi si è aperto un mondo nuovo, pur ammettendo che non è stato sempre facile, che l’inserimento all’interno del reparto non è stata una passeggiata, che arrivare a capire io in primis e poi far capire agli altri professionisti il mio ruolo è stato difficile, ma ora che sono inserita da un po’ posso dire di avere fatto fatica per un motivo ben più alto.

Conoscere le persone inserite in reparto, entrare pian piano a fare parte delle loro vite, condividere con loro le fatiche e le gioie della quotidianità, imparare l’arte dell’ascolto, accogliere le loro fragilità e i loro punti di forza, tutto questo va molto oltre i 400€ al mese.

Cecilia Murari - Redattrice di Gerico.Info -