RizVN Login

Area Soci Redattori



Un passato che illumina il presente

PER NON DIMENTICARE COME ERAVAMO

I PITOCHI

Fulminadi da un fraco de tempesta,
l’erba dei prè par ‘na metà passìa
brusà le vigne de la malatia
che no lassa i vilani mai de pèsta;

ipotecado tuto quel che resta,
col formento che val ‘na carestia,
ogni paese el g’à la so angonia
e le fameie un pelagroso a testa!

Crepà la vaca che dasea el formaio,
morta la dona a partorir ‘na fiola,
protestà le cambiale del notaio,

una festa, seradi a l’ostaria,
co un gran pugno batù sora la tola:
“Porca Italia” i bastiema: “ andremo via!

”E i se conta in fra tuti. – In quanti sio?
- Apena diese, che pol far strapasso;
el resto done co i putini in brasso,
el resto, veci e puteleti a drio.

Ma a star qua, no se magna no, par dio,
bisognerà pur farlo sto gran passo,
se l’inverno el ne capita col giasso,
pori nualtri, el ghe ne fa un desìo!

Drento l’Otobre, carghi de fagoti,
dopo aver dito mal de tuti i siori,
dopo aver fusilà tri quatro goti;

co la testa sbarlota, imbriagada,
i se da du struconi in tra de lori,
e tontonando i ciapa su la strada!

                                                               Berto Barbarani


"Silence": un film, un libro da non perdere

UNA PARABOLA QUIETAMENTE POTENTE

 

Si tratta di uno dei romanzi più famosi di Shusaku Endo. Scrittore giapponese nato da una famiglia cristiana e formatosi tra l'altro in Francia. Considerato una specie di Graham Greene giapponese per la sua attenzione alla dimensione religiosa e ai risvolti drammatici che essa ha nella vita dei suoi personaggi.

Questo libro, come spesso succede, è diventato famoso grazie alla trasposizione che il regista Martin Scorsese ne ha fatto in un film, uscito nelle sale nel 2016. E diamo a questo grande regista il merito, oltre ad aver realizzato un bellissimo film, di aver fatto conoscere l’opera del grande scrittore giapponese. Come a dire? L’arte cinematografica strettamente connessa all’arte della letteratura. Due arti, due modi di comunicare e di descrivere le vicende che ruotano attorno all’animo umano.     

La vicenda si svolge nel Giappone del XVII secolo, all’epoca dei martiri di Nagasaki. A un periodo di grande fioritura missionaria, ad opera soprattutto dei gesuiti, che aveva dato alla Chiesa cattolica la sensazione di aver trovato un paese particolarmente recettivo nei confronti della fede cristiana, subentra un periodo di grandi prove. Le autorità governative instaurano un periodo di ostilità che si trasforma in breve in aperta persecuzione. I missionari stranieri vengono cacciati dal paese od uccisi, le chiese rase al suolo, i cristiani costretti all’abiura. Ai superiori gesuiti è giunta la notizia che il superiore responsabile della missione giapponese, padre Ferreira, avrebbe pure lui abiurato. La sua sorte sembra avvolta nel mistero anche per la totale mancanza di comunicazioni in cui i governanti hanno chiuso il Giappone. Due giovani gesuiti, Sebastiao Rodrigues e Antonio Garrupe, giungono dal Portogallo a Macao e ottengono, dopo ripetute insistenze, dal provinciale del luogo il permesso di recarsi clandestinamente in Giappone alla ricerca di padre Ferreira.

Tre, a mio parere, gli interessanti nuclei tematici attorno a cui si potrebbe compiere una piccola sintesi dell’opera.

La fede.

La fede cristiana che a partire dal 1500, il periodo delle grandi scoperte geografiche, i grandi ordini religiosi tenteranno di esportare e impiantare, con esiti alterni, nei mondi appena scoperti. È l’epoca della fioritura degli ordini missionari dell’età moderna, tra i quali si distingue per forza e vitalità l’ordine dei gesuiti. La fede deve tradursi in missione; ha in sé la necessità di essere portata in ogni parte del mondo: la propagazione della fede accompagna, come lato migliore ma in certo modo anche come sostegno ideale o ideologico, l’opera delle scoperte, delle conquiste come anche la grande esplosione del commercio e degli affari. Nelle due grandi direttrici: in direzione nelle Americhe e, dall’altra parte, verso l’estremo oriente.

Risale al 1549 l’approdo e l’inizio dell’evangelizzazione del Giappone da parte di Francesco Saverio, il grande santo che rimarrà come modello e punto di riferimento per tutti i missionari.

È questa la fede che vivono Rodrigues e il suo compagno. Una fede baldanzosa, forte, monolitica, capace di innervare di un vigore straordinario tutta la propria vita fino al punto di spingerla a soffrire le peggiori torture e lo stesso martirio. È la fede in quell’ideale alto che i discepoli di Sant’Ignazio hanno abbracciato: “Ad maiorem Dei gloriam”. Si può comprendere come il giovane padre Rodrigues non possa credere alle dicerie che il suo maestro padre Ferreira, anche lui gesuita, abbia abiurato in terra giapponese, coprendosi della macchia indelebile del tradimento. Per lui è impossibile pensare una cosa del genere. Meglio mille volte credere che Ferreira sia scomparso perché ucciso in modo violento, da martire. È questa fede che condurrà Rodrigues a sbarcare in Giappone e a nascondersi conducendo una vita da topo braccato, protetto da un minuscolo numero di cristiani che continuamente rischiano la vita per lui e per il suo compagno Garrupe.

Questa fede non verrà meno anche se sarà costretta a confrontarsi con il dubbio a causa delle continue prove a cui la nuova vita di clandestino lo costringe.  La sua coscienza di cristiano e di prete è sempre più scossa dalle sofferenze che i poveri cristiani, sopravvissuti alle persecuzioni, debbono continuamente patire, a  causa sua, ovvero a causa di un sacerdote e straniero, e a causa del Dio cristiano a cui si sono affidati.

Arriviamo così al secondo nucleo tematico: il silenzio di Dio.

Si tratta del tema più ricorrente, che è stato scelto anche come titolo del libro. Dio tace sempre. Perché? Perché di fronte alle sofferenze dei suoi fedeli non dice nulla? E’ a partire da questa domanda che entra in crisi tutto il sistema di valori su cui è fondata la fede dei missionari. Perché una fede che dovrebbe portare salvezza conduce invece alle peggiori sofferenze in questo mondo? Qual è il senso di queste sofferenze inenarrabili?  

“Che cosa voglio dire? Io stesso non lo capisco bene. Solo che oggi, giorno in cui Mokichi e Ichizo hanno pianto, sofferto e sono morti a maggior gloria di Dio, non riesco a sopportare il monotono fragore dello scuro mare che erode la spiaggia. Dietro il silenzio di questo mare, il silenzio di Dio … la sensazione che mentre gli uomini levano la loro voce angosciata Dio rimane silenzioso, a braccia conserte” (p. 68).

La morte dei poveri, degli innocenti, non può non sbattere in faccia questa opprimente sensazione di abbandono e di sconforto totale.

“Quello era il mare che lambiva inesorabilmente i cadaveri di Mokichi e di Ichizo, il mare che li inghiottiva, il mare che, dopo la loro morte, si estendeva all’infinito con espressioni mutevoli. E al pari del mare, Dio era silenzioso. Il suo silenzio si prolungava” (p. 76).

Quando Rodrigues e il compagno Garrupe giungono come clandestini in Giappone le chiese sono state distrutte, il clero cacciato via. Si dice che i cristiani, all’inizio del 1600 fossero diventati più di trecentomila. Ora, intorno agli anni 1640, gli anni in cui è ambientato il romanzo, la chiesa è stata estirpata dal paese, almeno nel suo aspetto gerarchico e organizzativo. I pochi cristiani che ancora esistono, sono costretti ad una vita di clandestinità. Al culmine del dramma il protagonista si chiede fino a che punto sia giusto che i cristiani sopravvissuti siano sottoposti a tante prove.

È uno dei grandi temi, o drammi, che ha accompagnato tutta la storia della fede: il tema dell’incomprensibilità di Dio e dei suoi piani. Un tema che si colloca al centro stesso della fede. Potremmo, a questo riguardo, fare  tanti riferimenti anche biblici: i salmi, la preghiera per eccellenza, ci presentano spesso l’esperienza della preghiera come esperienza dell’assenza di Dio, della sua lontananza. Gesù stesso ha vissuto l’abisso di questa esperienza di abbandono nel Getsemani e sulla croce, quando ha urlato “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato!” che non è un grido di disperazione qualsiasi ma un’invocazione presa da un salmo.  

Il silenzio, l’incomprensibilità di Dio è pure un tema caro alla letteratura: basti pensare ai grandi scrittori russi, a Dostojevskij, a Tolstoj, a Gogol. Il silenzio di Dio ha fatto da sfondo alla Shoah, alla grande tragedia che ha colpito nel secolo scorso quello che si è sempre considerato il suo popolo eletto, preferito tra tutte le nazioni. Preferito ed eletto eppure non garantito dalle prove. Al contrario: proprio perché eletto costretto a subire le prove più dure: la dispersione, la diaspora e poi l’antisemitismo che ha portato ai campi di sterminio nazisti.

Possiamo pensare che la fede di Rodrigues stia vacillando di fronte a questo silenzio assordante. E invece alla fine essa si troverà completamente purificata, ridotta alla sua essenza, dopo un processo di conversione che la spoglia di ogni sovrastruttura trionfalistica. Fede significa dover fare i conti con il dolore, la sofferenza cercando continuamente il senso di queste esperienze.

Il terzo tema è quello della testimonianza, vissuta fino alla sua estrema conseguenza: il martirio. Martirio che nella storia raccontata si manifesta nel gesto dell’abiura. Sembra, ed è, un paradosso, un controsenso. Al martirio Rodrigues si è preparato. Eppure non è questo ciò che i magistrati giapponesi vogliono. Vogliono che il padre abiuri, come ha fatto tempo prima il padre Ferreira. E anche il giovane gesuita giungerà ad abiurare, nonostante tutta la volontà e la determinazione di non farlo. Ma l’abiura assume nel romanzo una connotazione completamente differente da quella che siamo abituati a pensare. Non si tratta di tradimento, ma dell’estremo atto di fedeltà: il gesto della vera testimonianza, in cui il protagonista è costretto a spogliarsi completamente di tutto sé stesso, del suo amor proprio, del suo desiderio di eroismo e anche di santità. L’abiura avviene non per debolezza, per fragilità ma per solidarietà totale con i cristiani, i poveri giapponesi, che gli stanno attorno e che sarebbero costretti ad una fine atroce. E’ proprio nel momento in cui deve compiere il gesto del fumie, ovvero del calpestamento della tavoletta che raffigura il volto di Cristo, che il gesuita sente finalmente la voce del suo Signore, quella voce che non udiva da tanto tempo. E si tratta di una voce molto chiara. La scena è di una bellezza commovente.

“E’ una formalità! Che cosa contano le formalità? L’interprete lo incita con voce concitata. “Compia solo il gesto esteriore di calpestare”.  Il prete solleva il piede. Prova in esso un dolore pesante, sordo. Quella non è una semplice formalità. Ora egli calpesterà ciò che ha considerato la cosa più bella della sua vita, ciò che ha ritenuto più puro, ciò che riempie gli ideali e i sogni di un essere umano. Come gli duole il piede! E poi il Cristo di bronzo gli dice: “Calpesta! Calpesta! Io più di ogni altro so quale dolore prova il tuo piede. Calpesta! Io sono venuto al mondo per essere calpestato dagli uomini! Ho portato la croce per condividere il dolore degli uomini.  Il prete posò il piede sul fumie. L’alba proruppe. E lontano il gallo cantò”. (p. 183-184).

Rodrigues percepisce finalmente che il silenzio di Dio si rompe, sente la voce del Cristo. Percepisce che il gesto che sta compiendo è proprio ciò che Dio vuole. Calpesta la tavoletta nel segno dell’amore, della solidarietà nei confronti delle altre vite. L’amore ha una valenza superiore alla stessa testimonianza, se si può dire così. O meglio l’amore, l’accoglienza del valore della vita altrui, è la forma estrema della testimonianza. Quel gesto segnerà la fine di ogni forma, di ogni segno di vita cristiana, nel territorio giapponese. Fino alla seconda metà del XIX secolo i cristiani continueranno ad essere banditi dal paese. Per tutto questo tempo il cristianesimo rimarrà presente alla maniera di un seme nascosto e reietto, privo di ogni connotazione di conquista, di potere e di apparenza esteriore.   

             

Stefano Costa - Redattore di Gerico.Info

Fotografia a Villa Buri

L'ASSOCIAZIONE BANDISCE UN CONCORSO

Con la Festa di Primavera di quest'anno ha preso il via il primo concorso fotografico organizzato dall'Associazione Villa Buri ONLUS, dal titolo “Le 4 stagioni a Villa Buri: momenti e natura”.  L'iniziativa, ideata dalla Commissione Progetti della ONLUS, è stata presentata con una conferenza nella mattinata di Domenica 23 Aprile, durante la quale sono state esposte regole e finalità.

Per l’occasione è intervenuto, assieme ad alcuni responsabili dell’Associazione, il signor Ardigò Giomarelli, in rappresentanza del Circolo Fotografico Veronese, storica realtà cittadina e partner di Villa Buri in questa proposta.

Obiettivo primario del concorso è far sì che gli abitanti della zona conoscano meglio la realtà della Villa, il suo patrimonio storico-naturale, le sue iniziative. Villa Buri, si è detto nel corso della conferenza, riceve le visite di molte persone, e in particolare di molti dotati di un dispositivo fotografico capace, se ben usato, di produrre vere opere d'arte. L'ambiente che si può incontrare, con la sua natura variegata, l'attività delle associazioni, la vita concreta degli operatori, offre molte occasioni allo scatto.

Aspetto cui si è voluto dar particolare risalto è quello dei momenti che si susseguono nel corso dell'anno, cui è stata dedicata una sezione specifica del concorso. La commissione ha inoltre voluto puntare sui social network: alcune foto scattate nel sito infatti hanno raggiunto un considerevole numero di contatti.

D'altro canto, affermano gli stessi relatori, se i contenuti multimediali sono tanto popolari online è meglio che si diffondano immagini come quelle che può offrire un’esperienza socialmente attiva come quella della ONLUS.

Ma andiamo con ordine: il concorso di suddivide in due categorie fondamentali: “Social”, appunto, e “Su stampa”. La categoria “Su stampa” è a sua volta composta da una sezione junior (aperta a ragazzi fino ai diciott'anni di età) e da una sezione senior (rivolta a partecipanti adulti), in modo da offrire la possibilità di competere sia ai fotografi più navigati che ai più giovani, e di spronare questi ultimi, spesso appassionati di quest'arte, ad utilizzare al meglio le proprie macchine.

Due sono anche i filoni tematici nel quale il concorso si articola: uno, più naturalistico, è dedicato alle stagioni, l'altro, come preannunciato, ai momenti, alle attività concrete organizzate nei luoghi della Villa, come la stessa Festa di Primavera.

La partecipazione è aperta a tutti/e, dai/lle bambini/e agli anziani/e, ed è gratuita. Le foto della sezione “Social” dovranno essere inviate all'indirizzo di posta elettronica Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. entro le ore 24 dell'ultimo giorno di ogni mese, e saranno pubblicate nell'apposito album sulla pagina Facebook dell'Associazione dalla commissione interna.

I vincitori saranno scelti in base al numero di “mi piace” che ogni foto riceverà nel corso del mese successivo. Chi volesse partecipare per la categoria “Su stampa” dovrà invece inviare le proprie fotografie all'indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. entro il 28 febbraio del prossimo anno. Queste foto saranno prese in esame da una giuria formata da un membro dell'Associazione, un membro del Circolo Fotografico Veronese, e tre esperti, che lavorerà fino alla settimana successiva alla Pasqua (1 aprile nel 2018), in modo che le opere vincitrici possano essere esposte in una mostra che si terrà nel corso della prossima Festa di Primavera.

I partecipanti di entrambe le categorie dovranno allegare ai loro lavori una domanda di partecipazione, che troveranno a seguito del regolamento del concorso, disponibile sul sito dell'Associazione con le norme da seguire e le caratteristiche tecniche che dovranno avere le foto. La ONLUS ha inoltre tenuto a precisare come il concorrente sia garante della liceità della foto e responsabile dei contenuti delle stesse.

L'importante, hanno affermato i relatori, è che i visitatori inizino a partecipare, perché, una volta avviatasi l'iniziativa, si potrà contare su un buon numero di contatti, garantito dai molti collegamenti che ha la pagina Facebook di Villa Buri. Nel caso il concorso incontrasse successo l'esperienza potrà essere riproposta negli anni successivi.

         

Team B&B 2.0 - Verona 
  

La Radio e il Racconto, che bella coppia!

ANIMA GRIGIA REMIX AL GIRO DI BOA

Anima Grigia Remix, il racconto che va in onda tutti i mercoledì alle 18:35 su Radio Popolare Verona 104 FM, ha raggiunto il suo giro di BOA.

Siamo giunti alla decima puntata ed il protagonista suo malgrado (ma non a sua insaputa), Angelo Jasmeno, si confronta con i lati oscuri della città che presumeva di conoscere bene, dopo anni passati ad occuparsi di “cazzate” nelle polverose stanze del municipio di Griza, ovvero della cronaca politica locale.

Per chi di noi partecipa al progetto di AG si tratta di un’esperienza vitale e divertente. Puntata dopo puntata abbiamo affinato la nostra presenza in radio rendendo la storia, si spera, più godibile.

Grazie alla collaborazione tra Publika, Gerico.info, Radio Popolare Verona abbiamo regalato uno spaccato originale sulla città che temiamo di diventare. Perché, come ricorda l’incipit del Romanzo: “Se solo il 50% dei difetti di Griza appartenesse alla vostra città, ebbene, sarebbe il caso di preoccuparsene”…

     

Gerico.info

Le sorprese di un mercatino di libri usati

UNA STORIA CHE INTERROGA E COINVOLGE

Pescato da un mercatino dell’usato in cui si possono trovare in modo inaspettato interessanti libri gratuiti, Everyman di Philip Roth si presenta fin da subito come una  lettura coinvolgente. Philip Roth è uno tra i più importanti romanzieri ebrei di lingua inglese, e nelle sale cinematografiche è da poco uscito il film tratto dal suo romanzo più famoso, Pastorale americana.

In Everyman l’autore racconta la tematica universale della morte tessuta attraverso la biografia del protagonista, il cui nome non verrà svelato nel corso del libro. Partendo dalla descrizione del funerale del nostro everyman, si passa alla delineazione pagina dopo pagina della sua vita, con dei salti temporali, poiché la memoria nel suo stream of consciousness, nell’analisi interiore, non è lineare; in questo modo si ricostruisce tassello dopo tassello la sua storia, nel medesimo stile che si ritrova anche in L’animale morente del 2001.

Come nel sogno americano, il personaggio principale è un uomo che si è fatto da sé, diventando però ciò che non voleva essere: abbandonata la passione della pittura per diventare pubblicitario in un’agenzia di New York, sposa tre donne molto differenti tra loro, con due figli di primo letto che lo detestano e una figlia che al contrario lo adora, sempre appoggiato nelle difficoltà della vita dall’amato fratello. Il protagonista ripercorre in modo sistematico i dolci ricordi dell’infanzia, come se fosse racchiuso in essi il seme originario dell’uomo che avrebbe voluto essere, ma le cui scelte ne hanno impedito la germinazione. In parallelo, rievocando la sua prima notte all’ospedale, quando era ancora un bambino, si giunge alle riflessioni che lo attanagliano nelle notti della vecchiaia, quasi morente, in cui si interroga sull’origine del dolore. È una domanda che affligge lui e di conseguenza il lettore: siamo ciò che vogliamo essere? Che senso ha la morte, e come essa cambia la visione del nostro passato? Abbiamo vissuto all’altezza delle nostre aspettative? Ognuno vorrebbe analizzare la propria esistenza come pagine di un libro da sfogliare, in cui peccati, vizi, virtù sono impressi sulla carta, e noi, astenendoci da un giudizio imputato al lettore che discerne il bene dal male, vediamo scorrere sotto gli occhi le mille sfaccettature di una vita intera.

Everyman è un uomo singolo, ma racchiude appunto ogni uomo: dall’universalità di un titolo si arriva alla specificità biografica e storica dell’essere umano. Everyman è anche il nome che il padre dà alla gioielleria di sua proprietà, e con cui riesce a far fortuna in un piccolo paesino americano. Nella quarta di copertina si specifica che il titolo deriva da un classico della prima drammaturgia inglese allegorica del 1400, il cui tema è la “chiamata di tutti i viventi alla morte”. Dunque si spiega anche la scelta di una copertina nera, vestita a lutto, che ci proietta con associazioni semantiche al funerale del protagonista nelle primissime pagine. Un inizio che è una fine, e non a caso l’ultima parola del libro è principio, come a volerlo racchiudere all’interno di un movimento circolare.

Ecco che le 123 pagine possono diventare una lettura interessante anche perché, alla luce delle notizie degli ultimi giorni, l’America è il palcoscenico in cui Roth, come in Pastorale americana (1997) e in Complotto contro l’America (2004), proietta la vita umana influenzata dal corso della storia. O viceversa.

 

Anna Chiara Lovato


Come catturare il lettore

UN ORIGINALE SAGGIO SUL ROMANZO

Come si condensa l’istinto creativo tipico dei pittori in un saggio sul romanzo che non è rivolto a specialisti del genere ma a un pubblico più vasto? James Wood, con il suo Come funzionano i romanzi - breve storia delle tecniche narrative per lettori e scrittori ha cercato di spiegare e “non spiegare” come si fa la narrativa.

James Wood è uno dei maggiori critici letterari americani  e con questo libro cerca di approcciarsi in maniera diversa alla domanda che spontanea sorge tra scrittori e critici letterari, ovvero: "da che cosa è fatto un romanzo?".

Wood afferma che la finzione narrativa va a braccetto con il reale: letteratura e vita si influenzano a vicenda. Ma, da un punto di vista individuale, chi legge o scrive osserva intensamente la realtà e, vivendo, assimila intensamente la pagina scritta, in una continua metamorfosi, dentro e fuori dal romanzo. Dunque analizzare l'intreccio, i personaggi, il dialogo, lo stile, e approfondire le tecniche scrittorie dell'artificio può rivelarsi uno strumento utile di conoscenza per il mondo. L'autore si chiede: perché un romanzo o un racconto ci catturano? Cos'è il narratore onnisciente? Come si costruisce un personaggio? A cosa servono i dettagli e come ci si immedesima? Cercando  di fornire risposte da scrittore e da lettore onnivoro di libri, come recita egli stesso ("Mi auguro che questo libro ponga domande teoriche ma offra risposte pratiche, o, per dirla in altri termini, rivolga domande da critico ma fornisca risposte da scrittore"), Wood spazia tra un notevole corollario di autori, dalla Bibbia a John Le Carré, da Flaubert a Henry James e McCarthy, da Anton Čechov a Italo Svevo, dalla Austen alla Woolf, analizzando gli elementi costitutivi della narrazione che, come una matrioska, rimandano sempre a un insieme complesso e allo stesso tempo univoco, e senza di uno non possono esistere tutti gli altri. Curioso a questo proposito il fatto che citi proprio Henry James  in esergo al suo saggio: "C'è un'unica ricetta: una cucina molto accurata".

Tra gli altri è interessante ricordare il capitolo in cui parla della coscienza, cioè il soliloquio interiore del personaggio, facendo un parallelismo tra il re Davide nell'Antico Testamento, Macbeth di Shakespeare, e Raskòl'nikov in Delitto e castigo. Davide, passeggiando, vede Betsabea ed è preso da una lussuria tale che decide di ucciderne lo scomodo marito, e ciò innesca una serie di eventi che portano alla sua caduta e punizione da parte di Dio. Macbeth viene punito anch’egli, in seguito alla profezia delle tre streghe secondo la quale ucciderà il re e ne indosserà il manto, non esplicitamente da Dio, ma dalla giustizia e dalla pietà. Infine Raskòl'nikov è contaminato allo stesso modo dall’assassinio di una miserabile usuraia, credendo di potersi innalzare al di sopra della moralità comune, ma anche lui deve accettare la sofferenza ed essere emendato da Dio. Il romanzo analizza le motivazioni inconsce dei tre personaggi e, mentre Davide si rivolge al suo unico pubblico, cioè Dio, in Macbeth avviene un ribaltamento anche per la forma teatrale del racconto, e siamo noi che udiamo il suo soliloquio; invece Raskòl'nikov, sbirciato dai lettori attraverso la pagina scritta, tende ad interrogare sé stesso in quanto autore del suo dolore, poiché l’idea di uccidere è stata una sua libera scelta, e nel romanzo possiamo cogliere il suo io, messo sotto esame, invisibilmente.

La lettura del saggio di James Wood offre un punto di vista non strettamente saggistico per capire come si legge ciò che stiamo leggendo, cioè libri, e, inoltre,  con una scrittura scorrevole e piacevole, ti fa interessare veramente agli autori, ti aiuta a capirne i meccanismi, i segreti, i punti forti e i punti deboli. Un vero spunto critico.

 
Anna Chiara Lovato



Teatri e cinema: troppi maleducati

Agenti provocatori di Sky?

A teatro, al cinema, e in molti altri luoghi, reali o virtuali, si dimostra che non sappiamo più vivere insieme.

E’ insopportabile il continuo luccichio dei cellulari mentre, dopo avere pagato da 8 a 10 euro, stai tentando di guardare un Film dopo esserti sorbito venti minuti di pubblicità per cui dovresti essere pagato tu.

E’ incredibile ascoltare i commenti di due sgallettati ad alta voce sull’ultima pizzata mentre, a teatro, Luchino dà inizio alla memorabile prima scena di “Natale in casa Cupiello”.

Resto annichilito da chi, nel bel mezzo di un concerto, deve rispondere al cugino su dove si trovano le pile del cellulare che lui deve avergli evidentemente fregato.

Gli scartatori dilettanti di caramelle, girandole, merendine Motta, potrei anche schiaffeggiarli in pubblico.

Queste persone stanno bene? Hanno necessità di un sostegno psicologico? Cosa ci vanno a fare ad uno spettacolo dove si deve stare zitti e al buio, se poi non ci riescono e devono dare continuamente segno di sé? Lo fanno per postarsi su facebook o come segno di disobbedienza incivile?

Del rispetto di un minimo di convivenza con il vicino, nemmeno l'ombra (tranne quella prodotta dal telefonino).

Sono pochi poi quelli che hanno voglia di imparare, o di ascoltare.

Una sciagurata pubblicistica ha insegnato loro che tutti possono fare tutto. Basta avere i soldi per il biglietto e puoi andare ovunque e comportarti per quello che sei.

Anche come un fesso che va al cinema solo per dire che ci è stato, rigorosamente smanettando su whatsapp.

Il punto è che a queste condizioni non sono più disponibile a pagare il biglietto o l'abbonamento.

Su sky on demand guardo quello che voglio, quando voglio e in compagnia di chi voglio.

Mi isola, lo so bene e mi preoccupa che questo sia il solo modo di fruire decentemente di uno spettacolo.

Da soli.

E allora facciamo in modo che le regole nelle sale vengano rispettate. In primo luogo da chi le gestisce.

Autore/Autrice Mauro
Curatore/Curatrice Gerico
   

.

Anima Grigia 2.0 - La Serata

Incontro con Angelo Jasmeno & Friends.

Mercoledì 25 novembre a Villa Buri, PublikaWeb, lo storico partner di GericoTV ha presentato la sua BlogNovel "Anima Grigia", con una frizzante serata a molte voci.

Come alcuni di voi sapranno, Angelo Jasmeno è un personaggio letterario, uscito dalla penna di Mauro Tedeschi. Una figura "virtuale" che poi è diventata parte della storia di questa piattaforma e non solo, data la sua poliedricità e il suo senso, non sempre apprezzato, della metafora e della provocazione.

Nel tempo però ha assunto una propria autonomia di pensiero e un proprio originale stile di scrittura. La firma Jasmeno è quasi sempre frutto di una riflessione collettiva, più che di un pensiero personale.

Lui è molto più simpatico del suo autore e, dato che il 25 si presentava una modello narrativo che non esiste sulla piazza, il progetto Anima Grigia 2.0, grazie alla collaborazione di persone del tutto normali, per quanto speciali, si poteva immaginare si facesse il deserto, luogo del resto abbastanza familiare a noi di Gerico.

Nessun giornale ne ha parlato, ma questo, diciamo, è nello standard.

Invece è stata una serata assai partecipata, gioiosa, e anche impegnata, animata da persone serie che non si prendono mai troppo sul serio.

Il Nostro ringrazia Nicola, attore della FIPA, Filodrammatica Partenopea, che lo impersona ormai da molti anni nelle occasioni mondane, Angela, Piergiorgio, Fabrizio, Silvia, Maurizio, Nicoletta, Rita che si sono impegnati/e perché la cosa funzionasse.

E ha funzionato.

     

Autore/Autrice Gerico
Curatore/Curatrice Gerico
Foto Gerico

.

La forza taumaturgica del perdono

Alla scoperta di un "eroe" americano, un po' anche di casa nostra.

Ho avuto la ventura di vedere il film "Unbroken"  uscito in questi giorni sugli schermi italiani.  La pellicola, prodotta e diretta da Angelina  Jolie, è la trasposizione cinematografica del libro "Sono ancora un uomo. Una storia epica di resistenza e coraggio",  scritto nel 2010 da Laura Hillebrand, e racconta la vera storia di Louis Zamperini. A parte la bontà o meno del film quello che mi ha sorprendentemente colpito è stata la figura del protagonista, una figura che merita di essere conosciuta, anche dalle nostre parti.

Anche se nella versione originale del film i dialoghi in italiano hanno una cadenza che rimanda vagamente alla parlata siciliana, in ossequio allo stereotipo che  "italiano" equivale a "terrone/mafioso", il protagonista è effettivamente figlio di due veronesi immigrati negli USA nei primi anni del '900. Louis Zamperini, infatti,  nasce nello stato di New York  il 26 gennaio del 1917 da Antonio Zamperini e da Luisa Dossi, originari da Castelletto di Brenzone, sponda veronese del Lago di Garda.

 La particolare predisposizione per l'atletica, per il fondo in particolare,  porta il giovane Zamp, come viene familiarmente chiamato nel film,  a partecipare alla gara dei 5000 metri alle Olimpiadi di Berlino nel 1936: nella  finale riesce a recuperare  posizioni su posizioni nel memorabile strepitoso ultimo giro di pista fino ad ottenere un insperato ottavo posto, e si guadagna le congratulazioni personali di Hitler.

Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, tuttavia, spazza via  tutti i sogni di gloria sportiva di Zamperini.  Nel maggio del 1943, durante un volo di ricognizione sul Pacifico, l'aereo su cui esercita le funzioni di mitragliere, precipita in mare per un guasto meccanico: Zamperini riesce  miracolosamente a salvarsi assieme ad altri due membri dell'equipaggio. Rimasto con i due sopravvissuti alla deriva nel Pacifico  su una scialuppa per 47 interminabili giorni, cibandosi esclusivamente di pesci e di uccelli marini, viene avvistato e fatto prigioniero dai giapponesi. Sopravissuto dopo due anni di prigionia e di brutalità  indicibili viene liberato al termine della guerra e può finalmente tornare a casa.

Gli anni che seguono sono anni caratterizzati da notti costellate da  incubi ricorrenti in cui si   rivede ancora in mano dei suoi aguzzini e il suo unico scopo di vita sembra essere la vendetta. Solo l'amore e la pazienza di Cynthia, la donna che Louis  sposa alla fine della guerra, riescono a liberarlo dai suoi incubi convincendolo a frequentare i raduni di un certo Billy Graham, un predicatore della Chiesa evangelica.  E' la sua salvezza definitiva:  nel 1949  Zamperini si "riconverte" al Cristianesimo, gli incubi cessano come d'incanto e si mette a predicare in giro per gli Stati Uniti, e non solo,  il potere salvifico del perdono.

Peccato che il "nostro" eroe non ce l'abbia fatta a vedere il film che racconta la sua storia: l'uomo che la guerra, il naufragio, il campo di concentramento non sono riusciti a spezzare (ecco spiegato il titolo del film), viene stroncato da un attacco di polmonite, alla veneranda età di 97 anni, nel luglio dello scorso anno.

Probabilmente non un santo (anche se rimane sempre valido il quesito bergogliano "Chi sono io per giudicare ?"), ma sicuramente una persona che ha trovato nel potere taumaturgico del perdono la forza per rimanere un uomo.     

Fonte Gianni
Curatore Gianni
   

.

Todo modo: lo stritolante potere del Potere

Alla Mostra del Cinema di Venezia la proposta di un film da rivedere.


Ancora colpisce e imbarazza lo scomodo film di Elio Petri, tratto dall'omonimo romanzo di Leonardo Sciascia,  che nel  1976 mise a nudo la crisi morale dei potenti  democristiani e prefigurò  l'uccisione di Moro. La pellicola, sparita quasi subito dalla circolazione e rimasta praticamente sotto sequestro per trent'anni, è stata presentata a Venezia  dopo un  restauro che permette di apprezzarne l'alto livello tecnico.

Questo, le musiche di Morricone e un cast di attori prestigiosi (Marcello Mastroianni, Gian Maria Volontè,  Mariangela Melato, Michel Piccoli) bastano per dire che vale la pena andare a vedere il film.

Ma c'è una ragione di più: "Todo modo" obbliga a ripensare ad un  passaggio cruciale della nostra storia recente, gli anni Settanta, foriero di tante disgrazie successive, fino alla attuale distruzione della credibilità della politica.

La storia è ambientata in un surreale hotel di lusso per esercizi spirituali ignaziani, proposti a uomini potenti, che hanno in mano la politica, l'economia, la magistratura e, professandosi credenti, coltivano una ossequiente deferenza verso la gerarchia cattolica."Todo modo para buscar la voluntad divina" è il motto degli esercizi che si svolgono in un vasto piano sotto terra, simile ad una catacomba (discendere per ascendere), dove si trovano le camere dei convenuti e la cappella per la meditazione quotidiana, predicata da un carismatico prete-padrone (Mastroianni).

Sembra di scendere in un girone infernale dove le ambizioni e i rancori personali, e le lotte di potere tra le correnti della Democrazia Cristiana creano una cupezza opprimente, in cui appaiono quasi normali gli omicidi che iniziano a verificarsi. Fino all'ecatombe finale,  che prefigura metaforicamente la fine di una intera classe politica, che sarebbe avvenuta quindici anni dopo con tangentopoli.

Il regista, nell'intento esplicito di attaccare violentemente la classe dirigente democristiana nel periodo in cui si  preparava il compromesso storico, non rende giustizia ad una figura complessa e di alto profilo come  quella Aldo Moro e rischia di scadere in una rappresentazione semplicistica con tratti quasi da macchietta: una provocazione che può spingere qualche spettatore ad approfondire la conoscenza di Moro e del suo progetto politico poi affossato dalle Brigate Rosse (o da chi per esse).

Un film da cineforum, di ieri e di oggi.

Fonte Alberto Lissandrini
Curatore Marisa
 

.