RizVN Login

Area Soci Redattori



Un Cristianesimo di piccoli numeri

UN PICCOLO SEME, CAPACE DI PROFEZIA E SPERANZA




La luce sta tornando a prevalere. Solo una settimana fa  eravamo immersi in una fitta coltre di nebbia. Ora il sole è tornato a risplendere e farci sentire sulla pelle il suo calore, sia pur per le poche ore al centro della giornata. Fino a Natale sembrava che il freddo prevalesse su ogni cosa invitando tutti a rimanersene rintanati al calduccio del proprio rifugio. Ora sta nascendo qualcosa di nuovo. O meglio sta tornando qualcosa che già conosciamo. Sappiamo che l’inverno è solo una fase, che è comunque necessario rimanere per un po’ di tempo raccolti, in una sorta di contrazione che permette di risparmiare e valorizzare le energie. Il Sol invictus, come era chiamato dagli antichi romani, ha girato la boa, può riprendere il suo corso. Le giornate cominciano ad allungarsi. L’inizio dell’inverno, con le giornate più corte dell’anno, coincide con la ripresa della crescita. Il cammino della vita non finisce mai. Non esiste mai la parola fine per la nostra esistenza. Ci possono essere interruzioni, fermate provvisorie, momenti di smarrimento, in cui ci sembra di non percepire più il senso della strada che ci sta dinanzi, forse altri momenti di assopimento. Ma si tratta, appunto, di fasi, di momenti destinati a passare. È proprio nel momento in cui ci sembra di toccare il fondo che può presentarsi l’opportunità di una inaspettata ripresa. Il momento della morte può essere inizio di nuova vita. Per se stessi, o per gli altri che vengono dopo di noi, come anche a livello cosmico, dei grandi eventi naturali. È la logica della Resurrezione, presente già nei giorni del Natale.   

In questi tempi di freddo inverno la Chiesa ha voluto fin dai primi secoli celebrare l’inizio della storia della redenzione affermando che la luce che riprendeva il suo corso in mezzo alle tenebre e ai rigori del freddo è rappresentata al meglio dal neonato posto nell’oscurità di una capanna. Il neonato è importante perché è già anticipo del Cristo morto e risorto. Con lui, nel segno di questo piccolo, si ha una vera svolta nella storia, un cataclisma di positività che può riempire l’uomo, ogni uomo, di speranza e gioia. L’umanità sa che non è lasciata in balia delle proprie pulsioni e dei propri egoismi. Dio è entrato a farne parte, condividendo la vicenda di ogni essere umano dal momento della nascita (povera ed esclusa, fuori dalle mura della città) fino al momento della morte tragica sulla croce, anch’essa fuori dalle mura.

Si dirà che siamo sempre in meno a credere e a celebrare un Natale di questo tipo. Si dirà che il mondo ormai sta andando tutto in altre direzioni. Il consumismo e l’accumulo delle cose attutisce ogni voce impedendoci di alzare lo sguardo verso un orizzonte differente da quello del piatto presente. Si  dirà che le chiese stanno mostrando dei paurosi e preoccupanti vuoti, anche in questi giorni in cui solitamente erano stracolme di fedeli. Ma non è una questione che riguarda ovviamente solo questi giorni. Chi vive una certa passione per la chiesa - perché di questa chiesa sente di far parte, di esserne comunque e in ogni caso sempre figlio - può avvertire la sensazione di un brivido, di una certa freddezza e stanchezza che sale e avvolge le membra. “Dove sta andando questa chiesa? Cosa rimarrà di lei? Magari tra venti o trent’anni? Perché è tanto difficile vedere anche per lei un certo ricambio di tipo generazionale? Ci sarà un futuro per questa fede oltre la miriade di edifici e di opere d’arte che hanno contrassegnato secoli di storia, di arte e di cultura e che ora sembrano irrimediabilmente abbandonati, o quasi? Quale futuro si può immaginare per questi cristianesimo che ha plasmato due millenni di storia?”

Tanti segnali ci portano ad essere consapevoli che le chiese e le grandi strutture ecclesiali saranno sempre più vuote, destinate a trasformarsi nel migliore dei casi in musei o in edifici importanti ma solo dal punto di vista storico e culturale. Ma la fede non è cultura; è altra cosa. È vita, evento, capace certo di generare anche cultura.

Il cristianesimo del futuro sarà un cristianesimo di piccoli, forse minuscoli, numeri. Un insieme di piccole comunità come immaginava con un certo realismo già tanti anni fa il cardinal Ratzinger. Un cristianesimo di minoranza e necessariamente di maggior qualità, se si può dir così. Un Cristianesimo del piccolo seme, capace di profezia e di speranza. Un cristianesimo in cui il Vangelo (e Gesù Cristo) torni ad essere veramente e concretamente il centro di tutto.

La sensazione dell’inverno nel quale viviamo può spingerci a rintanarci nei nostri più o meno confortevoli rifugi, declinando ogni responsabilità e apprendendo a vivere esclusivamente nella dimensione del privato.

Eppure questa Chiesa, questa proposta evangelica, questa – chiamiamola così – chiesa del futuro, non possono andare avanti a prescindere da  quello che ciascuno può fare. Non si realizzerà se non attraverso le scelte che ciascuno di noi, pochi o tanti, sapremo fare.  

Per tornare alle suggestioni date dal clima invernale che stiamo vivendo possiamo fare alcune altre sottolineature. In primo luogo dobbiamo affermare che la vita va avanti sempre. E’ andata avanti fino ad oggi e andrà avanti ancora, anche dopo di noi, con i nostri figli, e con i nostri nipoti (nonostante il calo vertiginoso della natalità). La vita non è una realtà statica, una meta acquisita una volta per sempre. Essa andrà avanti a modo suo, non secondo i nostri schemi, non secondo le previsioni dei sociologi e dei futurologi. Essa si presenta sempre con il carattere della novità.

La novità del sole che sorge e che ancora una volta viene ad illuminare di luce la giornata che inizia e che sarà per forza diversa da ieri anche se saremo sempre noi a viverla. Una novità che non ha il sapore dell’effimero, ma di una cosa che vale

Infinitamente, una novità che ha il sapore dell’eternità. Il profeta Isaia parla di un Dio che fa una cosa nuova.  “Ecco faccio una cosa nuova? Non ve ne accorgete?” (Is 43,19)  

Dio fa novità perché Lui stesso è novità. È inaspettata sorpresa. È colui che travalica i confini del noto, del previsto, del consueto, del già sistematizzato, del si è fatto sempre così. L’esperienza spirituale vera fa superare un mal inteso concetto di tradizione che in fondo corrisponde solo a tradizionalismo e immobilismo, mentre dal punto di vista etimologico, la parola traditio esprime una grande dinamicità, una grande forza, una capacità di rinnovamento, di andare avanti, la capacità di vivere un valore (passato) che ci è stato trasmesso come un tesoro che è capace di parlare e di dare frutto anche nei tempi che ci stanno davanti. Traditio significa appunto ricevere una consegna da qualcuno che è venuto prima di noi per andare avanti, per fare la nostra parte, perché il messaggio evangelico, la vita cristiana, possa essere disponibile anche per le generazioni che vengono dopo di noi. Novità non è antitetica al concetto di Traditio. Al contrario ne è il cuore, la linfa vitale. La Traditio può continuare appunto perché c’è lo Spirito che suggerisce di fare “cose nuove”. La storia della Chiesa è un flusso ininterrotto di scelte, di realizzazioni che lo Spirito ha suggerito di fare per rendere presente il Vangelo di Gesù. Ogni santo è stato strumento di questo grande disegno di innovazione e di salvezza.

Certo occorre attrezzarsi a saperci mettere dalla parte della “cosa nuova” che sta nascendo, che continuamente nasce. “Non ve ne accorgete?” Il problema non è il nuovo che avanza e che avanza comunque e in ogni caso, ma il fatto che ce ne sappiamo accorgere. “Non ve ne accorgete?” Questo invito di Isaia può essere declinato in tantissimi modi. In fondo anche l’attitudine alla Vigilanza dell’Avvento poteva essere un modo per imparare ad accorgersi del nuovo che avanza. Un nuovo modo di essere chiesa, di vivere esperienze di condivisione, un nuovo modo di celebrare, nonostante le batture d arresto che continuamente siamo costretti a vivere … Forse è proprio questo che dobbiamo fare: imparare ad accorgerci del nuovo che già è in mezzo a noi e metterci dalla sua parte, metterci dalla parte della chiesa del futuro. In caso contrario siamo condannati ad essere cristiani tradizionalisti, persone legate ad un passato ammuffito e incapace di interessare l’uomo d’oggi nonché di parlare al suo cuore.             

                                                                     

Stefano Costa -  Redattore di Gerico.Info 
e-max.it: your social media marketing partner