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Le insidie oscure del male e del potere

"I PROMESSI SPOSI": UN ROMANZO PIU' CHE MAI ATTUALE

Ho appena finito di leggere il bel  libro del filosofo Salvatore Natoli: “L’animo degli offesi e il contagio del male” (Edizioni Il Saggiatore, pp. 91). L’autore prende spunto per le sue considerazioni da un passaggio del secondo capitolo de I Promessi sposi di Alessandro Manzoni.

... Renzo intanto camminava a passi infuriati verso casa, senza aver determinato quel che dovesse fare, ma con una smania addosso di fare qualcosa di strano e di terribile. I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano gli animi degli offesi. Renzo era un giovine pacifico e alieno dal sangue, un giovine schietto e nemico d’ogni insidia; ma, in que’ momenti, il suo cuore non batteva che per l’omicidio…

Natoli parte dal celebre romanzo guidando i lettori al cuore dei dilemmi dei personaggi e delle loro reazioni alle difficoltà dell’esistenza proprio per riflettere sui concetti di bene, di male, di potere, di fede, di peccato e di perdizione. Al centro de I promessi sposi c’è soprattutto il male inferto che gli animi offesi provocheranno a loro volta. L’interrogativo è dunque di come si possa uscire da questo meccanismo che spinge la persona offesa a reagire rendendola artefice a sua volta di un crimine. Ogni atteggiamento reattivo replica il misfatto ma non lo riscatta. Lo spirito di vendetta ne è la nèmesi.

La riflessione di Natoli fa riferimento ad un passaggio del romanzo in cui Renzo, dopo aver estorto a don Abbondio il nome di colui che ne impedisce le nozze con la fidanzata Lucia, esce turbato ed infuriato dalla canonica e immediatamente, mentre è sulla via di ritorno a casa, gli vengono pensieri di omicidio cioè di come fare ad uccidere don Rodrigo. Nella riflessione del Manzoni emerge la dimensione epidemica del male: l’offeso, anche se vittima, può essere pervertito e spinto al male. Renzo fortunatamente pensa a Lucia e in un certo senso la situazione s’acquieta perché pensa alle conseguenze. Si sottrae quindi alla dimensione epidemica del male perché la vendetta non redime dal male ma lo perpetua. La vendetta replica la colpa e quindi l’allarga a raggio infinito. Bisogna quindi distinguere tra una risposta reattiva in cui il soggetto è passivo, riproduce la passività e per quanto vittima resta ancora più vittima e la risposta attiva in cui il soggetto riflette, pensa alle conseguenze e si rende conto che se si restituisce il male con il male si rafforza il male. Questo passaggio si ripete costantemente nel romanzo perché tante vittime diventano esse stesse colpevoli perché il sopruso ha un doppio risultato: è grave in quanto sopruso, ma è ancora più grave perché trasforma le vittime in criminali.

E’ interessante anche notare che la frase del Manzoni è l’unica citata da Primo Levi nel suo libro I sommersi e i salvati ed esattamente nella zona grigia dove l’elemento dell’oppressione trasforma una persona che nella vita sarebbe stata innocua o quanto meno neutra in una macchina d’iniquità, dove per difendersi diventa essa stessa assassina.

Un altro tema che domina il romanzo del Manzoni, sin dalle prime battute, è il potere che con il male ha sempre strettamente a che fare. Un potere che per suo compito dovrebbe procurare il bene per la sua capacità di contenere il male. Capita spesso invece che il male venga avvallato dal potere o comunque non s’opponga ad esso, E’ altrettanto colpevole dunque chi a quel potere non s’oppone, chi per quanto piccola sia la sua forza rinuncia al proprio diritto e al proprio dovere di resistenza. Questo pensiero è chiaro in Manzoni quando descrive le dimensioni del potere.

C’è il potere arbitrario e prevaricatore di don Rodrigo che è un potere capriccioso e violento. Egli è un signorotto feudale che vuole prendere quello che desidera. Rappresenta un potere prevaricatore soprattutto nei confronti dei deboli. Quando padre Cristoforo reagisce  e lo mette alle corde entra un secondo livello di potere che è il potere ipocrita, che non è immediatamente violento, ma che cerca di aggiustare, di avvallare, di sedare, di sopire. Questo aspetto è ben evidente nel colloquio tra il padre generale dei Cappuccini e il conte zio dove emerge la richiesta di mettere a tacere tutta la vicenda. Il padre generale deve difendere il suo ordine monastico e non può quindi permettere che don Rodrigo attacchi impunemente padre Cristoforo, non per padre Cristoforo ma perché deve essere difeso l’ordine mentre il conte zio non può accettare che il nipote debosciato possa essere messo sotto accusa da un frate. Qui non c’è l’immediata prevaricazione del potere barbaro e presuntuoso ma vi è un potere che s’accorda. Un  potere quindi che non estirpa il male ma che tende a moderarlo, a farlo passare sottobanco permettendo che il sottobosco maligno rimanga. Il potere più pericoloso è questo. E’ il potere dell’omissione, del basso compromesso. Oggi il potere più grave non è tanto il potere prevaricatore e violento ma è il potere che vuole il compromesso. La mafia, la camorra di cosa vivono se non di compromessi iniqui, d’intrallazzo, di coperture?

C’è infine il potere buono perché il potere di per sé non è male ed è quello del cardinale Federigo. Il cardinale rappresenta il potere buono, il potere che si sente responsabile. Egli accusa don Abbondio di aver ceduto, di aver avuto paura. Lo rimprovera del fatto che avrebbe potuto rivolgersi a lui che lo avrebbe aiutato. Il comportamento del cardinale Federigo evidenzia che non è il potere in quanto tale che è maligno, ma siccome il potere si esercita, esso ha dentro di sé questa doppia possibile evoluzione: da un lato può diventare prepotenza e dall’altro lato invece può diventare servizio.

L’autore infine esamina l’aspetto della Provvidenza. Per Natoli la Provvidenza è un dispositivo razionale. L’uomo deve trovare una coerenza in una vita frammentata, piena di accidenti perché se non lo fa impazzisce. C’è la Provvidenza in senso alto, che regola la storia, cioè Dio, ma poi l’uomo deve essere capace di dare coerenza alla sua vita. La fede aiuta ma non risolve i problemi. Renzo deve trovare la sua strada e allora ci vuole il discernimento cioè nell’accidente è necessario saper leggere quella condizione, saperla analizzare e saperne uscire nel modo migliore. La Provvidenza è la considerazione delle diverse possibilità e della via migliore da intraprendere. Renzo trova la strada perché, di volta in volta, sa vedere qual è la via giusta, la via migliore. Si consiglia, parla con gli altri perché la via non la si trova mai da soli, bisogna avere un rapporto con gli altri, con le persone affidabili. La Provvidenza è, secondo Natoli, dare una trama, una tessitura ai fili lacerati della storia.

Paolo Veronese

Paolo Veronese - Redattore di Gerico.Info
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