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Salvini: la fragilità del presunto uomo forte

IN UN PAESE PIENO DI RABBIA E DI RISENTIMENTO

L’Istat presentava, qualche settimana fa, i dati economici e sociali per descrivere la realtà attuale del nostro Paese. I dati ci davano l’immagine un po’ sconfortante di un’Italia avvolta nelle spire di una crisi economica che non vuol finire, con la continua perdita di posti di lavoro, con un PIL che non torna a crescere, con il problema dei giovani, della denatalità … La situazione del paese può essere riassunta con l’immagine di un’Italia stanca e molto demotivata, incapace di guardare al futuro che le sta davanti con fiducia e creatività. Come se le energie facessero fatica a risvegliarsi. Fanno fatica a risvegliarsi perché non si sentono sufficientemente motivate a farlo. A quest’immagine se ne accompagna un’altra: quella di un paese rabbioso, pieno di risentimento, incattivito. È molto facile, quando le cose non vanno bene (o quando ci viene continuamente detto che non vanno bene) prendersela con qualcuno di esterno, un altro da noi. Un capro espiatorio su cui indirizzare tutta la nostra rabbia, che in fondo nasconde solo impotenza e codardia. È a questo punto che entra in campo Salvini e la sua Lega.  

È a Salvini che il Paese si è affidato e sembra affidarsi sempre di più (almeno secondo quanto dicono i sondaggi). Se il Paese è incattivito, se sempre più gente ragiona con la pancia o con i genitali anziché con il cuore e con la ragione (ma questo è un male comune anche a tanti altri Stati), il più cattivo di tutti, il cattivo per antonomasia sembra essere proprio lui: Salvini. E lui non si vergogna di questo. Si fa’ un vanto di questa sua presunta cattiveria. In una sorta di delirio di onnipotenza sa di essere il primo, pensa e sa di essere l’uomo più potente del Paese in quanto personificazione del sentimento di cattiveria e di paura comune alla maggioranza degli italiani. Una sorta di “unto”, di “messia” alla rovescia. Un messia delle tenebre, della chiusura, della paura, del razzismo. Un messia che incute paura anziché gioia e speranza. E sappiamo con quanta insistenza continui a ripetere il suo mantra: “Rappresento gli italiani”.

Quali poi non si sa? I mass-media si prestano ad essere cassa di risonanza dei suoi messaggi primitivi e semplicistici (su Twitter, istagram etc, ma quando ha il tempo di governare?) e succede, così, che sempre più gente finisca per credere che sia proprio così, che lui sia proprio l’uomo (forte) di cui il nostro Paese ha bisogno in questo momento storico. La propaganda di regime funziona sempre. E la maggioranza dei media sembra abbiano imboccato la strada dell’accondiscendenza graduale alla versione della realtà che il regime fa’.

E invece bisogna dire di NO! Bisogna dire che Salvini non ci rappresenta. Bisogna dire che gli italiani non sono come lui, anche se quelli come lui sbraitano e urlano più forte finendo per occupare i posti di maggior visibilità. Lo spoil system tanto denigrato negli altri ora è stato fatto proprio in tutto e per tutto dai partiti dei due vicepremier.

Gli italiani non sono come te, Salvini, non si sentono affatto rappresentati da te, anche se i tuoi sondaggisti possono farti credere e farci credere che il consenso nei tuoi confronti sia in continuo aumento. Certo che l’incutere continuamente terrore e paura paga, ma solo nel breve periodo, non nei tempi lunghi.

Alla politica e ai provvedimenti beceri e crudeli presi a livello di vertice (il famigerato decreto Salvini sull’immigrazione) fa’ da riscontro, a livello locale, la sollevazione dei sindaci che mostrano le conseguenze nefaste a cui condurrebbe l’applicazione totale di questo decreto: come per esempio il fatto che i comuni non possono iscrivere gli immigrati all’anagrafe perdendo ogni diritto di assistenza sanitaria, impedendo loro l’accesso ad ogni servizio. È questo che il decreto vuole: che gli immigrati siano condannati a diventare invisibili, vengano spinti  violentemente nel terreno della clandestinità, che è molto vicino all’illegalità. Sono loro, i sindaci, gli amministratori, i politici di base, che hanno il polso della realtà e che dimostrano molto spesso una competenza e una preparazione dieci volte superiore ai nostri rappresentanti nazionali eletti sull’onda dell’emotività e del martellamento mediatico, ad indicare le conseguenze nefaste che una legge come questa finirebbe per avere. Una legge criminogena, qualcuno l’ha definita, che crea sempre più ancor marginalità (e magari anche delinquenza) anziché integrazione.  

Gli italiani non sono con te, Salvini. Perché tu non sei dalla parte degli italiani. Non vuoi il bene degli italiani.  Vuoi solo il tuo bene. Volere il bene degli italiani vorrebbe dire pensare al bene, al vero bene, del Paese, al suo futuro, ai giovani, al lavoro, alla natalità. E non presentare gli immigrati come se fossero la causa di tutti i mali. Non tentare di convincerci continuamente di essere in guerra con loro, in guerra con i poveri. E a creare mura e chiusure con le tue soluzioni da uomo forte.

In realtà Salvini guarda solo al consenso elettorale. Perché è questo che gli interessa prima di tutto, anche con i provvedimenti sui migranti. Se avesse a cuore il bene del Paese penserebbe a loro, ai migranti, non come un problema, ma come una opportunità. Esattamente per l’opportunità che loro rappresentano: il futuro del nostro Paese. Loro sono gli italiani di domani, ma anche già di oggi.  È quello che ha ben compreso il presidente Mattarella che, nel discorso di fine anno, si è rivolto a loro come ai nuovi italiani. Ma si capisce che Mattarella è altra cosa da Salvini. Mattarella rappresenta il punto di riferimento, il faro, in mezzo alla melma e al fango di una classe politica che si dimostra sempre più inadeguata e incompetente, nonostante il consenso di cui gode.                                                                                            

                                                                                  

Stefano Costa - Redattore di Gerico.Info

Un Cristianesimo di piccoli numeri

UN PICCOLO SEME, CAPACE DI PROFEZIA E SPERANZA




La luce sta tornando a prevalere. Solo una settimana fa  eravamo immersi in una fitta coltre di nebbia. Ora il sole è tornato a risplendere e farci sentire sulla pelle il suo calore, sia pur per le poche ore al centro della giornata. Fino a Natale sembrava che il freddo prevalesse su ogni cosa invitando tutti a rimanersene rintanati al calduccio del proprio rifugio. Ora sta nascendo qualcosa di nuovo. O meglio sta tornando qualcosa che già conosciamo. Sappiamo che l’inverno è solo una fase, che è comunque necessario rimanere per un po’ di tempo raccolti, in una sorta di contrazione che permette di risparmiare e valorizzare le energie. Il Sol invictus, come era chiamato dagli antichi romani, ha girato la boa, può riprendere il suo corso. Le giornate cominciano ad allungarsi. L’inizio dell’inverno, con le giornate più corte dell’anno, coincide con la ripresa della crescita. Il cammino della vita non finisce mai. Non esiste mai la parola fine per la nostra esistenza. Ci possono essere interruzioni, fermate provvisorie, momenti di smarrimento, in cui ci sembra di non percepire più il senso della strada che ci sta dinanzi, forse altri momenti di assopimento. Ma si tratta, appunto, di fasi, di momenti destinati a passare. È proprio nel momento in cui ci sembra di toccare il fondo che può presentarsi l’opportunità di una inaspettata ripresa. Il momento della morte può essere inizio di nuova vita. Per se stessi, o per gli altri che vengono dopo di noi, come anche a livello cosmico, dei grandi eventi naturali. È la logica della Resurrezione, presente già nei giorni del Natale.   

In questi tempi di freddo inverno la Chiesa ha voluto fin dai primi secoli celebrare l’inizio della storia della redenzione affermando che la luce che riprendeva il suo corso in mezzo alle tenebre e ai rigori del freddo è rappresentata al meglio dal neonato posto nell’oscurità di una capanna. Il neonato è importante perché è già anticipo del Cristo morto e risorto. Con lui, nel segno di questo piccolo, si ha una vera svolta nella storia, un cataclisma di positività che può riempire l’uomo, ogni uomo, di speranza e gioia. L’umanità sa che non è lasciata in balia delle proprie pulsioni e dei propri egoismi. Dio è entrato a farne parte, condividendo la vicenda di ogni essere umano dal momento della nascita (povera ed esclusa, fuori dalle mura della città) fino al momento della morte tragica sulla croce, anch’essa fuori dalle mura.

Si dirà che siamo sempre in meno a credere e a celebrare un Natale di questo tipo. Si dirà che il mondo ormai sta andando tutto in altre direzioni. Il consumismo e l’accumulo delle cose attutisce ogni voce impedendoci di alzare lo sguardo verso un orizzonte differente da quello del piatto presente. Si  dirà che le chiese stanno mostrando dei paurosi e preoccupanti vuoti, anche in questi giorni in cui solitamente erano stracolme di fedeli. Ma non è una questione che riguarda ovviamente solo questi giorni. Chi vive una certa passione per la chiesa - perché di questa chiesa sente di far parte, di esserne comunque e in ogni caso sempre figlio - può avvertire la sensazione di un brivido, di una certa freddezza e stanchezza che sale e avvolge le membra. “Dove sta andando questa chiesa? Cosa rimarrà di lei? Magari tra venti o trent’anni? Perché è tanto difficile vedere anche per lei un certo ricambio di tipo generazionale? Ci sarà un futuro per questa fede oltre la miriade di edifici e di opere d’arte che hanno contrassegnato secoli di storia, di arte e di cultura e che ora sembrano irrimediabilmente abbandonati, o quasi? Quale futuro si può immaginare per questi cristianesimo che ha plasmato due millenni di storia?”

Tanti segnali ci portano ad essere consapevoli che le chiese e le grandi strutture ecclesiali saranno sempre più vuote, destinate a trasformarsi nel migliore dei casi in musei o in edifici importanti ma solo dal punto di vista storico e culturale. Ma la fede non è cultura; è altra cosa. È vita, evento, capace certo di generare anche cultura.

Il cristianesimo del futuro sarà un cristianesimo di piccoli, forse minuscoli, numeri. Un insieme di piccole comunità come immaginava con un certo realismo già tanti anni fa il cardinal Ratzinger. Un cristianesimo di minoranza e necessariamente di maggior qualità, se si può dir così. Un Cristianesimo del piccolo seme, capace di profezia e di speranza. Un cristianesimo in cui il Vangelo (e Gesù Cristo) torni ad essere veramente e concretamente il centro di tutto.

La sensazione dell’inverno nel quale viviamo può spingerci a rintanarci nei nostri più o meno confortevoli rifugi, declinando ogni responsabilità e apprendendo a vivere esclusivamente nella dimensione del privato.

Eppure questa Chiesa, questa proposta evangelica, questa – chiamiamola così – chiesa del futuro, non possono andare avanti a prescindere da  quello che ciascuno può fare. Non si realizzerà se non attraverso le scelte che ciascuno di noi, pochi o tanti, sapremo fare.  

Per tornare alle suggestioni date dal clima invernale che stiamo vivendo possiamo fare alcune altre sottolineature. In primo luogo dobbiamo affermare che la vita va avanti sempre. E’ andata avanti fino ad oggi e andrà avanti ancora, anche dopo di noi, con i nostri figli, e con i nostri nipoti (nonostante il calo vertiginoso della natalità). La vita non è una realtà statica, una meta acquisita una volta per sempre. Essa andrà avanti a modo suo, non secondo i nostri schemi, non secondo le previsioni dei sociologi e dei futurologi. Essa si presenta sempre con il carattere della novità.

La novità del sole che sorge e che ancora una volta viene ad illuminare di luce la giornata che inizia e che sarà per forza diversa da ieri anche se saremo sempre noi a viverla. Una novità che non ha il sapore dell’effimero, ma di una cosa che vale

Infinitamente, una novità che ha il sapore dell’eternità. Il profeta Isaia parla di un Dio che fa una cosa nuova.  “Ecco faccio una cosa nuova? Non ve ne accorgete?” (Is 43,19)  

Dio fa novità perché Lui stesso è novità. È inaspettata sorpresa. È colui che travalica i confini del noto, del previsto, del consueto, del già sistematizzato, del si è fatto sempre così. L’esperienza spirituale vera fa superare un mal inteso concetto di tradizione che in fondo corrisponde solo a tradizionalismo e immobilismo, mentre dal punto di vista etimologico, la parola traditio esprime una grande dinamicità, una grande forza, una capacità di rinnovamento, di andare avanti, la capacità di vivere un valore (passato) che ci è stato trasmesso come un tesoro che è capace di parlare e di dare frutto anche nei tempi che ci stanno davanti. Traditio significa appunto ricevere una consegna da qualcuno che è venuto prima di noi per andare avanti, per fare la nostra parte, perché il messaggio evangelico, la vita cristiana, possa essere disponibile anche per le generazioni che vengono dopo di noi. Novità non è antitetica al concetto di Traditio. Al contrario ne è il cuore, la linfa vitale. La Traditio può continuare appunto perché c’è lo Spirito che suggerisce di fare “cose nuove”. La storia della Chiesa è un flusso ininterrotto di scelte, di realizzazioni che lo Spirito ha suggerito di fare per rendere presente il Vangelo di Gesù. Ogni santo è stato strumento di questo grande disegno di innovazione e di salvezza.

Certo occorre attrezzarsi a saperci mettere dalla parte della “cosa nuova” che sta nascendo, che continuamente nasce. “Non ve ne accorgete?” Il problema non è il nuovo che avanza e che avanza comunque e in ogni caso, ma il fatto che ce ne sappiamo accorgere. “Non ve ne accorgete?” Questo invito di Isaia può essere declinato in tantissimi modi. In fondo anche l’attitudine alla Vigilanza dell’Avvento poteva essere un modo per imparare ad accorgersi del nuovo che avanza. Un nuovo modo di essere chiesa, di vivere esperienze di condivisione, un nuovo modo di celebrare, nonostante le batture d arresto che continuamente siamo costretti a vivere … Forse è proprio questo che dobbiamo fare: imparare ad accorgerci del nuovo che già è in mezzo a noi e metterci dalla sua parte, metterci dalla parte della chiesa del futuro. In caso contrario siamo condannati ad essere cristiani tradizionalisti, persone legate ad un passato ammuffito e incapace di interessare l’uomo d’oggi nonché di parlare al suo cuore.             

                                                                     

Stefano Costa -  Redattore di Gerico.Info 

L'ultimo libro di Leonardo Boff

DUE CAMMINI SPIRITUALI COMPLEMENTARI

Nei mesi scorsi è stato pubblicato in Italia dalla casa editrice Gabrielli di San Pietro in Cariano l'ultimo libro di Leonardo Boff, "Imitazione di Cristo e sequela di Gesù". Su uno degli ultimi numeri di Adista ne sono stati pubblicati alcuni stralci molto significativi. Sicuramente un invito ad acquistarlo e a leggerlo magari in questi tempi di Natale per recuperare un po’ il senso spirituale e religioso di questa ricorrenza.

Si tratta di una riscrittura del piccolo e celeberrimo trattato Imitazione di Cristo scritto nel XV secolo dal monaco tedesco Tommaso da Kempis. Si dice che dopo la Bibbia sia stato il libro più letto al mondo. Un libro che ha segnato il cammino della spiritualità nel passaggio dall’epoca medievale all’età moderna. La fortuna del libretto è dovuta al fatto di aver raccolto e rappresentato la migliore sintesi delle aspirazioni del movimento spirituale della così detta Devotio moderna che si stava sviluppando in quegli anni, soprattutto nell’Europa centro occidentale. Un movimento con cui la spiritualità cessava di essere un fatto riservato esclusivamente ai monaci e ai chierici. Si stava facendo strada l’idea che si potesse vivere da cristiani in ogni contesto di vita, anche al di fuori di un ordine monastico. La Riforma Protestante di lì a pochi anni accentuerà e porterà avanti con forza dirompente questo messaggio. L’Imitazione di Cristo, inoltre, accentuerà l’aspetto interiore, nascosto del proprio rapporto con Cristo, in contrapposizione ad ogni forma di legalismo e di disciplina esteriore.

Boff dopo cinquant’anni di attività teologica e religiosa approda ad una traduzione di questo importante testo nel linguaggio dei nostri tempi. Può sembrare strano che uno dei massimi teologi della liberazione, costretto a lasciare l’ordine francescano a cui apparteneva per le sue tesi fortemente critiche nei confronti di tanti aspetti della vita della Chiesa, si cimenti ora con un testo dal sapore tanto marcatamente spirituale. Valga come provocazione: la trasformazione della realtà, anche vissuta nella forma più radicale e forse rivoluzionaria, può andare d’accordo con una forte dimensione spirituale. Gesù stesso è stato il Maestro della vita spirituale e nello stesso tempo l’annunciatore del Regno di Dio, il propugnatore di una nuova prassi di vita.  

Alla traduzione dell’Imitazione di Cristo il teologo brasiliano ha aggiunto un ultimo capitolo (questo steso completamente di sua mano) dal titolo Sequela di Gesù.  Imitazione di Cristo e Sequela di Gesù sono due dimensioni complementari, due facce dello stesso mistero. È lo stesso Boff a spiegarlo nel capitolo introduttivo quando parla della particolarità dell’Imitazione del Cristo della fede e della particolarità della Sequela del Gesù storico.

“Si tratta di due cammini spirituali, per certi versi complementari. “Il cammino dell’Imitazione di Cristo pone l’accento sul Cristo della fede e sulle sue virtù divine: il suo affidarsi totalmente al Padre, la sua umiltà, la sua capacità di sopportare sofferenze e umiliazioni, la sua pazienza infinita e il suo amore incondizionato per tutti ma specialmente per coloro che, disprezzando le cose del mondo, ripongono la loro fiducia in lui”.

“Il cammino della Sequela di Gesù pone l’accento sul Gesù storico, sulla sua vicenda esistenziale, sulla sua azione concreta durante il suo pellegrinaggio tra noi… Nel Gesù storico vengono evidenziati i comportamenti di fronte alle situazioni concrete della sua vita: la critica all’ostentazione religiosa e alla falsità della devozione ufficiale; la compassione radicale nei riguardi dei sofferenti di questo mondo; l’opzione per i poveri e gli ultimi, primi eredi del regno… ma soprattutto il suo messaggio di liberazione rispetto a tutte le oppressioni interiori ed esteriori in grado di accendere le moltitudini: il Regno di Dio”.

Un libro che ha ispirato per secoli la spiritualità di tanti religiosi ma soprattutto di tanti laici che cominciavano a prendere coscienza della propria identità e missione nella Chiesa e nel mondo.

Un libro da tornare a leggere, da riscoprire ancora una volta e da meditare, per chi ha l’abitudine di vivere questa pratica spirituale. Boff ci permette di farlo grazie alla sua traduzione attualizzata e stimolante e aiutandoci a comprendere ancora più a fondo questo testo grazie al contributo del suo ultimo capitolo nel quale risuonano tante sue affermazioni riguardo i grandi temi dell’ecologia e della difesa della Terra, temi che hanno costituito l’argomento del suo pensiero di questi ultimi anni e che sono stati ripresi anche da papa Francesco nell’enciclica Laudato si'.

                                                                          

Stefano Costa - Redattore di Gerico.Info

Fiorello e lo spot pubblicitario natalizio

"I VERI REGALI"

Riceviamo e pubblichiamo un'altra reazione  in merito al discusso spot pubblicitario di Fiorello per una nota azienda di telefonia

Lo spot natalizio televisivo di Fiorello entra allegramente nelle nostre case tra colpi di magia e il proclama  “la gente vuole solo regali ”; sono loro i veri protagonisti del Natale! Perfino la famiglia felice viene magicamente fatta sparire oltre all’albero e al pupazzo di neve…

Proprio in questi giorni in casa si parla di regali di Natale e di come sia sempre più difficile trovare un’idea simpatica, originale, utile e che abbia un costo modesto perché comunque c’è la zia, lo zio, i nipoti, il nonno, i figli, le nuore...Decidiamo per un giro in centro alla ricerca dell’idea!!!

Verona è bellissima: luminarie eleganti, Il grande albero addobbato,i negozi accattivanti e ricchi di svariate proposte. Comunque torniamo a casa a mani vuote perché abbiamo compreso che le cose di cui abbiamo bisogno non aspettano Natale, il resto ci sembrava futile .

Più tardi arriva l’idea regalo! L’invito ad una serata tutti insieme a casa nostra con il camino acceso, i giochi in scatola e un piccolo contenitore dove ognuno/a potrà mettere la somma equivalente destinata ai regali di Natale che devolveremo  ad un progetto della comunità “Sulle orme” che si occupa di disagio.

Ci faremo tutti un bel regalo: solidarietà per chi si trova in difficoltà, tempo e stress risparmiati  in affannosa ricerca, forse qualche oggetto in meno nelle nostre case sovraccariche e soprattutto una serata insieme!

Non è stato facile avere questo prezioso regalo perché ai nostri giorni diventa sempre più complesso  liberarsi dai numerosi impegni. Ma siamo davvero tutti contenti e in attesa di riunirci.

Forse la gente non vuole solo regali…

Rita Cazzola - Redattrice di Gerico.Info

Giù le mani dalla "famigliola felice"

FIORELLO E LA SFIDA DELL'ILLIMITATO CONSUMO

 

La pubblicità fa girare l'economia e deve alzare sempre di più l'asticella della comunicazione accattivante per  catturare i potenziali compratori. Ne abbiamo viste tante, uscite dai fertili cervelli degli strapagati pubblicitari di successo, perché scandalizzarsi allora per l'ultima pubblicità natalizia del simpatico Fiorello?

Perché è senza vergogna nella leggerezza con cui cancella quel poco che resta dei  "buoni sentimenti" legati al Natale. Facile demolire, buttare via, irridere una tradizione che è già svuotata dall'interno, perché ha perso il contatto con l'esperienza vitale dell'UMANO e del DIVINO che l'aveva generata.

Alla fine forse dobbiamo ringraziare Fiorello, perché  ci dice che il re è nudo: non abbiamo più niente in cui credere e sperare se non i REGALI  che possiamo comprare e donare nel circuito falsamente felice del consumo sfrenato di COSE. Questa è  la realtà pervasiva che fa bene al mercato.

Ma Fiorello non dice la verità, perché  esistono  davvero delle "famigliole felici", diverse da quelle finte della pubblicità. E noi non vogliamo buttarle via.

Sono  quelle che crescono i figli difendendoli  il più possibile dall'invasività dell'aggressione multimediale.

Quelle che la domenica li portano al parco o a camminare nel bosco, perché sentano il respiro degli alberi.

Quelle che comprano libri di fiabe per leggerle ai piccoli in alternativa ai cartoni.

Quelle che si alleano tra loro per offrire ai ragazzi che crescono la  possibilità di relazioni sane dove si sperimentano valori umani.

Grazie, Fiorello. La tua provocazione ci spinge a lavorare per una felicità possibile che non si misura con i GIGA regalati da una compagnia telefonica.

Sempre, ma ancora di più a Natale.

 

Marisa Sitta - Redattrice di Gerico.Info

La TV serva della pubblicità

IL FUTURO IN UN MONDO DI ANIMALI DA COMPAGNIA

La televisione è il social media per eccellenza. La sua pervasività, la sua onnipresenza si è imposta alla vita di gran parte, per non dire di tutta, l’umanità cambiando usi e costumi, formando modi di pensare omologati e spingendo il mondo verso una globalizzazione di mentalità e di comportamento. È molto difficile accostarsi ad essa con delle scelte precise. Molto meglio - per chi vuole approfondire determinate tematiche o fare un proprio personale percorso di approfondimento o di intrattenimento - scegliere altre strade: internet, televisioni specializzate, radio e, ancora una volta, libri …  L’assistere ad un qualche programma televisivo coincide il più delle volte ad un momento di distrazione, di disimpegno totale, momento in cui si vuole staccare in qualche modo la spina di ogni tipo di impegno e di concentrazione. Si assiste al programma con l’atteggiamento di chi si sta bevendo tutto. Non c’è interazione personale all’interno di questo mezzo. La tv ha bisogno di spettatori, non di interlocutori.

Succede poi che quando si sta assistendo ad un programma decente, per non dire interessante e magari anche stimolante dal punto di vista culturale, si venga continuamente interrotti dalle pause per i cosiddetti consigli per gli acquisti. Da tempo abbiamo appreso che la Tv non è tanto, o non solo, un mezzo culturale o di intrattenimento ma anche, e forse soprattutto, il principale strumento posto al servizio del mercato pubblicitario.

L’essenza, l’anima, della televisione è la pubblicità. I programmi sono pensati e progettati anche (soprattutto) per la loro capacità di far aumentare l’audience.

Andando più nel dettaglio sarei curioso di conoscere quali sono i prodotti maggiormente pubblicizzati alla televisione (anche se ovviamente non si tratta solo di tivù … ci sono anche i giornali e le radio …), i prodotti, i marchi capaci di far risvegliare i bisogni più o meno profondi della gente stimolandola all’acquisto. Si tratta dei prodotti che maggiormente sono in grado di contribuire ad aumentare il vortice del consumismo e, quindi, come si è soliti dire, a far girare l’economia.

 In cima a questa specie di graduatoria di prodotti penso si dovrebbe mettere il prodotto automobile. Seguito poi  dai telefonini e dagli smartphone, intesi nel senso dello strumento materiale come anche nel senso del gestore telefonico.

Ci sono poi i prodotti femminili: profumi e biancheria. E una fetta sempre più grande di presenza pubblicitaria è riservata ultimamente al cibo per animali. Anzi non si tratta più di solo cibo: siamo arrivati ai prodotti igienico sanitari, ai giocattoli, ai cosmetici e ai prodotti farmaceutici, ai vestitini.

A queste considerazione, a questa curiosità, è facile aggiungerne un’altra. Una considerazione riguardante l’aspetto demografico. Un tempo al posto dei prodotti pubblicizzati per i “nostri amici a quattro zampe” si trovava tutto il settore dei prodotti per l’infanzia: pannolini, biscotti, omogeneizzati … prodotti a cui sembra corrispondere, dal punto di vista del mercato, un continuo calo di domanda.

Lo spazio che l’infanzia aveva un tempo anche nel mondo del mercato è sempre più in calo, sostituito dai bisogni del mondo dei nostri animali di compagnia.  Da distinguersi in bisogni reali, di un animale in quanto tale, e bisogni che siamo noi umani ad attribuire loro. Questi secondi probabilmente destinati a crescere sempre di più.

Come a dire, secondo la fisica, che quando certi spazi vengono lasciati liberi devono per forza di cosa essere occupati da qualcos’altro o da qualcun altro: nel mondo degli affetti come anche nel mondo del commercio.


Stefano Costa - Redattore di Gerico.Info

Le insidie oscure del male e del potere

"I PROMESSI SPOSI": UN ROMANZO PIU' CHE MAI ATTUALE

Ho appena finito di leggere il bel  libro del filosofo Salvatore Natoli: “L’animo degli offesi e il contagio del male” (Edizioni Il Saggiatore, pp. 91). L’autore prende spunto per le sue considerazioni da un passaggio del secondo capitolo de I Promessi sposi di Alessandro Manzoni.

... Renzo intanto camminava a passi infuriati verso casa, senza aver determinato quel che dovesse fare, ma con una smania addosso di fare qualcosa di strano e di terribile. I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano gli animi degli offesi. Renzo era un giovine pacifico e alieno dal sangue, un giovine schietto e nemico d’ogni insidia; ma, in que’ momenti, il suo cuore non batteva che per l’omicidio…

Natoli parte dal celebre romanzo guidando i lettori al cuore dei dilemmi dei personaggi e delle loro reazioni alle difficoltà dell’esistenza proprio per riflettere sui concetti di bene, di male, di potere, di fede, di peccato e di perdizione. Al centro de I promessi sposi c’è soprattutto il male inferto che gli animi offesi provocheranno a loro volta. L’interrogativo è dunque di come si possa uscire da questo meccanismo che spinge la persona offesa a reagire rendendola artefice a sua volta di un crimine. Ogni atteggiamento reattivo replica il misfatto ma non lo riscatta. Lo spirito di vendetta ne è la nèmesi.

La riflessione di Natoli fa riferimento ad un passaggio del romanzo in cui Renzo, dopo aver estorto a don Abbondio il nome di colui che ne impedisce le nozze con la fidanzata Lucia, esce turbato ed infuriato dalla canonica e immediatamente, mentre è sulla via di ritorno a casa, gli vengono pensieri di omicidio cioè di come fare ad uccidere don Rodrigo. Nella riflessione del Manzoni emerge la dimensione epidemica del male: l’offeso, anche se vittima, può essere pervertito e spinto al male. Renzo fortunatamente pensa a Lucia e in un certo senso la situazione s’acquieta perché pensa alle conseguenze. Si sottrae quindi alla dimensione epidemica del male perché la vendetta non redime dal male ma lo perpetua. La vendetta replica la colpa e quindi l’allarga a raggio infinito. Bisogna quindi distinguere tra una risposta reattiva in cui il soggetto è passivo, riproduce la passività e per quanto vittima resta ancora più vittima e la risposta attiva in cui il soggetto riflette, pensa alle conseguenze e si rende conto che se si restituisce il male con il male si rafforza il male. Questo passaggio si ripete costantemente nel romanzo perché tante vittime diventano esse stesse colpevoli perché il sopruso ha un doppio risultato: è grave in quanto sopruso, ma è ancora più grave perché trasforma le vittime in criminali.

E’ interessante anche notare che la frase del Manzoni è l’unica citata da Primo Levi nel suo libro I sommersi e i salvati ed esattamente nella zona grigia dove l’elemento dell’oppressione trasforma una persona che nella vita sarebbe stata innocua o quanto meno neutra in una macchina d’iniquità, dove per difendersi diventa essa stessa assassina.

Un altro tema che domina il romanzo del Manzoni, sin dalle prime battute, è il potere che con il male ha sempre strettamente a che fare. Un potere che per suo compito dovrebbe procurare il bene per la sua capacità di contenere il male. Capita spesso invece che il male venga avvallato dal potere o comunque non s’opponga ad esso, E’ altrettanto colpevole dunque chi a quel potere non s’oppone, chi per quanto piccola sia la sua forza rinuncia al proprio diritto e al proprio dovere di resistenza. Questo pensiero è chiaro in Manzoni quando descrive le dimensioni del potere.

C’è il potere arbitrario e prevaricatore di don Rodrigo che è un potere capriccioso e violento. Egli è un signorotto feudale che vuole prendere quello che desidera. Rappresenta un potere prevaricatore soprattutto nei confronti dei deboli. Quando padre Cristoforo reagisce  e lo mette alle corde entra un secondo livello di potere che è il potere ipocrita, che non è immediatamente violento, ma che cerca di aggiustare, di avvallare, di sedare, di sopire. Questo aspetto è ben evidente nel colloquio tra il padre generale dei Cappuccini e il conte zio dove emerge la richiesta di mettere a tacere tutta la vicenda. Il padre generale deve difendere il suo ordine monastico e non può quindi permettere che don Rodrigo attacchi impunemente padre Cristoforo, non per padre Cristoforo ma perché deve essere difeso l’ordine mentre il conte zio non può accettare che il nipote debosciato possa essere messo sotto accusa da un frate. Qui non c’è l’immediata prevaricazione del potere barbaro e presuntuoso ma vi è un potere che s’accorda. Un  potere quindi che non estirpa il male ma che tende a moderarlo, a farlo passare sottobanco permettendo che il sottobosco maligno rimanga. Il potere più pericoloso è questo. E’ il potere dell’omissione, del basso compromesso. Oggi il potere più grave non è tanto il potere prevaricatore e violento ma è il potere che vuole il compromesso. La mafia, la camorra di cosa vivono se non di compromessi iniqui, d’intrallazzo, di coperture?

C’è infine il potere buono perché il potere di per sé non è male ed è quello del cardinale Federigo. Il cardinale rappresenta il potere buono, il potere che si sente responsabile. Egli accusa don Abbondio di aver ceduto, di aver avuto paura. Lo rimprovera del fatto che avrebbe potuto rivolgersi a lui che lo avrebbe aiutato. Il comportamento del cardinale Federigo evidenzia che non è il potere in quanto tale che è maligno, ma siccome il potere si esercita, esso ha dentro di sé questa doppia possibile evoluzione: da un lato può diventare prepotenza e dall’altro lato invece può diventare servizio.

L’autore infine esamina l’aspetto della Provvidenza. Per Natoli la Provvidenza è un dispositivo razionale. L’uomo deve trovare una coerenza in una vita frammentata, piena di accidenti perché se non lo fa impazzisce. C’è la Provvidenza in senso alto, che regola la storia, cioè Dio, ma poi l’uomo deve essere capace di dare coerenza alla sua vita. La fede aiuta ma non risolve i problemi. Renzo deve trovare la sua strada e allora ci vuole il discernimento cioè nell’accidente è necessario saper leggere quella condizione, saperla analizzare e saperne uscire nel modo migliore. La Provvidenza è la considerazione delle diverse possibilità e della via migliore da intraprendere. Renzo trova la strada perché, di volta in volta, sa vedere qual è la via giusta, la via migliore. Si consiglia, parla con gli altri perché la via non la si trova mai da soli, bisogna avere un rapporto con gli altri, con le persone affidabili. La Provvidenza è, secondo Natoli, dare una trama, una tessitura ai fili lacerati della storia.

Paolo Veronese

Paolo Veronese - Redattore di Gerico.Info

Un sistema fiscale da rivedere

A PROPOSITO DELL'AUMENTO DELLE DISUGUAGLIANZE

 

Il nostro sistema fiscale, soprattutto negli ultimi anni, ha subito interventi specifici caratterizzati da deroghe, contro deroghe, agevolazioni fiscali, modifiche che ne hanno fatto perdere la fisionomia complessiva ed è difficile capire se tutto questo ne abbia aumentato l’efficienza e l’equità tenuto conto anche delle imposte comunali, provinciali e regionali.

L’imposta principale che caratterizza il sistema fiscale italiano è l’Irpef. E' un’imposta progressiva a scaglioni di reddito che grava quasi esclusivamente su redditi da lavoro - in particolare da lavoro dipendente – e  da pensione mentre i redditi di capitale sono tassati con prelievi proporzionali cioè ad aliquota fissa. Gli scaglioni d'imposta sui quali viene calcolata l'Irpef sono cinque e l'aliquota massima è del 43% sui redditi superiori ai 75.000 euro. 

Non si capisce perché gli scaglioni d'imposta debbano fermarsi a quella quota di reddito perché non c'è ragione che chi percepisce un reddito di un milione di euro debba continuare a pagare sulla parte eccedente i 75.000 euro solo il 43%  tenuto conto che la distribuzione dei redditi è peggiorata nel nostro paese come in molti altri paesi. Si è infatti divaricata la forbice dei redditi con una distribuzione iniqua degli stessi perché sono aumentati sia i redditi alti che  i redditi bassi e questo è avvenuto anche all'interno dei redditi da lavoro dipendente. Il modo più semplice e più ovvio per ridurre le disuguaglianze è probabilmente quello che porta all'accrescimento della progressività delle aliquote dell'Irpef che è stata drasticamente ridotta dagli interventi attuati negli ultimi decenni. E' necessario intervenire sulla curva delle aliquote allo scopo di renderla più ripida, riducendo le più basse e aumentando le più alte. Secondo alcuni autori (Franzini e Pianta) l'aliquota marginale  per i redditi più elevati potrebbe essere portata al 65%. Altri hanno proposto aliquote più elevate, anche ricordando che l'aliquota massima nel Regno Unito prima del governo Thatcher, nel 1979, era dell'83%; e negli Stati Uniti era del 91% fino al 1963 e del 70% fino al 1980.

Dietro la progressività delle imposte prevista dalla nostra Costituzione ci sono due ragionamenti. Il primo è quello che richiama il principio di capacità contributiva e cioè che chi è in grado perché  ha possibilità di contribuire di più al benessere collettivo, al ben comune è chiamato a farlo in misura superiore.

C'è poi un altro elemento molto importante e cioè il riconoscimento che i redditi alti e molto alti - compresi i redditi da lavoro come per esempio gli amministratori di aziende, i dirigenti e gli amministratori pubblici, ecc. – non sono il frutto soltanto del sacrificio, del maggior impegno, del maggior talento delle persone ma molto spesso riflettono situazioni di rendita, di posizione più fortunata che non dipendono solo da abilità individuali. Tassando di più questi redditi, con il principio della progressività,  in qualche modo la collettività porta via un guadagno che in parte non è frutto dello sforzo individuale e ciò molto importante soprattutto in questo momento storico in cui la forte concentrazione di redditi nella fascia alta della popolazione è anche conseguenza dell'innovazione tecnologica che ha permesso a poche persone d'impossessarsi di redditi molto elevati perché hanno sfruttato nicchie di mercato.

C'è poi da considerare che la fiscalità generale non finanzia il sistema previdenziale cioè le pensioni. Nel nostro Paese il sistema previdenziale è un sistema contributivo che si finanzia cioè con un'entrata apposita che sono i contributi che vengono prelevati sui redditi da lavoro, dipendente e autonomo, che vanno a finanziare la rendita pensionistica. Quando si fa il confronto tra il nostro Paese ed altri Paesi dobbiamo considerare che la pressione fiscale tiene conto in realtà sia delle imposte, cioè della fiscalità generale, che dei contributi. In Italia c'è una pressione fiscale alta anche perché ci sono i contributi che pesano molto e vanno a finanziare le pensioni perché il nostro è un sistema pensionistico pubblico. E' scorretto quindi confrontare la pressione fiscale italiana con quella inglese senza tener cono che in Gran Bretagna la parte contributiva è molto contenuta perché la pensione è quasi interamente costruita attraverso fondi pensione che sono sostanzialmente privati con tutti i rischi che ne conseguono in relazione all'andamento dei mercati assai sensibili ai differenziali dei tassi d'interesse e cioè lo spread.

Infine una valutazione deve essere fatta  sulle imposte di successione. Sempre Franzini e Pianta, nel loro libro Disuguaglianze edito da Laterza, sostengono che la ricchezza ereditata rappresenta una quota crescente della ricchezza totale ed è distribuita in modo estremamente diseguale. Se nelle nostre società la diseguaglianza è tornata a livelli simili a quelli di un secolo fa una buona parte di responsabilità va addossata proprio al rilievo crescente assunto dall'eredità. C'è quindi un modo semplice per evitare che tutto questo accada e cioè l'introduzione d'imposte di successione elevate e progressive.

Paolo Veronese - Redattore di Gerico.Info

Il diritto di essere informati

LE GUERRE DIMENTICATE NON FANNO NOTIZIA



Credo che libertà di stampa e diritto ad essere informati vadano di pari passo.
Ma quale spazio trovano nei media italiani le sofferenze di guerre dimenticate e di chi da queste fugge attraverso viaggi impossibili che richiederebbero forze sovrumane?
Chi e’ disposto a seguire un dossier in seconda serata, come giorni fa, per sopportare il racconto di giovani  famiglie afghane e siriane, al confine tra Bosnia e Croazia, che a piedi tentano di arrivare a Trieste per proseguire oltre in Europa, accampati in un edificio fatiscente?
Il giovane architetto afghano intervistato narrava la sua vicenda umana terribile, lui che e’ riuscito a laurearsi nel suo Paese ed avrebbe la possibilità di essere accolto per un master in due università italiane, ma non ha il permesso politico di entrare in Italia. Una contraddizione spaventosa:  perdita di risorse umane, di vite, di possibilità di un futuro migliore per tutti. E quale spazio, oltre alle continue discussioni tra i nostri governanti che girano intorno a se stesse, trovano le vicende tragiche che stanno accadendo in diverse regioni dell’ Afghanistan? Continui attentati, morti e distruzioni di scuole, ultimamente a Kabul attacchi contro manifestanti, in seguito ad una guerra che non e’ finita, popolazioni abbandonate a se stesse in balia dei talebani.

Non fanno notizia da noi queste morti. E’ molto grave non informare. E’ una scelta cinica, un tentativo di rimuovere dalla nostra coscienza le sofferenze che stanno alla base di chi tenta di arrivare da noi, di trovare un’ancora di salvezza . Invece proprio questa informazione che puo’ aiutare  a capire il peso di una sofferenza che i richiedenti asilo ed i rifugiati  portano con se’, e non sono in grado di raccontare, potrebbe aiutarci a renderci piu’ umani. Questa conoscenza infatti potrebbe risvegliare un’empatia che tanti slogan e pregiudizi diffusi sembrano avere sotterrato in chi sostiene scelte politiche disumane in un clima diffuso di chiusura e di rifiuto.

Sapere partecipare al dolore di persone segnate dalle ferite di guerre, lutti, perdita degli affetti e di ogni sicurezza, partecipare con premura  alla loro speranza di riscatto e’ l’unica possibilità di umanizzazione che ci rimane. Puo’ essere una rinascita alla vita per noi tutti, in Italia ed in Europa. L’informazione si trova di fronte ad una grande responsabilità; la deontologia professionale di chi lavora in questo campo e chiede giustamente libertà, non puo’ omettere di parlare, raccontare la devastazione che sono le guerre e le loro conseguenze, ambienti e culture distrutte e persone costrette brutalmente ad uscire da quella che era la loro terra. Non puo’ non fermarsi a guardare il volto di chi arriva, anche qui rifiutato, ed insieme ricercare le buone pratiche di accoglienza . Non possiamo vivere ignorando questa realtà della storia del mondo in cui viviamo, non e’ lecito non informare e non informarsi sull’immane tragedia che ci lambisce attraverso chi arriva, come non era lecito ignorare la tragedia delle deportazioni da parte di chi viveva in Europa 80 anni fa. Come le conseguenze molto pesanti delle recenti alluvioni ci fanno rimboccare le maniche e fanno scattare un senso di solidarietà operosa, tanto piu’ una catastrofe umana come quella da cui stentiamo a lasciarci toccare e coinvolgere, deve smuovere la sensibilità e professionalità di chi ha fatto della comunicazione una nobile professione nella libertà.

 

Gina Abbate - Pax Christi

Il dovere di ricordare

CHE VITA E' UNA VITA SENZA LA MEMORIA DEL PASSATO?

Lina, Lisetta …Nomi d’altri tempi. Come le loro storie!

Eppure! Eppure è un piacere, una gioia, quando si ha la possibilità di sedersi al loro fianco ed ascoltarle.

L’anziano è uno scrigno da cui puoi estrarre i tesori del passato, di una vita che non c’è più. E per riconoscerli occorre sensibilità, attenzione, saggezza e … tempo. E la volontà di non lasciar sparire nell’oblio tutta questa esperienza dalla quale siamo nati e nella quale affondiamo le nostre radici.

È saggezza sapere che non è vita solo quella vissuta nell’istante, nell’immediato, nella continua connessione all’Ipod che si tiene in mano, nel quale si trovano in tempo reale tutte le risposte ai quesiti che ci si presentano.

Che vita è una vita senza memoria? È a partire da questa domanda che si capisce quanto è importante ascoltare gli anziani, lasciare che siano loro a connetterci alla rete delle loro esperienze passate.

Perché la memoria può arricchirci, illuminare tanto del nostro presente. Se riuscissimo a far entrare la memoria del passato nel circolo del nostro presente ogni volta che si presenta un problema di qualsiasi genere probabilmente riusciremmo a risolvere, a sdrammatizzare o a dare il giusto peso a tanti drammi.

Il popolo più povero è quello che ha memoria più corta. O, meglio ancora, è a chi è povero che si può facilmente far dimenticare tutto. Don Milani sapeva bene che il suo compito di educatore era combattere la povertà. E per lui la povertà peggiore era la povertà culturale. La povertà che restringe tutto l’orizzonte della propria vita ad un eterno presente.  

Lisetta e le altre residenti della casa di riposo mi raccontano di tanto in tanto qualcosa del loro passato. Squarci della loro giovinezza, della loro fatica.

Mi parlano del loro lavoro di ragazzine e adolescenti. E lo fanno con un senso di incredulità. A loro stesso sembra impossibile oggi aver condotto quel genere di vita.

Il lavoro allora non era per nulla facile per loro, ma non lo era per nessuno. Si era negli anni Trenta, anni di dittatura che preludevano alla guerra e, dopo questa, nella fase della ricostruzione vorticosa, una fase di cambiamenti, di crescita, un tempo che avrebbe portato alla punta apicale del benessere che ha riguardato la generazione di chi si sta godendo oggi la pensione. Una razza in via d’estinzione quella di chi ha potuto godere del boom economico. Ma questo è un altro discorso.

Stabilimenti tessili, fabbriche di calzature, concerie davano occupazione a centinaia e centinaia di ragazze e giovani donne dell’Est veronese. E non solo!

Lina parlami del tuo lavoro, da ragazza”.

Novantaquattro anni portati splendidamente, dal punto di vista fisico e ancor più mentale. Sa di averli e lo dice con una certa fierezza. I suo discorso si incammina su discorsi che già conosco, che già ho sentito da lei. Da lei e da altre ragazze della sua età. Si sa quanto il raccontare dell’anziano possa sembrare ripetitivo. Ascoltarlo è come riprendere il ritornello di una canzone desueta. Una melodia, una storia che ha finito per farsi strada trovando un suo posto nella nostra mente. Come le canzoni della prima guerra mondiale che abbiamo sentito tante volte e magari cantato a nostra volta. Ci accorgiamo, grazie a quel raccontare, di far parte anche noi, in qualche modo, di quel passato lontano.  

Ho lavorato in conceria e poi a fare le scarpe. Da Rossi”.

“Quello che aveva costruito quella grande villa a Porta Vescovo?”

“Si proprio lui. Allora non c’erano tutti i condomini che ci sono oggi. c’era spazio,verde, campi. Quella villa era stata denominata Villa dieci minuti. Si diceva tra di noi che se la fosse costruita con i dieci minuti che ogni giorno ci faceva lavorare in più. Non dovevamo essere puntuali al lavoro. Dovevamo essere pronte sulle macchine addirittura dieci minuti prima. E questo ogni giorno, per mesi e anni. Con centinaia di lavoratrici. Quanto non ci ha guadagnato con quei minuti che ci ha fatto lavorare per niente?”

Mi parla poi del lavoro successivo alla Tiberghien a cui si recava in bicicletta. Con il vento, il sole o con la pioggia.

Erano altri tempi. I ricordi sono strani e belli perché ci portano in un mondo che non esiste più, che sembra impossibile sia esistito. A tempi in cui il lavoro non mancava. Bastava uscire di casa, aver voglia di far qualcosa, esser sufficientemente docili. Era normale cominciare a quattordici anni. Per tanti l’ingresso nel mondo del lavoro avveniva anche prima. Non esisteva il tabù che considera il far lavorare un ragazzo o una ragazza un male assoluto, una forma di degrado sociale. Che povero paese siamo diventati anche in questo! Un paese capace solo di rivendicare diritti alti, sempre più inaccessibili, mentre il terreno ci sta inesorabilmente franando sotto i piedi.

Allora era normale che un ragazzo lavorasse. E forse il lavoro ha educato molto più di quanto riesca a fare oggi la scuola. Almeno per chi la subisce come una assurda imposizione esterna o la vive come un parcheggio forzato. Le sedie in testa alle insegnanti dicono qualcosa o no? Un lavoro duro e forse mal retribuito ma che ha permesso la crescita di tanti giovani e il formarsi di tante famiglie.

Si parla in questi giorni della crisi della Pernigotti. È stato paventato dall’oggi al domani la cassa integrazione con il successivo licenziamento di più di cento operai a causa del trasferimento in Turchia della produzione dolciaria. Succederà quello che è successo con la Tiberghien e tante altre realtà produttive. Si è detto che industrie storiche di questo tipo fanno parte di un tessuto sociale di cui si dovrebbe tener conto in ogni modo. Interi quartieri sono nati e cresciuti con l’edificazione delle abitazioni e l’organizzazione della vita sociale delle persone che lavoravano nella stessa fabbrica.

Senza voler idealizzare in alcun modo sia chiaro. Le parole degli anziani che hanno lavorato in quegli ambienti ci ricordano che la vita in quei luoghi non era certo un paradiso. Le relazioni di lavoro erano dure, bisognose di continuo dell’intermediazione sindacale. Allora come oggi i rapporti erano segnati dalla disparità tra ricchi e poveri, anche se forse allora la distribuzione della ricchezza e del reddito non aveva le sproporzioni ingiuste, abissali che ha ai nostri giorni. La storia di Lina e di tante altre ci parla di una classe sociale povera che è cresciuta sempre più fino a raggiungere un discreto benessere. E questo grazie alle opportunità di lavoro che sono state offerte alla maggior parte dei suoi membri. Allora la gente stava salendo una china. Era faticoso certo ma si aveva la percezione di andare avanti, passo dopo passo. Oggi invece la maggior parte dei dati e delle statistiche dicono che stiamo tornando indietro, che stiamo ridiscendendo nel baratro: il lavoro, se c’è e quando c’è, va diminuendo continuamente ed è sempre più irregolare e minacciato. Automazione, lavoro a progetto, contratti interinali, cooperative … il costo del lavoro troppo elevato porta alla chiusura o alla delocalizzazione delle industrie. Ma ad un costo del lavoro di questo tipo si è arrivati dopo anni e anni di lotte e conquiste civili e sindacali. È difficile rendersi conto che si debba tornare indietro. Come se ne esce allora? Accettando la possibilità di guadagnare meno? O puntando ad una più giusta redistribuzione delle ricchezze?

Una certezza c’è per tutti: anche in questo tempo di crisi, come in tutti i tempi di crisi, a soffrire di più non sono i ricchi ma i poveri, quelli che si trovano nei punti intermedi e più bassi della scala sociale. I ricchi continuano ad essere tali e magari a diventarlo sempre di più anche chiudendo fabbriche e de localizzando. Dove sono finiti i proprietari della Tiberghien o del calzaturificio Rossi, tanto per fare un esempio? Si dirà che sono morti. E allora i loro figli o nipoti? A loro sono rimasti soldi e possibilità accumulate con il lavoro delle loro imprese. Sarebbe interessante sapere se tutto questo è stato sperperato nel consumismo più esasperato o se è stato a sua volta impiegato per scopi sociali. Almeno i ricchi, i capitalisti di un tempo, avevano un nome. Ci mettevano la faccia. L’accumulo della loro ricchezza era imprescindibile dalla forza lavoro fornita dalle masse operaie e proletarie. Era il lavoro a produrre ricchezza. Ed era su questo che il sindacato poteva far sentire la sua voce. Senza lavoro – lavoro umano – non vi era alcuna possibilità che il capitale potesse crescere. Oggi non è più così. Il lavoro è diventato un peso, qualcosa di ingombrante, un ostacolo alla crescita della ricchezza. Il terreno di crescita della ricchezza è diventato sempre di più la finanza.

 A quegli anziani che si sono realizzati in una vita di lavoro. A quelle anziane che a più di novant’anni possono ancora ricordare quanto hanno faticato. La loro vita è stata vita di lavoro. Tutto quello che hanno costruito l’hanno fatto attraverso il lavoro. Lavoro che era e continua ad essere, oltre che fatica e sudore, la possibilità di essere impegnate, di sentirsi utili, di partecipare ad un comune progetto.

È la Costituzione a ricordarci che la nostra Repubblica è fondata sul lavoro (art. 1). Da questo consegue che ognuno di noi è veramente cittadino quando lavora, quando ha la possibilità di contribuire a modo suo alla costruzione del bene comune. Poi la Costituzione parla del tema della Dignità del lavoro a cui è connessa la necessità di una retribuzione che permetta di vivere. La retribuzione lavorativa deve dare la possibilità di vivere. Non da schiavi, ma da persone libere. E la vita è degna di essere vissuta se si è persone libere. Libere e capaci di lavorare, sentendosi utili per se stessi e per gli altri. 

     

Stefano Costa - Redattore di Gerico.Info