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La fatica di capirsi: vicini e lontani come rotaie di un binario

IMPRESSIONI DELL'INCONTRO CON IL VESCOVO ZENTI

Martedi' 26 febbraio in cinque, preparati e motivati, siamo andati ad incontrare il nostro vescovo Zenti che, piuttosto di autorizzare la pubblicazione su Verona Fedele di una presa di posizione di dissenso in merito al suo editoriale sull'uso delle chiese, aveva preferito convocarne  l'autore  per rispondere alle critiche in un incontro privato. L'autore dell'articolo, ritenendo che la cosa non dovesse rimanere relegata nelle segrete stanze del vescovado,  aveva chiesto di andare all'incontro con alcuni amici, rappresentativi di un gruppo di laici impegnati nelle parrocchie e nel volontariato, che da anni riflette su temi ecclesiali sognando anche a Verona una Chiesa stile papa Francesco.

Eravamo pronti ad ascoltare il vescovo Zenti, prima di dire la nostra, ma lui ha detto che non ricordava bene l'oggetto dell'articolo, non ricordava neanche chi fossimo noi, che qualche anno fa gli abbiamo portato la  LETTERA ALL' OTTAVA CHIESA (con tutta la gente che va a parlare con lui, non può ricordarsi di tutti).

Allora abbiamo parlato noi, dicendo tutto quello che avevamo da dire e lui ci ha ascoltati. Ma quando è intervenuto per rispondere, ci siamo resi conto che il suo discorso era su un altro piano e non incrociava per niente il nostro.

Centralità delle unità pastorali per il rinnovamento della vita ecclesiale; invito pressante ai preti di organizzare i Consigli Pastorali di zona in cui laici e preti possano discutere insieme; la speranza che sia pronto presto il grande spazio per incontri a San Massimo (capienza 2000 persone), dove si potranno tenere incontri come quello di Zanotelli a San Nicolò senza bisogno di disturbare la sacralità delle chiese; grande impegno per la formazione degli animatori degli adolescenti e dei giovani....

Pur prendendo atto dell'evidenza, cioè del fatto che il nostro vescovo si muove dentro le coordinate mentali  vecchie e sicure del clericalismo e non riesce a concepire una realtà ecclesiale diversa, abbiamo insistito a porgli i problemi che la nostra lunga esperienza di laici impegnati tocca con mano: scarsa vita di comunità, scarso contatto tra le liturgie e la vita, autoreferenzialità di molti preti, mancanza di segni coraggiosi e profetici, perdita di credibilità della struttura CHIESA , per cui la maggior parte dei giovani  non vuole più averci a che fare.

Abbiamo sottolineato quanto sia necessario oggi l'impegno dei cristiani su temi di attualità come  immigrazione, ambiente, economia di sfruttamento, malavita organizzata, commercio delle armi (richiamando per questi temi l’obiezione di coscienza) per i quali, secondo il vescovo, sarebbe opportuno tuttavia prendere posizione  come cittadini  prima ancora che come cristiani.

Qui sta in fondo la differenza di opinione più netta; nell’idea che esistano sedi separate, il tempio e il mondo, come se queste dimensioni non fossero complementari e intimamente legate. Si comprende allora l’origine della polemica da cui è scaturito l’incontro: Zanotelli e Mimmo Lucano a San Nicolò rappresentavano “Il mondo” che nel tempio non deve entrare e viceversa.

Abbiamo manifestato al vescovo la nostra sofferenza per questa Chiesa , perché  fin dalla giovinezza abbiamo investito nella vita ecclesiale sperando che si realizzassero le promesse del Vaticano II: la Chiesa- Comunità circolare, dove si valorizzano i carismi di tutti i battezzati e l'autorità si esercita nello stile del Vangelo. Speranza sostenuta da pastori come Tonino Bello, da esperienze come quella del Sinodo diocesano, e adesso dal magistero coraggioso e profetico di papa Francesco. Ma a Verona nessun segno di cambiamento.

Il vescovo, forse sentendosi pressato dal nostro dire e non potendo entrare nel confronto, si è sbilanciato sul piano personale: ha detto di sentirsi frainteso dai giornali, che lo dicono a favore di questo politico o dell'altro, mentre lui è super partes; si sente oggetto di calunnie, da cui non può neanche difendersi, ultimamente "massacrato" (sono sue parole) da un articolo dello Washington Post sulla pedofilia all'Istituto Provolo.

Ascoltato il suo sfogo , che lasciava intendere anche una certa solitudine, gli abbiamo suggerito di provare a creare un consiglio, con cui confrontarsi mensilmente, fatto di donne e uomini preparati e affidabili, rappresentativi della realtà ecclesiale oltre il recinto clericale.

Alla fine del colloquio ha detto: "Ci penserò."

Rita Cazzola -  Gianni Giuliari - Marisa Sitta - Mauro Tedeschi - Nadia Zuanazzi


Pastori senza l'odore delle pecore

DOVE E' IL CORAGGIO DI ESSERE SCOMODI?

 

Da tempo, come molte persone credenti e non, ci stiamo interrogando su fatti che quotidianamente leggiamo sui giornali o dei quali veniamo a conoscenza. Ci riferiamo in particolare ad alcune vicende che riguardano la chiesa locale e, più in generale, a quanto accade nella chiesa universale.

Gli episodi da commentare non mancano, né difettano i sentimenti che spesso li accompagnano, a partire dal disagio, sdegno e perché no,  da un po' di vergogna  per la comunità dei cristiani.

Vorremmo partire dalla vicenda del Parroco di Borgo Roma (Tomba Extra) periferia sud di Verona, assurto agli onori della cronaca alcuni mesi fa. I fatti sono noti ai più, o meglio, sono stati raccontati in vario modo dai media e dalle autorità ecclesiastiche, senza che ciò, tuttavia , abbia portato elementi di chiarezza su questa sconcertante vicenda. Poco importa se le motivazioni del grave ammanco economico arrecato alla Parrocchia e ai parrocchiani siano legate alla ludopatia, all’usura o ad altre forme di comportamento dissennato. Ciò su cui vorremmo condividere la riflessione sono il senso di estraneità, la “normalità” del gesto, la mancanza di verità, il senso di un disagio profondo e di tradimento che tali comportamenti generano. Nessuno può sentirsi estraneo a fatti che, probabilmente, traggono origine anche da  sentimenti di  isolamento ed emarginazione  del singolo, ma certo, chi ha compiti di vigilanza e di guida ha maggiori responsabilità nella ricerca di verità e di riconciliazione con le comunità ferite.

Altre vicende più “lontane”, ma purtroppo anche molto recenti, scandalizzano e creano smarrimento ponendo seri problemi di credibilità dell’intera  Chiesa. Ci riferiamo agli scandali locali di pedofilia (ex alunni istituto Provolo) e a quello recentissimo che ha  interessato l’ex ( ci auguriamo) Cardinale George Pell. Perché , ci chiediamo non si riesce ad andare oltre le formali condanne, i risarcimenti economici, la sospensione degli incarichi? Quando sentiremo da ogni  pulpito delle nostre chiese parole sincere di vergogna? Talvolta sembra che le sole parole di denuncia e di verità siano appannaggio  del Papa e di pochi altri. A quando gesti  veri di  dialogo, di perdono e di riconciliazione con tutto il popolo di Dio che a fatica ormai si riconosce nei suoi pastori?

Un ultimo  esempio di questa lontananza è stato la scarsa (eufemismo) partecipazione del clero veronese e delle sue massime istituzioni all’adunata di popolo, credente e non, raccolta dentro e fuori le mura di San Nicolò all’Arena lo scorso 5 febbraio in occasione dell'incontro che ha visto la partecipazione del missionario comboniano Alex Zanotelli e del sindaco di Riace Mimmo Lucano.  Eppure le motivazioni di questo incontro erano profondamente cristiane: la difesa dei diritti delle persone immigrate e l'allarme contro ogni forma di razzismo. Dov’era la Chiesa veronese missionaria? Dove i rappresentanti di quello spirito cristiano-sociale che ha generato tanto bene alla città e non solo nei secoli scorsi?

Siamo certi che larga parte del popolo cristiano e dei laici, che hanno a cuore il senso vero della comunione tra gli uomini ed il rispetto delle persone, viva come noi lo sconforto nel vedere che le istituzioni cristiane e parte dei responsabili della chiesa veronese vengono meno al loro dovere di "pastori" di guidare e accompagnare il popolo di Dio a loro affidato, di ascoltare i fedeli, di parlare con chiarezza e di annunciare con coraggio la novità del Vangelo di Gesù Cristo, mettendosi al servizio della società di oggi in spirito di completa gratuità e senza secondi fini.

Certo anche noi, laici, abbiamo colpe: l’abbandono, la disaffezione, l’identificazione sempre più radicata in una  visione della vita del "qui e ora". Crediamo però che per recuperare vitalità , impegno, coinvolgimento, confronto sereno e costruttivo, non ci possa che essere l’abbandono di atteggiamenti come l’omertà e  dell’arroccamento  ed un sincero pentimento da parte delle istituzioni non solo per i fatti di ieri, ma soprattutto per quelli di oggi e per quanto il futuro riserverà.

 

ILLUMINI GROUP – BORGO ROMA   seguono firme

AVESANI EUGENIA

AVESANI RENATO

BERTASINI AMELIO

BARBI NADIA

BAZZICA CARLA

BOGONI MARIA LUISA

BRIGO BRUNO

CAMPEDELLI MARIA TERESA

CARLINI PAOLA

CONTEMPI VITTORIANA

COSTALUNGA SAVERIA

DE CONTI MICHELE

DE TOFFOLI LINDA

FRIGO GIANCARLO

FRIGO PAOLA

FRIGO RAFFAELE

GAIARDONI CRISTINA

LESTINGI PATRIZIA

LODOLA PIERO

MANTELLI FRANCO

NOGARA CAMILLA

OILVATO DANIELA

PERLINI GILBERTO

PIGOZZI MARIA SILVIA

PIGOZZI PIETRO

RAMBALDEL MARTA

SABAINI AMELIO

SANDRINI NATALE

SARTORI PAOLO

TIRAPELLE CLAUDIO

VANTINI ARMANDO

 


Onore a Papa Francesco

GRANDE CORAGGIO CONTRO UN GRANDE MALE

Caro papa Francesco, grazie per quello che fai per liberare la Chiesa dallo scandalo degli abusi su minori commessi da membri del clero e coperti dalle autorità ecclesiastiche fino ad oggi.

E per come lo fai: con la determinazione umile e coraggiosa  dell'uomo di fede che si assume le responsabilità pesanti connesse al ruolo di pastore della Chiesa universale.

Grazie per aver richiamato alla loro responsabilità tutti i presidenti delle conferenze episcopali, evidenziando il loro dovere di farsi carico delle drammatiche sofferenze delle vittime innocenti e l'urgenza di mettere a punto i concreti cambiamenti necessari da far applicare in tutte le diocesi del mondo.

C'è qualcosa che non va nel sistema clericale di gestione della Chiesa, lo sentiamo  come donne e uomini credenti, e lo hai denunciato anche tu, prima e al di là dell'esplosione dello scandalo pedofilia.

E' il problema del clericalismo, che distorce la chiamata al servizio nella comunità in esercizio autoreferenziale di potere; talmente radicato nelle strutture ecclesiastiche, dai seminari alle curie locali e alla curia romana, da risultare impermeabile ad ogni proposta/ richiesta di cambiamento nella direzione di una visione di Chiesa-Comunità, aperta ai carismi di tutti i battezzati, sinodale nel modo di prendere le decisioni, fedele al Vangelo anche nell'esercizio dell'autorità.

Quando vedremo cambiare qualcosa?

Caro Francesco, lo Spirito  sostenga te e quanti collaborano con te nel lavoro di riforma  della nostra Chiesa, perché diventi più credibile quando annuncia il Vangelo  e molti possano accogliere il messaggio di salvezza di Gesù Cristo, di cui il mondo ha un disperato  bisogno.

Siamo in tanti a pregare per te.

Che Dio ti benedica e ti conservi a lungo in buona salute.

Marisa Sitta - Redattore di Gerico.Info

Ma davvero i soldi non hanno odore?

LE SINGOLARI FREQUENTAZIONI DELLA CARITAS DIOCESANA VERONESE

 

Avete presente la guerra in Yemen, quella che la coalizione guidata dall'Arabia Saudita ha scatenato nel 2015 contro i ribelli Houthi e che in quattro anni  ha causato rovina e devastazione in tutto il Paese?

Abbiamo più volte sentito Papa Francesco ricordare in modo accorato la morte di più di 85 mila bambini a causa dei bombardamenti dei sauditi  e della devastante carestia prodotta dal  conflitto in corso in Yemen.

E' noto che la RWM italia, filiale della azienda tedesca di armamenti Rheinmetall  Defence con sede legale a Ghedi (BS), disattendendo la legge n° 185/1990 che proibisce la vendita di armi a paesi in guerra o che non rispettano i più elementari  diritti civili,  rifornisce l'Arabia Saudita di ordigni prodotti nello stabilimento sardo di Domusnovas  ricavandone ingenti profitti.

Si sa pure che questa azienda italo-tedesca per le transazioni bancarie si appoggia alla Banca Valsabbina, che ha sede nella zona pedemontana della provincia di Brescia tra il lago d'Idro e il lago di Garda, attiva dal 2006 nel settore dell'esportazione di sistemi militari.

Tutto questo è noto e risaputo e d'altra parte, mi si dirà,   gli affari sono affari!

Quello che invece è a tanti poco noto e lascia alquanto sconcertati è scoprire il rapporto che intercorre fra la Banca Valsabbina e la Caritas Diocesana Veronese.

Infatti, sul sito della Caritas Diocesana Veronese, l'organismo pastorale della Diocesi di Verona per la promozione e il coordinamento delle iniziative caritative e assistenziali, si invitano i fedeli a fare contributi e donazioni con bonifico bancario  utilizzando un codice IBAN della Banca Valsabbina, la stessa banca di riferimento della RWM Italia (cfr. https://www.caritas.vr.it/index.php/cosapuoifare/contributi-e-donazioni).

Non c'è qualcosa che stride in tutto questo?

Eppure la Caritas nazionale è tra i fautori di Banca Etica e si serve di questa banca per la gestione dei soldi.  Perché non seguirne l'esempio anche qui a Verona? Anche scelte piccole possono diventare gesti significativi  per chi desidera  costruire un mondo più umano in linea con  il Vangelo.

Purtroppo anche in questo caso si dà ragione a quel gesuita inglese, citato spesso da padre Alex Zanotelli nei suoi interventi, che dice: "Noi cristiani d'occidente leggiamo il Vangelo come non avessimo i soldi e usiamo i soldi come non conoscessimo nulla del Vangelo".

Yemen e Verona: due mondi tanto lontani. Apparentemente...

Gianni Giuliari  - Redattore di Gerico.Info

I sovranisti chiudono i confini

RIAPRIAMOLI CON LA FORZA DELLE IDEE

 

Ho letto con interesse l’inserto Robinson di Repubblica di domenica scorsa, che portava questo sottotitolo significativo. Un inserto di testi e di immagini fotografiche che mettono sul piatto queste due dimensioni: il muro, coniugato nelle sue svariate forme ingegneristiche ed architettoniche. Presentato come un necessario mezzo di sicurezza e sempre carico di una forte valenza di esclusione, di chiusura nei confronti degli altri, di annullamento della loro identità e della loro storia nella consapevolezza che solo noi siamo importanti, solo noi abbiamo diritto ad esistere. Ma il muro è anche e soprattutto una realtà simbolica, una forma mentis, un modo di ragionare. Il muro lo costruiamo innanzitutto nella nostra testa. Il muro delimita il nostro mondo, la nostra visuale. In questo senso ci offre sicurezza finendo però per impoverirci terribilmente. Ciò che sta al di là del muro semplicemente non c’è, almeno per noi. Il muro presentato come difesa nei confronti di nemici che starebbero sopraggiungendo. Il muro in Israele, negli Usa, nelle varie cortine di filo spinato che tornano ad essere erette nella nostra vecchia Europa, il muro d’acqua costituito dal Mediterraneo … il muro impedisce a vedere ciò che c’è di là. È simbolo di morte, non di protezione, non di vita. È il rifiuto dell’altro, il rifiuto dell’incontro, il non voler ammettere che il mondo è composto non dal semplice io ma dal noi. Come ci ricordava papa Francesco in una delle sue ultime catechesi sul Padre Nostro. Stiamo diventando sempre più incapaci di pensare che al mondo esistiamo al plurale, come Noi. Perché alla fine la logica del muro conduce alla totale chiusura, al ripiegamento su se stessi. Porta a mettere al centro di tutto l’io, l’ego, l’autarchia … di qua ha inizio ogni tipo di scontro, incomprensione, guerra, genocidio.

Dall’altra parte c’è la carica delle idee. L’inserto ci presenta una serie di contributi di scrittori, giornalisti, studiosi. Ognuno mostra come una idea, una loro Idea (con la maiuscola) alla quale hanno dedicato parte della loro vita e della loro opera, sia in grado di abbattere o di far superare l’ostacolo del muro.

C’è Paolo Rumiz infaticabile scrittore e camminatore, che ha messo tante volte al centro delle sue narrazioni i confini, intesi in tutte le loro forme. Nell’inserto racconta la sua idea di Europa: un’idea ben differente da quella economica e commerciale a cui ci ha costretto una politica infausta di questi ultimi anni o decenni.

C’è Paolo Cognetti, giovane scrittore autore che ha vinto il premio Strega nel 2017 con il romanzo “Le otto montagne”. L’ambientazione dei suoi libri è quasi sempre la montagna, ovvero il luogo in cui ogni muro perde completamente il suo senso. Eppure quante muraglie sono state erette proprio sulla montagna. Basta pensare alle migliaia di chilometri di trincee realizzate sulle Alpi nella Prima Guerra Mondiale. È vero che poi la Montagna si è ripresa il suo spazio. Oggi rimangono solo i resti di quelle opere di difesa e di aggressione. La Montagna è il luogo della libertà e dell’incontro, dell’elevazione a dimensioni più alte eppure tante volte è servita anche come teatro di guerra e di difesa della propria identità. La montagna molto spesso è stata luogo di frontiere anche se la sua vocazione è tutt’altra.

Valeria Luiselli, giornalista messicana, parla delle donne dell’Honduras, del Guatemala, di El Salvador rinchiuse con i loro bambini dalla polizia di frontiera statunitense nei campi di concentramento per immigrati nel Sud Texas.

Alberto Manguel, saggista argentino, ci fa vedere come una biblioteca, magari virtuale, ovvero la ricchezza dei libri, è in grado di far scavalcare tutte le frontiere. E si potrebbe continuare. Altri contributi sottolineano, per esempio, che l’arte, il canto, la musica, per definizione non possono avere confini, frontiere.  

Insomma due mondi, due visioni, due approcci opposti alla realtà. Un’idea, un progetto (Europa, montagna, la lettura, la sensibilità delle donne, l’arte …) rende inutile ogni tipo di muro. Perché l’idea vola alto, verso orizzonti di libertà e di incontro. L’idea ci fa crescere in continuazione, al contrario del muro che ci rinchiude irrimediabilmente in un mondo sempre più angusto e ammuffito.

Viviamo in un’epoca triste in cui il potere va costruendo ovunque muri di difesa ed esclusione. L’epoca di un nuovo avvento di sovranismo e nazionalismo, che assomiglia tristemente agli anni compresi tra le due guerre mondiali, con l’avvento delle peggiori dittature che la storia umana abbia mai avuto. L’opposizione a questo potere non può che puntare a superare la logica del muro. E il muro si vince, lo si demolisce, lo si rende inutile con la voglia di riflettere, di pensare, di confrontarsi. Con la forza delle idee, della cultura, dell’arte, appunto.

Dall’altra parte, dalla parte delle destre sovraniste, si dirà che anche questi non sarebbero altro che discorsi delle élites, dei radical chic, della sinistra buonista che non sa fare i conti con la realtà. Gli stereotipi nascono nell’ignoranza e nella grettezza mentale. Rifuggono dal pensiero e da ogni forma di approfondimento e confronto. Fakenews e stereotipi vanno a braccetto, in compagnia di ogni forma di insulto e di aggressione, verbale e non solo. Si dirà che quello del pensare non è una prerogativa che può essere opposta a chi vuole a tutti i costi i muri. Certo anche a destra si pensa, ci mancherebbe altro. E allora confrontiamoci. E chiediamoci innanzitutto: che pensiero può essere quello che vede nell’altro, in quello che arriva da lontano ma anche in quello che vive al nostro fianco, un nemico, un ostacolo, una minaccia? Significativo che stia rinascendo con violenza l’antisemitismo assieme alla costruzione dei vari muri. Il pensiero vero, non distorto e manipolato, non può vedere nell’altro un nemico ma una persona come me. Ma forse la funzione principale del muro è proprio questa: impedirci di vedere che chi c’è di là è un essere umano, esattamente come lo siamo tutti noi: una donna, un uomo, un bambino con gli stessi problemi e la stessa necessità di essere felici che abbiamo noi. La funzione disumanizzante del muro consiste proprio nel nascondere questa semplice verità allontanandola dal nostro sguardo. L’esclusione, l’allontanamento, il rifiuto degli altri come mezzo per garantirci la sopravvivenza. La forza delle idee, al contrario, ci dice che è proprio nell’incontro, sofferto magari, che la nostra sopravvivenza migliora e cresce.

                                                                                                                    

Stefano Costa  - Redattore di Gerico.Info 

Sulle soglie senza frontiere

ALFRED,  DALLA STRADA ALLE NOZZE

Qualche anno fa Alfred suonava alla porta della nostra nuova casa per chiedere l’elemosina, una bottiglia d’acqua, un frutto …. e per scambiare qualche parola che fa sempre bene.
Un po’ alla volta questo è diventato un appuntamento settimanale che ci ha permesso di conoscerci meglio anche se la sua difficoltà ad imparare la lingua italiana e la nostra a comunicare in inglese rendevano difficoltose le conversazioni.

Abbiamo cercato di aiutarlo con l’associazione degli avvocati di strada per regolarizzare la sua posizione; lui ci diceva che non voleva più andare in “giro giro“ per chiedere l’elemosina,  ma che avrebbe cercato volentieri un lavoro.
Una cosa che lo ha reso felice è stata la nostra proposta di svolgere dei lavoretti nel giardino e questa è diventata una periodica solidarietà concreta che svolge con tanto impegno e dedizione.

Giorno dopo giorno l’amicizia si allargava sempre più, a cominciare dai figli e dalle nipotine che gli sono diventati amici. Fa tenerezza vedere come anche la più  piccola lo chiama pronunciando bene il suo nome e riconoscendolo per strada.

Alfred viene dalla Nigeria e con tanta fatica è riuscito da poco ad avere il permesso di soggiorno .

L’ultima grande notizia è che da tre mesi lavora in una ditta di piastrelle e speriamo davvero che gli venga rinnovato il contratto, unica via per sopravvivere in questo nostro paese che fa di tutto per rendere la loro vita sempre più impossibile.

Ora Alfred ha una fidanzata e pare che presto saremo invitati alla festa del loro matrimonio ed io farò con orgoglio le veci della sua “mamam”. Auguri Alfred !

Rita Cazzola - Redattrice di Gerico.info

San Nicolò, un incontro atteso

IL BISOGNO DI SENTIRE ALTRE NARRAZIONI

 

Eravamo in tanti. La chiesa non ci conteneva. E lo si immaginava. Lo si sperava.

Un incontro desiderato, atteso quello con Padre Alex Zanotelli e il sindaco di Riace, Mimmo Lucano, a San Nicolò il 5 febbraio. Un incontro che la dice lunga sulla necessità che abbiamo di persone, di leader, di qualcuno che sia ancora in grado di parlare.

Abbiamo bisogno di persone come Alex Zanotelli. Non per cadere nell’errore che si fa dall’altra parte: la parte che ritiene cosa normale quel culto della personalità, quell’idolatria della figura del capo che è tipica di tutti i fascismi, di tutti i populismi e dei regimi autoritari. Il culto, l’idolatria del capo a cui tutto è permesso e perdonato. A cui tutto si concede, anche le peggiori efferatezze perché in fondo è bello, consolante che qualcuno rappresenti il lato più cattivo, peggiore che ci portiamo dentro.

No! Non abbiamo bisogno di capi, di guide di questo tipo. Abbiamo bisogno di sentire che certi discorsi possono ancora essere fatti. Certo sono discorsi che già conosciamo (li conosciamo da decine di anni, dai tempi dell’impegno sociale e politico, dai tempi delle Arene di pace …). Non li ascoltiamo perché amiamo ripetere cose già note, quasi scontate, quasi con un atteggiamento di nostalgici, ma perché è importante trovare il modo di scagliarci contro il muro del pensiero tetro, monotematico che si sta imponendo a livello mondiale. L’Italia, ma in fondo tutto l’Occidente, gli USA, non sono preda dei populisti; non sono ancora in mano ai fascisti. Siamo altra cosa dai vari Trump, Salvini, Bolsonaro; siamo altra cosa dai vari reucci dell’Est Europa. Il nostro mondo non sta regredendo. Perché e finché c’è qualcuno che sa impedirlo, che sa dire di no, che sa alzare una voce differente.

Ha fatto impressione sentire testimonianze come quelle di Alex (segnate da decenni di battaglie di ogni tipo a favore dei poveri) e di Mimmo Lucano (questa genuinamente figlia dei nostri tempi).

Il primo ci ha fatto capire che il fenomeno della migrazione è un fatto strutturale, non emergenziale, la conseguenza di un sistema politico- finanziario- militare profondamente ingiusto e crudele. È il capitale, la finanza, noi occidentali e il nostro dio denaro, che continua a prosciugare il Sud del mondo provocando la fuga di milioni di persone verso terre migliori. Non si tratta di emergenza ma di un movimento strutturale, generato dall’ingiustizia. Premi all’inverosimile una palla di gomma da una parte. Cosa succede? Che si finisce per provocare una reazione opposta. La massa torna ad emergere dall’altra parte della sfera. Milioni di persone muoiono sul posto per le guerre combattute con le armi che USA ed Europa fornisce. E noi non ne sappiamo nulla (chi parla di Africa al di fuori di Nigrizia?). Quelli che non muoiono si muovono verso di noi. E da noi cosa incontra questa gente dopo mesi di viaggio infernale? I popoli europei e nordamericano (e peggio ancora australiano) accolgono questa gente, questi poveri con fili spinati, con porti chiusi, con muri. Con la narrazione falsa e propagandistica fatta dai governi di estrema destra che questi stanno venendo da noi per rubarci il lavoro, per delinquere, per invaderci.

Ma come? Se abbiamo già rubato noi tutto a loro? Certo non tutti tra “noi”. Non i poveri dei nostri paesi. Giacché anche da noi il processo di impoverimento della popolazione sta crescendo in maniera inarrestabile. Mentre, paradossalmente, sappiamo che anche la ricchezza mondiale è sempre più grande. Ecco la grande ingiustizia: i poveri crescono e cresceranno sempre di più, ma i ricchi saranno sempre più ricchi e … sempre di meno.

È il denaro, sono i ricchi, i potenti, ad averli già depredati di tutto, ad aver tolto ai poveri che arrivano da noi la possibilità di vivere una vita degna nelle loro terre. E sono loro i ricchi, i potenti, a presentarci questi poveri come nostri nemici. Si vuole che scoppi una guerra tra poveri. È questo che vuole l’estrema destra che governa il mondo oggi. Ai ricchi, ai potenti fa comodo la guerra combattuta tra i poveri. Perché al ricco, al potente non interessa niente, assolutamente niente, della vita del povero. Al ricco interessa solo la sua vita, e quella del suo clan. Non importa se i poveri si scannano tra di loro. Anche la vita umana è inserita nel processo naturale della selezione naturale. Sopravvive il più forte, il più furbo, il più ricco, quello che ha più privilegi. Le guerre servono a sfoltire un’umanità troppo numerosa e minacciosa. Un’umanità che corre a due velocità. Una di serie A e un’altra di serie B.

Perché il modello Riace che Mimmo Lucano ha tentato di descriverci con parole tanto semplici e commosse dà così fastidio? Perché si è attirato le ire del potere? Perché non si tratta solo di un modello di accoglienza, di integrazione, ma di un modello di alleanza, di incontro, di amicizia tra poveri. Perché sono i poveri che possono accogliere di più i poveri, i più poveri di loro. Non sono i ricchi che possono accogliere, perché i ricchi hanno paura. Hanno troppo da perdere. Per loro il povero è un diverso, una minaccia, specie se ha la pelle di un altro colore. Riace è stata presentata giustamente come un modello, un modello di incontro e di alleanza tra poveri. E questo fa tanta paura alla narrazione ufficiale del potere per la quale chi arriva da fuori, dal mare o attraverso il deserto, deve essere presentato come il capro espiatorio su cui scaricare ogni colpa. “Armi di distrazione di massa” vengono definiti i migranti. Riace dà fastidio perché può essere, come si è detto a San Nicolò, il modello di un nuovo modo di accogliere, di integrare e di valorizzare lo straniero che arriva da noi. Magari arrivando a ridar vita a tante zone abbandonate del nostro paese.   

 Abbiamo bisogno di incontri come quello di San Nicolò per sentire che esiste un’alternativa alla montagna di menzogne che i politici e i media che stanno dalla loro parte quotidianamente ci propinano. Il mondo non è come quello che loro ci presentano. Abbiamo bisogno di sentire altre narrazioni, altri racconti della realtà.                                                                                                                             

                                                                                                                     

Stefano Costa - Redattore di Gerico.Info

Chiesa del potere e chiesa dei poveri

ALLA PIEVE IN ASCOLTO DI TESTIMONI  CONTRO OGNI FORMA DI OPPRESSIONE

Si è tenuto, domenica 27 gennaio, l’incontro in memoria di padre Turoldo nel XXVII anniversario della morte. Come gli altri anni ci si è ritrovati alla Pieve di Colognola ai Colli, la chiesa – come don Luigi Adami non manca mai di sottolineare – definita da padre Turoldo “la tenda di Dio in mezzo agli uomini”. Il luogo più adatto per sottolineare un legame, un’amicizia che padre Davide aveva con don Luigi e con la nostra terra.

Nell'introduzione don Marco Campedelli ha fatto un cenno alla necessità di rendere questi incontri vivi e attuali contro la possibilità che essi finiscano per rappresentare solo qualcosa di autoreferenziale, di folkloristico, anche se piacevole e gratificante. La media dell’età dei partecipanti ci conferma nella sensazione di rappresentare una esigua minoranza, dal punto di vista numerico ma anche generazionale, una specie di bolla immersa in un mondo che sembra andare in tutt’altra direzione. Dove erano e dove sono i giovani? E non i giovani in generale, bensì i nostri figli, i nostri nipoti? I giovani che dovrebbero aver respirato direttamente, dal vivo, gli ideali, i valori e gli ideali nei quali ci identifichiamo? Certo: i valori del regno di Dio non possono mai essere valutati con i criteri del consenso e della maggioranza. Il regno assomiglia sempre al piccolo seme, che cresce e avanza in maniera misteriosa e contradditoria.

Gli incontri alla Pieve da qualche anno ci hanno fatto allargare la nostra attenzione. Dapprima a Padre Ernesto Balducci e, poi, ad altre personalità significative. Quest’anno siamo stati aiutati ad avvicinarci alla figura di San Oscar Romero, l’arcivescovo di San Salvador assassinato nel 1980 da membri degli squadroni della morte del colonnello D’Abuisson. San Oscar Romero rappresenta tutto il continente latino americano. E’ il Santo delle comunità di base, della Teologia della liberazione, il Santo dei poveri, degli oppressi, di tutta quella realtà umana-ecclesiale-civile che il potere politico ed economico, che tanto spazio ha ancora all’interno delle istituzioni ecclesiastiche, vorrebbe schiacciare o per lo meno rendere invisibile. Non si spiega in altro modo il fatto che ci siano voluti trentotto anni perché Romero venisse canonizzato quando il popolo salvadoregno lo aveva dichiarato tale fin dal momento successivo alla morte. Ci voleva Francesco a far tirar fuori dal cassetto le carte di questo processo di beatificazione. È una delle contraddizioni di una chiesa che continua ad essere invischiata con i giochi di potere. Ci vuole coraggio e forza di volontà a rimanere fedeli a questa chiesa, a non lasciarsi trascinare dalla tentazione di un altro terribile scisma (di cui papa Francesco è il primo ad avere coscienza): la spaccatura tra la chiesa ufficiale e la chiesa della gente, dei poveri, dei laici …

E’ di qualche anno fa, precisamente del 2009, il libro alquanto significativo al riguardo di Riccardo Chiaberghe, Lo scisma, cattolici senza papa. È stato scritto quando ancora papa Francesco non era diventato vescovo di Roma. Sulla scorta delle parole e delle azioni di questo papa possiamo dire che le cose oggi non stiano proprio così. Lo scisma non avviene più tra popolo di Dio e il suo pastore - visto che la figura del vescovo di Roma ha acquistato, con Francesco, una dimensione profetica senza precedenti - ma tra chiesa del potere e chiesa della gente, dei poveri. Da una parte la chiesa del popolo assieme al suo pastore e, dall’altro, l’apparato, la burocrazia, la gerarchia del potere e degli interessi da difendere. Non occorre una particolare perspicacia per rendersi conto di quanti nemici Francesco debba ogni giorno affrontare. Nemici forti e potenti: le élites politiche e finanziarie che, in un modo o nell’altro, continuano a dominare le sorti dell’intero pianeta, le élites capitaliste che hanno in mano tutte le leve del potere e che continuano a mantenere l’intero genere umano ostaggio di meccanismi socio economici basati sull’ingiustizia e sull’ineguaglianza. E’ la peggiore destra che ha dichiarato guerra a papa Francesco. Una guerra che sta combattendo subdolamente insinuandosi all’interno della stessa istituzione ecclesiastica, cooptando e portando dalla sua parte numerosi membri di questa istituzione. È papa Francesco oggi il principale oggetto di attacco oggi dei poteri forti, per la sua difesa dell’uomo, del povero, dell’ambiente … E’ lui che va difeso ad ogni costo. È attorno a lui che ci si deve raccogliere.  

Alla luce di queste riflessioni si comprende quanto incontri come quello della Pieve siano importanti e preziosi. Anche se non dovrebbero dare l’impressione di costituire una semplice boccata di ossigeno, di rappresentare un punto di riferimento per nostalgici che sognano un mondo migliore che non potrà mai realizzarsi. Occorre guardare e pensare a questi incontri con un occhio rivolto al passato e un altro al futuro.

Padre Turoldo religioso e poeta ci aiuta a cantare il sogno, a dare voce alla speranza. La profezia si coniuga con il canto e la poesia.

Padre Balducci ci aiuta a riflettere come credenti criticamente sulla realtà dell’ingiustizia e dell’oppressione. La profezia come componente inseparabile della fede che stimola a prendere coscienza della realtà di oppressione e di ingiustizia in cui ci troviamo e a cambiarla.

Quest’anno ci siamo messi in ascolto del profeta testimone Oscar Romero. Un profeta che è anche pastore. Si! La profezia può essere vissuta anche dai pastori della Chiesa. Romero ha iniziato il suo processo di conversione ai poveri pochi giorni dopo aver cominciato ad esercitare il suo ministero come arcivescovo di San Salvador, a partire dall’assassinio crudele del suo amico gesuita Rutilio Grande. Ma è ancora vivo nella chiesa un altro pastore proveniente dalla “fine del mondo”, un pastore provvidenziale, un dono autentico di Dio, da ascoltare e da seguire. Prima che sia troppo tardi e nella consapevolezza dei pericoli che sta correndo, delle prove che deve affrontare ogni giorno.

La ricchezza, la bellezza, di questi incontri alla Pieve sono fuori discussione. Un grazie a chi ogni anno li pensa e li prepara.  Si potrebbe pensarli, in futuro, sempre di più come incontri di riflessione e di ascolto di tutti i testimoni della chiesa dei poveri, della chiesa del futuro, testimoni che, come Turoldo, Balducci, Tonino Bello, Romero si sono messi dalla parte della giustizia, contro ogni tipo di oppressione. Papa Francesco è uno di questi. Ed è ancora vivo, grazie a Dio.

Sappiamo quanto il mondo, soprattutto il mondo dei poveri, abbia bisogno di testimoni e di maestri. Ne ha bisogno soprattutto quando pensa che la loro opera sia del tutto inefficace e inutile. Ne ha bisogno proprio quando sembra essere più immerso in una sazietà o, all’opposto, in una oppressione che non permettono di guardarsi attorno e di cercare un messaggio che parli di qualcosa di differente.

       

Stefano Costa  - Redattore di Gerico.Info 

L'atteggiamento ondivago di mons. Zenti

UNA POSIZIONE CHE SUSCITA MOLTE PERPLESSITA'

 

"Sollecitato da varie situazioni", monsignor Giuseppe Zenti, vescovo  della diocesi di Verona, nell'editoriale  del settimanale diocesano "Verona Fedele" dal titolo "A cosa servono le chiese?" del 28 gennaio scorso,  scrive testualmente: "Una chiesa viene eretta per propiziare l’incontro con Dio principalmente da parte del Popolo di Dio" e più avanti "Il rispetto della natura sacra delle chiese esclude ogni altro uso con sfondo profano, per cui esistono teatri, sale pubbliche, tensostrutture, piazze".

La considerazione del vescovo allude in maniera criptica a non meglio precisati avvenimenti "con sfondo profano" accaduti recentemente, in cui uomini non di Chiesa hanno avuto modo di far sentire la loro voce parlando in una chiesa. Se questa è la certezza dottrinale del vescovo Zenti,  non si capisce in base a quali motivazioni lui stesso, alla fine della celebrazione della Santa Messa della notte di Natale del 2013, abbia caldamente invitato i fedeli presenti a trattenersi nella cattedrale per ascoltare le parole del sindaco allora in carica, Flavio Tosi, un uomo politico notoriamente non di chiesa. All'epoca questo avvenimento fece scalpore, anche sui media a livello nazionale. Perché allora, cinque anni fa,  un politico poteva liberamente  parlare non in  una chiesetta di campagna, ma dal pulpito del Duomo di Verona, e adesso questo viene vivamente sconsigliato?  Cosa è cambiato da allora nelle certezze dottrinali del vescovo Zenti? Difficile spiegarsi questo atteggiamento ondivago.

Nell'editoriale in questione, inoltre, monsignor Zenti tiene a precisare che  "la chiesa è spazio anche per l’annuncio e la spiegazione, possibilmente con ricadute sulla vita, della Parola di Dio". Perché  il vescovo ha sentito il bisogno di sottolineare quel "possibilmente"? Questo non dovrebbe essere la normalità?  Se la Parola di Dio non viene calata nelle situazioni della vita reale  di tutti i giorni, non viene incarnata, come si suol dire,  non può essere credibile: è lì, nel concretizzarsi della Parola nella vita quotidiana, che il messaggio evangelico prende vigore e vita, altrimenti rimane un racconto come un altro, fine a se stesso.

Considerazioni, quelle espresse dal  vescovo Zenti, che lasciano  perplessi molti credenti, che però non hanno possibilità di confrontarsi con lui  su questo e su altri aspetti cruciali per la vita ecclesiale. Perché la separazione tra laici, che devono ascoltare, e clero,  a cui compete parlare con autorità,  resta netta nella prassi cattolica. Con crescente disagio e  scoramento dei laici, donne e uomini.

Anche le chiese, sempre più vuote, parlano al vescovo. Se le sa ascoltare...

Gianni Giuliari -  Redattore di Gerico.Info


L'effetto spettatore

QUELLI CHE: "NON VEDO NON SENTO NON PARLO"

Ad un corso antincendio organizzato dalla cooperativa per la quale lavoro ho appreso questo nuovo concetto. Per la verità non si tratta di nulla di nuovo. È interessante rendersi conto di come medici, psicologi, psichiatri, sociologi e altri specialisti in scienze umane riescano a fornire una spiegazione scientifica, una concettualizzazione, a fenomeni sociali e comportamentali che già ci sono ben noti.

Di cosa si tratta? Cos’è l’effetto spettatore? Pensiamo a una persona che si sente male, che diviene vittima di violenza o che vive particolari situazioni di pericolo. Immaginiamo che tutto questo avvenga non in luoghi isolati, o di notte, ma in contesti frequentati, per non dire affollati. Cosa succede? Che tanta gente passa accanto al malcapitato e nessuno ne prende le difese o tenta un gesto di aiuto. Al corso ci è stato presentato un video in cui un signore moriva di infarto in una sala d’aspetto di un ospedale sotto gli occhi di altre persone. Oppure una bambina che urlava per la strada mentre un signore fingeva di aggredirla. Nessuno dei viandanti si fermava ad aiutarla. O ancora: una vittima di un incidente stradale in una strada trafficata che non veniva soccorso da nessuno.

Commentavo con chi mi stava seduto vicino perché fosse necessario andare a scomodare teorie scientifiche per spiegare questo comportamento. Papa Francesco parla della “globalizzazione dell’indifferenza”. Il vangelo, ancor prima di lui, ci presenta la stupenda parabola del Samaritano. Un uomo aggredito e lasciato mezzo morto lungo il ciglio della strada non risveglia alcun sentimento né nel levita né nel sacerdote che si trovano a percorrere la medesima strada. Solo uno straniero, uno che viene classificato come nemico od eretico, è capace di guardarlo con occhi differenti e lo soccorre. A differenza degli altri due, il samaritano ha il coraggio di guardare al povero malcapitato. Lo guarda e lo soccorre. Di lui Gesù parla come di colui che si è fatto prossimo al malcapitato.

Ma torniamo al tema del video che potrebbe essere inteso come una sorta di concretizzazione, una specie di banalizzazione contemporanea del grande messaggio della parabola del Samaritano. L’effetto spettatore mi porta a riflettere su due aspetti. Primo: la facilità con cui l’essere umano sa crearsi alibi, giustificazioni di ogni sorta. “C’ero ma è come se non ci fossi stato. Proprio non ci ho fatto caso! Non mi sono accorto di niente. Non ho visto! Ero troppo preso nei miei problemi, nei miei pensieri!” Si tratta del processo di rimozione per tutto ciò che ci crea fastidio e ci fa’ star male. Si vorrebbe veramente non aver visto, esser stati ciechi. Almeno non avremmo nulla da rimproverarci, non avremmo un peso così grande sulla coscienza.

E, secondo aspetto, la facilità con cui rimaniamo appunto spettatori. Una sorta di impotenza che ci impedisce di agire, di tentare la più piccola azione. Non dipenderà questo forse dal fatto che viviamo nella società della spettacolarizzazione? La televisione e la rete ci hanno fatto familiarizzare con ogni sorta di spettacolo rendendoci, all’opposto, incapaci di affrontare la realtà e di interagire efficacemente con essa. Viviamo sommersi – è vero in un oceano di informazioni. Veniamo a conoscenza di tutto ciò che accade in tempo reale. Ma in fondo anche l’informazione ci abitua ad essere dei semplici spettatori. Non ci figuriamo nemmeno che una sciagura, una tragedia, possa avvenire realmente sotto i nostri occhi, a due passi da noi. Se e quando questo accade non sappiamo che pesci pigliare. Basti pensare a come abbiamo allontanato il momento del morire (questa si un’esperienza che prima o poi ci coinvolge tutti, dal primo all’ultimo) dalle nostre case per relegarlo ad istituzioni specializzate per questo.     

Alla fine siamo posti di fronte esattamente a questo bivio. Dobbiamo scegliere di percorrere una strada o l’altra. O si diventa prossimi, si accetta di farsi carico di chi ci viene, in qualunque modo, incontro. Oppure ci si allontana, si guarda dall’altra parte, facendo come lo spettatore che vede e non fa nulla presentando la scusa che ci sono altri migliori di lui, altri maggiormente adatti a prendersi cura dell’altro, a fare qualcosa. Potremmo andare anche oltre nel dare un nome a queste due strade alternative: o si fa qualcosa, pagando di persona, o ci si giustifica diventando cattivi, regredendo in umanità e civiltà. Sempre seguendo la tesi dell’effetto spettatore si può sempre dire che spetta agli altri non a noi. Gli altri intesi come vicini di casa e come altre nazioni, i politici, l’Europa …

I nostri politici (che noi ci siamo scelti e che abbiamo eletto) fanno di tutto per confermarci e giustificarci in questo nostro incattivimento e in questa perdita di umanità e anche di fede cristiana. In fondo non aspettiamo altro di meglio che qualcuno faccia il lavoro sporco per noi. Quanta gente è contenta che una barca piena di gente di colore affondi in mare perché sulla pelle sente che, in fondo, quelli non sono esseri umani come noi? Certo nessuno sarebbe disposto ad ammetterlo apertamente. Fa’ tanto e tanto comodo che ci sia un ministro che non ha paura ad assumersi pubblicamente la responsabilità di farlo, magari chiudendo i porti e lasciando navi cariche di esseri umani in balia delle onde per giorni. È per questo che la popolarità di questo ministro continua a crescere. Perché tutti siamo e stiamo diventando sempre più cattivi, disumani. Se non tutti, tanti. È successa la stessa cosa con Hitler e lo sterminio di milioni di ebrei, cosa che ha finito per fare comodo a tanti tedeschi, anche grazie ad una martellante propaganda, o con le leggi razziali nel nostro paese. In fondo la gente sapeva e si adeguava. Come diceva Edith Stein: i tedeschi sapevano quello che Hitler stava facendo fin dal 1934. E chi non era d’accordo, chi voleva che la storia seguisse un corso differente, ha rischiato e pagato con la vita o se n’è andato all’estero.

Forse la giornata della memoria che abbiamo appena celebrato dovrebbe aiutarci a combattere lo stato d’animo di indifferenza e di assuefazione che ci porta ad accompagnare, come qualcosa di ineluttabile, il cammino di disumanizzazione che tutto il nostro mondo sta percorrendo. C’è sempre una speranza: lo spettatore può essere ancora qualcuno che può essere risvegliato dal suo torpore. La sua ignavia può essere indifferenza cinica ma può rappresentare semplicemente mancanza di coraggio, codardia. Ed è per questo che è importante che ci sia qualcuno che gli urli o gli testimoni che è possibile scegliere una strada diversa a quella dell’incattivimento, dell’imbarbarimento. È il valore di testimonianza che da’ chi fa’ qualcosa, chi si ferma e aiuta pagando di persona.     

                                                                       

Stefano Costa - Redattore di Gerico.Info