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Il nuovo giardino dell'Eden sarà a Ca' Vecchia!

Presentato in udienza pubblica il nuovo progetto di Adige Ambiente.

"Questa è casa mia e qui non si fanno foto!" con questa imperiosa frase del responsabile della ditta Adige Ambiente, Giovanni Bonacina, rivolta ad uno dei convenuti, si è aperto lunedì 1° febbraio l'incontro in cui è stato illustrato al pubblico il nuovo progetto di Adige Ambiente a Ca' Vecchia di san Martino B.A. nella sede dell'azienda.

Non sembrava del tutto felice per l'imprevista numerosa presenza di pubblico, una cinquantina di persone, il signor Bonacina, ma ha invitato i due tecnici dello Studio Dell'Acqua ad esporre con l'ausilio di alcune slide il nuovo progetto.

A dire il vero, poco più di un un quarto d'ora è bastato a uno dei tecnici, l'ingegner Fabio Pasinetti, per illustrare le caratteristiche del futuro impianto di Adige Ambiente per lo smaltimento di rifiuti pericolosi e non pericolosi, solidi e liquidi con recupero di materie prime: un nuovo impianto che si aggiungerà a quello già esistente, quadriplicandone l'area di superficie coperta, da 4 mila quadrati a 17 mila quadrati,  e trattando una quantità di rifiuti giornaliera pari a 900 tonnellate (80 mila annue) mediante l'installazione di 10 nuove linee di trattamento per varie tipologie di rifiuti (fibre di amianto, ceneri da termovalorizzatori, plastiche e  imballaggi metallici, etc.). Tre camini alti 25 metri faranno, poi, da corona al nuovo insediamento industriale per l'emissione dei fumi provenienti dalle varie attività previste.

Dall'altro canto, mezzora e forse più non è stata sufficiente all'altro tecnico, il dottore in Scienze Forestali Stefano Zenti,  per esternare le meraviglie dell'area di progetto in cui sarà inserito il nuovo impianto industriale della ditta bresciana: un corridoio ecologico lungo il torrente Rosella fatto di boschi con le più svariate  specie di piante e di animali selvatici e un immenso prato mellifero dai fiori di mille colori in cui le api troveranno il loro habitat ideale: un vero e proprio toccasana per il corpo e per lo spirito, un nuovo paradiso terrestre ad avvolgere il nuovo impianto, come l'albero del bene e de male.

Va chiarito che la nuova infrastruttura di Adige Ambiente si aggiungerà alle "colline" di rifiuti già esistenti gestiti dall'azienda consorella Progeco s.p.a.

E allora perché tanti dubbi e perplessità intorno a questo nuovo progetto? 

Innanzitutto perché si tratta di un impianto industriale, forse accettabile a livello teorico, ma collocato nel posto sbagliato: in  un'area, cioè, a destinazione agricola, secondo il Piano Interventi del comune di san Martino B.A., un'area ricca di risorgive  dove il nuovo Piano dei Rifiuti della Regione Veneto non prevede l'installazione di stabilimenti  industriali, un 'area che non risulta compatibile con le norme tecniche operative del Piano del Quadrante Europa (art. 49 NTA del PAQUE) che vieta espressamente l'ubicazione di impianti di trattamento rifiuti in fregio e all'interno di ambiti  di interesse naturalistico-ambientale e nell'ambito prioritario della protezione del suolo. Un'area, è solo il caso di aggiungere, che ha già fatto la sua parte in termini di sofferenza ambientale con la storia infinita del sito di Ca' del Bue e con le non solo antiestetiche colline della discarica di rifiuti industriali di Ca' Vecchia che terminerà di ingoiare rifiuti solo fra cinque anni.

Basta e avanza tutto questo per essere dubbiosi sull'opportunità di questo progetto, o ancora una volta fatta la legge, trovato l'appiglio?

Nota Bene: le osservazioni al nuovo progetto scadono il 20 febbraio p.v.

Autore/Autrice Gianni
Curatore/Curatrice Gianni
   

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Appuntamento nella tana del lupo

Il nuovo progetto di Adige Ambiente a Ca' Vecchia di san Martino B.A..

La normativa europea, la Convenzione nota come Convenzione di Aarhus del 1998, sull'accesso alle informazioni in materia ambientale, prevede il diritto alla trasparenza e ai cittadini la possibilità di partecipazione ai processi decisionali di governo locale, nazionale e transfrontaliero concernenti l'ambiente.

Nel rispetto di questa normativa, lunedì mattina, 1° febbraio 2016,  alle ore 9,00, sarà presentato al pubblico il nuovo progetto di Adige Ambiente a Ca' Vecchia di san Martino B.A. La presentazione al pubblico del progetto sarà presso la sede dell'azienda a Ca' Vecchia, e non presso la sede della Provincia, come inizialmente comunicato.

Il progetto riguarda, usando la dicitura utilizzata dalla studio tecnico che lo ha elaborato, "la delocalizzazione dell'impianto esistente con contestuale introduzione di varianti sostanziali". In parole povere la ditta Adige Ambiente, consorella della Progeco Ambiente che gestisce la discarica di rifiuti speciali a Ca' Vecchia di San Martino Buon Albergo, propone di ampliare la superficie del proprio stabilimento già esistente in loco da 4 mila mq. a cinque volte tanto con la giustificazione che questo potrà facilitare la "mission" della ditta che consiste nello smaltimento e recupero di materiali dai rifiuti pericolosi e non pericolosi, solidi e liquidi.

Non è qui il momento di parlare della bontà o meno del progetto che presenta  a dire il vero diverse criticità,  ma è il metodo usato per informare i cittadini a riguardo  che lascia basiti, ancora una volta. Sulla carta la normativa viene rispettata, ma di fatto viene elusa.

E' una cosa molto strana infatti che un progetto di interesse pubblico e di grande impatto sul territorio come questo di Adige Ambiente venga presentato al pubblico nella sede privata del proponente e non i
n un luogo pubblico, come potrebbe essere la sede della Provincia. Voci da san Martino B.A. riferiscono che probabilmente la ragione è dovuta al fatto che organizzare l'incontro nelle sale della Provincia sarebbe costato alla ditta bresciana la bellezza di 600 €, mentre facendolo a casa loro questa spesa viene azzerata. 

Parimenti è una cosa altrettanto strana che la data fissata per la presentazione di un progetto così controverso sia il lunedì alle ore 9 del mattino, cioè in un orario e in un giorno lavorativo in cui pochissimi possono partecipare. Si ripete ancora un volta questa deprecabile abitudine di presentare progetti di opere invasive per l'ambiente in giorni, e orari, impossibili per i comuni mortali. 

La buonanima di Giulio (l'Andreotti della Prima Repubblica) diceva: "A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca".

Forse si vuole proprio che il progetto passi in sordina e non sia conosciuto dai più?

Impossibile n.d.r.
   

Autore/Autrice Gianni
Curatore/Curatrice Gianni
   

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Corte di Ca' del Bue: esposto in Procura

Un bene storico lasciato nel degrado.

L’associazione «Cittadini per la Tutela del Territorio di Verona Est» (CTT) ha depositato presso la Procura della Repubblica di Verona un esposto contro l'Azienda Generale dei Servizi Municipalizzati di Verona (AGSM) lamentando il degrado in cui versa la corte storica di Ca’ del Bue, di cui la municipalizzata del Comune di Verona è proprietaria dall'anno 1987.  Nell'esposto l’associazione ricorda che il complesso della corte di Ca’ del Bue ha rappresentato lungo i secoli un "centro nevralgico dell’economia agricola della zona», e dal 1988 è stata posta sotto vincolo diretto della Soprintendenza dei Beni Culturali e Paesaggistici delle Province di Verona Rovigo e Vicenza. 

Secondo la normativa vigente, il D.L. 42/2004, art. 30, i proprietari di un bene tutelato devono garantirne la manutenzione, cosa che AGSM si è ben guardata dal fare, nonostante che i Dirigenti dell'Azienda, all'epoca del passaggio di proprietà,  avessero promesso di fare della corte di Ca' del Bue un centro per managers per la ricerca sulle energie e sull'ambiente, a supporto del costruendo inceneritore.

Nell’esposto viene rammentato che lo stesso direttore generale di Agsm, ing. Giampietro Cigolini, aveva promesso con una nota alla Soprintendenza del dicembre 2014, di «sottoporre entro i primi mesi del 2015 un progetto mirato di intervento mirato alla conservazione del bene architettonico», un impegno tuttavia cui non era stato dato alcun seguito. 

A questo punto, «visto il degrado in cui versa tuttora la corte», l’associazione CTT  ha deciso di presentare l’esposto «affinché la Procura della Repubblica valuti l’ eventuale sussistenza di reati e di procedere di conseguenza». 


     

Autore/Autrice Gianni
Curatore/Curatrice Gianni
Foto Gianni

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Acqua contaminata nell'Est veronese

Le risultanze del Convegno sull'inquinamento da PFAS.

La sera del 17 dicembre  si è svolto a Cologna Veneta (VR), nel teatro comunale, il terzo convegno sui PFAS, organizzato dal Coordinamento Acqua Libera dai PFAS in collaborazione con il Circolo Legambiente Perla Blu.

Nel comunicato stampa che annuncia l’evento Piergiorgio Boscagin, presidente circolo Perla Blu Legambiente Cologna Veneta, denuncia che: “Ortaggi, uova, carni bovine e pesci risultano contaminati dal PFAS. I primi risultati delle analisi del monitoraggio confermano la diffusione e la presenza di queste sostanze chimiche perfluoroalchiliche nei territori di tutte e cinque le unità sanitarie oggetto dell’indagine. Il campionamento ha interessato alimenti prelevati nei territori delle ULSS n.5 – Ovest Vicentino; ULSS n.6 – Vicentino; ULSS n.17 – Monselice; ULSS n.20 – Verona e ULSS n. 21 – Legnago. Queste sostanze non dovrebbero essere presenti in nessun alimento ed invece si trovano pressoché in tutta la catena alimentare, segno che probabilmente l’acqua inquinata le ha veicolate ovunque”. L’Istituto Superiore di Sanità riconosce le sostanze chimiche perfluoroalchiliche come interferenti endocrini e riconosce la probabile correlazione tra l’esposizione a detti inquinanti e l’insorgenza di patologie gravi quali tumori, disfunzioni della tiroide, ipertensione della gravidanza, aumento del colesterolo, malattie cardiovascolari, ictus, diabete, leucemie e infertilità maschile e femminile..

In Veneto l’area colpita da tale inquinamento copre le province di Vicenza, Verona e Padova per 150 Kmq di superficie e una popolazione potenzialmente coinvolta di 300.000 abitanti. I comuni più fortemente interessati nel veronese sono: Albaredo, Arcole, Cologna, Pressana, Roveredo, Veronella, Zimella, Bevilacqua, Bonavigo, Boschi Sant’Anna, Legnago, Minerbe e Terrazzo perché gli acquedotti di questi paesi prelevano l’acqua dai pozzi di Almisano, nel Basso Vicentino. Per quanto riguarda l’acqua potabile ben 30 comuni dell’area si sono già dotati di un oneroso sistema di filtrazione a carboni attivi. Nello stesso territorio la Regione Veneto ha emesso un’ordinanza che impone il divieto d’utilizzo di pozzi privati, per uso alimentare o irriguo, se non sono rispettati gli stessi limiti previsti per l’acqua d’acquedotto.Acuqa i

Secondo l’ARPAV Vicenza (indagine prot.0075059/00.00 del 11/07/2013) la fonte principale d’inquinamento da PFAS proviene dalla Miteni spa di Trissino (VI), ex Rimar, uno stabilimento chimico che, sin dagli anni sessanta, produce composti fluorurati. La scoperta dell’inquinamento è dovuta ad uno studio, commissionato nel 2011 dal Ministero dell’Ambiente al CNR, che il 25.03.2013 precisava: “nel bacino di Agno e Fratta Gorzone anche a monte dello scarico del collettore ARICA, sono state misurate concentrazioni di PFOA molto elevate, spesso superiori a 1000 mg/litro (…) con possibile rischio sanitario per le popolazioni che bevono queste acque prelevate dalla falda”. I PFAS, prodotti principalmente dall'azienda in questione, sono composti chimici che rendono le superfici impermeabili all'acqua. Sono usati per esempio nel marchio commerciale Goretex e in quello industriale Teflon oppure per produrre fibre antimacchia. Sono presenti nelle cere per pavimenti e nella carta da forno, non si decompongono e entrano nel ciclo vitale di flora e fauna.

Al convegno – abbastanza partecipato - erano praticamente assenti i rappresentanti tutte le forze politiche presenti in consiglio regionale ad eccezione dei due consiglieri Cristina Guarda della Lista Moretti e Manuel Brusco del Movimento 5 Stelle, entrambi componenti della Commissione ambiente in regione. Assenti anche tutti gli altri invitati: parlamentari, sindaci, consiglieri provinciali, direttori generali delle UU.LL.SS.SS interessate dal disastro ambientale. Molti hanno ignorato l’invito mentre alcuni si sono scusati dell’assenza  per impegni precedentemente assunti e altri hanno inviato i loro rappresentanti (UU.LL.SS.SS 20 e 21)

Di particolare rilievo sono stati gli interventi di Gianni Tamino, biologo dell'università di Padova, e di Vincenzo Cordiano, medico dell'ospedale di Valdagno e presidente dell'Associazione medici per l'ambiente della provincia di Vicenza. Tamino ha esposto la "mappa dei veleni" della Regione Veneto documentando 50 anni di inquinamento nella nostra regione, mappa nella quale i PFAS sono l'ultimo capitolo. Un capitolo che ha aggiunto una triste casistica alla "peste" chimica che danni ammorba questa parte di nordest. Cordiano ha evidenziato come i risultati del monitoraggio dei PFAS nella catena alimentare abbiano rivelato un inquinamento degli alimenti di consumo e dell'acqua potabile. E’ particolarmente preoccupante la presenza nell'acqua del PFOS, un componente nocivo messo fuori norma fin dal 2002. Queste sostanze, che sono pericolose anche a livello di trasformazione cellulare secondo l'Istituto Superiore di Sanità, sono persistenti nell'ambiente e di fatto impossibili da bonificare. Indagini epidemiologiche sono state condotte su animali con riscontro di alcune gravi patologie mentre per quanto riguarda gli esseri umani si non limitate a un campione di solo 140 persone residenti nelle due Ulss di Arzignano e Vicenza e i cui risultati sono ancora sconosciuti.

La richiesta di coloro che hanno organizzato il convegno è quella che s’arrivi ad una legge che imponga limiti molto bassi o nulli alla presenza di sostanze perfluoroalchiliche nelle falde ma anche che gli acquedotti che prelevano acqua da pozzi inquinati vengano allacciati a fonti non contaminate. In sostanza, ad oggi, non esiste ancora una regolamentazione precisa a livello statale e regionale sulla emissione di tali sostanze. Per questo il Coordinamento acqua libera dai PFAS ha lanciato una campagna con raccolta firme per due petizioni su questi temi.

A me sembra di poter dire che questo convegno, a cui ho partecipato, sia stato molto importante per acquisire la consapevolezza che anche nel nostro territorio esiste una “terra dei fuochi” praticamente ignorata dagli eletti nelle istituzioni, dai tecnici preposti ai controlli e da moltissimi cittadini. Gli attori in campo sono molteplici:

  • la Miteni spa di Trissino (VI), il soggetto inquinante;
  • i pochi cittadini che denunciano i gravi pericoli per la salute di questo inquinamento ultradecennale;
  • i molti cittadini che ignorano o sottovalutano il gravissimo danno ambientale in corso;
  • le future generazioni che si ritroveranno un ambiente degradato e fonte di malattie;
  • i tecnici dei vari enti che controllano i valori degli agenti  inquinanti e che assicurano che questi sono ben al di sotto dei limiti previsti dalla normativa. Capita spesso che i tecnici nelle loro relazioni ignorino il principio di precauzione rispetto ad un rischio grave ed incombente e che gli eletti nelle istituzioni deleghino di fatto a questi tecnici il ruolo decisionale rispetto alle scelte da fare;
  • il legislatore nazionale e regionale che, di fronte a dati inequivocabili della gravità della situazione, ha raddoppiato i valori di tolleranza in modo tale che i tecnici preposti possono rassicurare che i limiti di questi agenti chimici pericolosi per la salute sono al di sotto di quanto previsto dalla normativa tranquillizzando così  la popolazione;
  • gli eletti nelle istituzioni ai vari livelli che sfuggono il problema e il confronto con la popolazione. Fa comodo durante le campagne elettorali essere presenti a cene elettorali pantagrueliche e a salotti televisivi oltre che proporre slogan elettorali improbabili mentre è scomodo spiegare ai cittadini perché non s’interviene per chiudere definitivamente un’azienda che inquina e che produce danni ambientali permanenti .

E’ preoccupante constatare che in tempi in cui il consenso elettorale viene ottenuto soprattutto attraverso lo sventolio delle bandiere identitarie contro gli immigrati e contro la burocrazia europea non ci si faccia carico di difendere l’identità e l’integrità del nostro territorio e dei prodotti agricoli che in questo territorio vengono prodotti. Avvelenare la filiera agricola, l’acqua, i terreni, significa pregiudicare il futuro e la qualità della vita nostra e delle future generazioni, significa rinunciare allo lo sviluppo dell’economia agricola locale ed alla possibilità di creare futura ricchezza. Nel contempo,  mentre il Papa con la sua enciclica “Laudato si' ” denuncia lo scempio ambientale e il pericolo per la sopravvivenza di tutti gli esseri viventi, in molti si aggrappano ad una religione identitaria per trarne profitto elettorale. I politici e gli amministratori che hanno disertato il convegno e che fanno finta che il problema inquinamento non esista  si dimostrano miopi e non degni di rappresentarci.

Per rimanere aggiornati sull’argomento consultare il sito:

Paolo Veronese

Autore/Autrice Paolo Veronese
Curatore/Curatrice Gianni
   

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Passalacqua: il parco che ci manca

Promesse disattese all'ex caserma.

Le promesse dell’Amministrazione

Nel 2011 nello spazio che fu della ex Caserma Passalacqua il Comune di Verona ha abbattuto circa 200 alberi adulti e sani, e a nulla valsero la mobilitazione di cittadini, associazioni, comitati per fermare la insensata  azione. Tosi e Giacino  ebbero a dire che l’abbattimento degli alberi era necessario per realizzare il parco più grande di Verona. Le risorse dovevano essere reperite, tramite un’impresa privata, dalla costruzione e vendita di oltre 200 appartamenti, più uffici e negozi, da realizzare all’interno dell’area. A più di quattro anni da quella affermazione non solo non è stato realizzato alcun parco, ma non si sa quando e con quali soldi  potrà essere finanziato. Degli appartamenti previsti ne sono in costruzione solo una quarantina, dieci appartamenti all’anno. La colpa dicono è della soprintendenza che ha sospeso i lavori per il rinvenimento dei reperti archeologici, ma chiunque passi vicino al cantiere può vedere che i lavori nelle palazzine, dove la Soprintendenza non c’entra nulla,  sono praticamente fermi. La verità è che il mercato immobiliare è statico e, se il ritmo è quello attuale, gli alloggi saranno ultimati tra 16 anni e fino ad allora  del Parco non se ne parla. Può la città aspettare tanto? E’ oramai universalmente riconosciuto che il verde pubblico non è un lusso, ma è un bisogno primario delle persone al pari dell’abitazione e del lavoro.  Il Parco sarà a costo zero per il Comune, affermava il sindaco, ma se il tempo è denaro quanto costa alla città questo ritardo di cui non si vede la fine?

Un’altra idea di verde pubblico

Come peraltro avevamo proposto a suo tempo, per la realizzazione del Parco della Passalacqua non c’era bisogno di reperire le risorse costruendovi decine di edifici, bastava recuperare, oltre agli alberi, gli immobili esistenti rinunciando  a costosissimi progetti firmati da archistar, e ottenere così un notevole risparmio finanziario ed anche una maggiore area destinata a parco. Lo spazio delle mura Magistrali con le notevoli architetture presenti non ha bisogno di ulteriori e, spesso discutibili, segni. Ha bisogno di essere riportato, in sintonia con il restauro architettonico degli edifici militari , alla sobrietà ed al gusto di un complesso che ha già in sé  notevoli  qualità estetiche. Circa 500 erano gli alberi presenti nell’ area  (platani, cedri, olmi, cipressi….) alcuni dei quali di notevoli dimensioni. In sostanza potenzialmente il parco già esisteva, si trattava solo di  togliere le piante malandate, di pulire l’area, creare dei percorsi e seminare i prati. Chi scrive è già stato partecipe di un recupero simile della Cinta Magistrale per iniziativa di Legambiente. I Bastioni di S. Bernardino e S. Zeno, che versavano in un grave stato di degrado sia sociale che ambientale, nel 2001 sono stati recuperati e restituiti alla città. Con una spesa di 300 mila €, finanziata dalla Prefettura e da CariVerona e l’aiuto di volontari,  in meno di due anni sono stati recuperati 10 ettari di cinta muraria. Se fosse stato adottato lo stesso criterio dei  Bastioni di S. Bernardino e S. Zeno oggi i cittadini di Verona potrebbero già passeggiare nel Parco della Passalacqua.

Un parco da fare subito

I cambiamenti climatici, le scarse risorse finanziarie, le città sempre più inquinate e il desiderio dei cittadini di avere più natura stanno cambiando la concezione del verde pubblico in Europa e nel mondo. Oggi il Parco non può più essere pensato solo con gli alberi forniti dal vivaista, i fiorellini sempre uguali piantati dai giardinieri e il prato irrigato all’inglese. Il parco è anche l’albero nato spontaneamente, più resistente alla siccità e alle malattie; sono i fiori selvatici che cambiano ogni anno; sono i  prati  non irrigati come esistono su tutta la cinta muraria. Quanto la natura possa contribuire gratuitamente all’insediamento della vegetazione è visibile all’ex cava Speziala a S. Massimo dove da un suolo arido e inospitale in pochi anni si è insediato un vero bosco con migliaia di alberi e arbusti ricco di fauna. Oggi alla Passalacqua c’è ancora lo spazio per recuperare in parte il tempo perduto, a condizione che politici e funzionari, trasformando in una opportunità la crisi finanziaria, cambino la concezione formale di parchi e giardini e si  rinunci all’abbattimento ventilato degli alberi rimasti. Coinvolgendo i cittadini, le associazioni e l’AMIA che dovrà occuparsi delle manutenzioni,  i tecnici comunali  possono fare un progetto con criteri paesaggistici che abbia come obiettivi: la diffusione della biodiversità, la salvaguardia della vegetazione esistente e l’insediamento di quella selvatica;  la riduzione  drastica delle pavimentazioni impermeabili e gli impianti sportivi attrezzati; la creazione di vaste aree prative per le attività libere. Ciò darebbe spazio anche a ricerche didattiche e scientifiche come ad esempio sull’insediamento di componenti naturali in ambito urbano. A garantire la qualità del Parco sarà la manutenzione costante, saranno i cittadini che lo vivranno come espressione spontanea della città.

Alberto Ballestriero                                                                                               

VERONAPOLIS 

Osservatorio territoriale   

 

Autore/Autrice Alberto Ballestriero
Curatore/Curatrice Gianni
   

Serata sulla transumanza

Alle radici del nostro passato.

Il 13 di novembre presso il Cinema Teatro Nuovo di San Michele è stata organizzata una serata sulla transumanza che, fino a qualche decennio fa, si ripeteva ogni anno tra la pianura e la Lessinia. Tali spostamenti di ovini e bovini avvenivano su precisi  percorsi  lungo i quali si trovavano  chiese dedicate al culto di  San Michele.  Questo evento  è stato organizzato  dalla Commissione Agricoltura e Territorio della Circoscrizione 7^ e reso possibile grazie al contributo economico messo a disposizione dalla Commissione Cultura per l’uso del teatro.  Le relazioni sono state tenute dai professori Marco Pasa e Bruno Avesani, esperti di storia del territorio, e dall’architetto Cinzia Saporita, studiosa delle chiese di San Michele.

I primi luoghi di culto in Italia dedicati a San Michele risalgono già al VI sec. d.C.  I Longobardi, popolazione in origine pagana, poi convertita al cristianesimo, contribuirono a diffonderne il culto durante la loro occupazione dell’Italia.  Secondo la leggenda San Michele Arcangelo sarebbe apparso in una grotta sul Gargano a Monte Sant’Angelo. In quel luogo, i Longobardi costruirono in suo onore un santuario, che divenne, poi, meta di innumerevoli pellegrinaggi e da lì il culto si diffuse in tutte la terre da essi dominate veicolato con ogni probabilità dai pastori transumanti.

Le forme di ritualità religiosa si svolgevano in coincidenza di ricorrenze stagionali e le date della festa di San Michele combaciavano perfettamente con l’inizio e la fine della transumanza.

In Europa, nell’alto Medioevo, furono edificati, in onore di San Michele, tre gioielli di devozione , di storia e di arte nati lungo le vie dei pellegrinaggi: il Santuario  di Monte Sant’Angelo sul Gargano, l’Abbazia di San Michele di Val Susa ed infine il Santuario di Mont Saint-Michel in Normandia. La leggenda narra che questi tre luoghi sacri sono stati uniti in un’unica traiettoria dalla spada di San Michele durante la lotta contro il demonio. Nel corso del Medioevo, migliaia di pellegrini, provenienti dal nord, percorrevano questa  via chiamata Via Michelita e impararono presto a percorrerla con i pastori stessi, poiché questi conoscevano molto bene il territorio.

 L’Arcangelo rappresentava l'eroe invincibile che rassicurava l'animo del pastore, esorcizzando la paura dell'ignoto.

Nel tempo la nostra pianura divenne un punto di collegamento con i pascoli della Lessinia. Le mandrie lasciavano la montagna  per andare a svernare in pianura, facendo sosta nelle chiesette e negli oratori dedicati a San Michele ed eretti, non certo a caso, nelle fasce di passaggio fra le aree coltivate e quelle riservate ai pascoli. La chiesa parrocchiale di San Michele è entrata nelle vie della transumanza grazie al Monastero delle monache Benedettine che hanno governato il nostro territorio per parecchi secoli, dall’anno 1000 al 1806, e oltre alle grandi estensioni agricole in pianura aveva possedimenti  anche nell’alta Lessinia. La stretta via Valsquaranto  era una vera e propria autostrada delle migrazioni stagionali: a Mizzole si trova la chiesa di San Micheletto, cappelle dedicate a San Michele si trovano a Maregge e al Cornesel di Boscochiesanuova, detto anche Corno de la baessa, in Podesteria la malga di San Michele. Così pure lungo la Valpantena, a Grezzana, si trova la chiesa di San Micheletto in Travigliana.

La transumanza oggi è storia, ma è rimasto un patrimonio che ci lega alla nostra montagna. Oltre alle chiese di San Michele alcuni tratti delle antiche vie lungo le quali si spostavano ovini e bovini sono stati valorizzati come sentieri escursionistici.                                                                                 

Mosconi Maria Cristina
Coordinatrice Commissione  Agricoltura e Territorio in Settima Circoscrizione

Autore/Autrice Cristina Mosconi
Curatore/Curatrice Gianni
   

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Antica fontana delle Monache a san Michele

Rivive un pezzo della nostra storia.

Grazie al lavoro e all'entusiasmo del neonato comitato Giarol Grande è stato restituito alla popolazione di san Michele un pezzo della sua storia: l'antica Fontana delle Monache.

Costruita nel 1660, la fontana delle Monache utilizzava l'acqua di una delle tante risorgive di cui è ricca la fascia pedemontana e  serviva  per portare l'acqua ai campi  di proprietà dell'antico e potente  Convento delle Benedettine di san Michele.  La popolazione stessa  del  borgo  ha usufruito per secoli di questa fontana per rifornirsi  di acqua,  fino all'introduzione della rete di approvvigionamento comunale di acqua potabile nel XIX secolo. Anche la linea ferroviaria, costruita a metà del 1800 sotto il dominio austriaco, ha salvaguardato l'esistenza della  fontana attraverso  due  sottopassi di accesso alla stessa ancora esistenti, uno , più ampio, a fianco del Bar Centrale, e l'altro, quasi di fronte alla chiesa di san Michele.

Ora la fontana delle Monache. recuperata dal degrado, dovrà fare i conti contro una nuova potente minaccia, la costruzione della linea ferroviaria dell'Alta Velocità che stando al progetto originario dovrebbe passare proprio per di lì.

Autore/Autrice Gianni
Curatore/Curatrice Gianni
Foto Gianni

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Preghiera di Nostra Madre Terra

Ai Grandi riuniti a Parigi per il vertice sul Clima.

 

Vi prego: abbiate misericordia di me!


Autore/Autrice Gianni
Curatore/Curatrice Gianni
Foto Gianni

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Come in cielo, così in terra e in acqua

Dal Brasile alla Pianura Padana uniti da una scia di morte.

"Tutto è morto: il fiume sembra un canale sterile riempito di fango". Questa la tragica fotografia del fiume Rio Doce (Fiume Dolce, ironia della sorte!) nello stato brasiliano di Minas Gerais dopo che un mese fa, il 5 novembre scorso, è stato contaminato da fanghi ferrosi contenenti arsenico, piombo e altri metalli pesanti in seguito al crollo di due dighe. Le sostanze chimiche contenute in questi fanghi erano usate per eliminare le impurità dai minerali estratti dalla Società brasiliana Samarco Mineraçao Sa.  Una inesorabile scia di morte  di colore arancione ha così cominciato a fluire, seminando morte e distruzione nell'ecosistema per centinaia di chilometri,fino a concludere la sua corsa nell'Oceano Atlantico a fine novembre (vedi  foto  a lato).

Nel frattempo la Pianura Padana si trova ancora una volta stretta nella morsa delle famigerate PM10, le polveri sottili che solo nel 2013 hanno causato la morte di 80 mila persone a causa di problemi cardio-respiratori. In quest'ultimo periodo Verona  è diventata la capofila di questa lugubre classifica con continui sforamenti dei limiti imposti dalla legge e il suo sindaco, il cui primo compito è tutelare la salute pubblica, che fa? Passa il tempo a tagliare nastri !


Mentre la "Laudato sii" di Papa Francesco urla l'urgenza di drastici provvedimenti in tema ambientale, e non solo,  i Grandi della Terra, riuniti a Parigi per la Conferenza sul  clima (COP21), questionano sulle urgenti misure da prendere per contrastare l'inquinamento di "Nostra Madre Terra", come figli scapestrati che al capezzale della mamma morente non riescono a far altro che litigare.

Davanti a questo scenario, come dare torto ad Adriano Sofri che, con grande capacità di sintesi, ha scritto: "Il mondo è come una camicia di lusso che abbiamo sbagliato a lavare"

Autore/Autrice Gianni
Curatore/Curatrice Gianni
   

Incendio nell'impianto di Ca' del Bue

Ansia fra gli abitanti delle Basse di san Michele.

Momenti di grande apprensione si sono vissuti sabato scorso alle Basse di San Michele: alle prime luci dell'alba una grande colonna di denso fumo bianco si vedeva uscire da uno dei capannoni dell'impianto di Ca' del Bue, diffondendo un acre odore  per chilometri intorno. Dai primi accertamenti dei Vigili del Fuoco sembra che l'incendio non sia stato di origine dolosa, ma pare  si sia trattato di autocombustione  per fermentazione delle cataste di rifiuti accumulati nel capannone. Già nell'ottobre scorso dalle forze di minoranza presenti in Comune era stato segnalato un inconsueto accumulo di rifiuti nell'impianto pronti per essere trasformati in CdR (combustibile da rifiuto da destinare agli inceneritori del Nord Italia), ma la segnalazione aveva solamente suscitato una ironica risposta da parte dell'assessore delegato Enrico Toffali.

Secondo il comunicato di AGSM diramato nel pomeriggio di sabato, la struttura del magazzino non è stata danneggiata, mentre si sono rilevati danni all'impianto di illuminazione. L'incendio, hanno dichiarato i responsabili di AGSM, ha interessato  una ottantina di tonnellate di balle di CdR, escludendo che siano andati bruciati rifiuti costituiti da plastica pesante e da altri materiali pericolosi. I tecnici del l'ARPAV (Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale), accorsi sul posto, hanno scartato l'ipotesi di un importante inquinamento dell'aria nella zona, smentendo in tal modo  gli allarmati messaggi che si sono rincorsi per tutta la mattina su Whatsapp che invitavano le famiglie a tenere  i bambini in casa.

Per la cronaca, alle ore 13 di sabato, domato ormai l'incendio, solo qualche refolo di fumo si alzava dall'impianto di Ca' del Bue lasciando, comunque, diversi interrogativi aperti.

 

NDR Questi gli interrogativi: 

Cosa è stato bruciato? Esistono centraline in grado di rilevarlo? Come si fa ad ufficializzare in poche ore di che origine è stato un incendio? Se si è trattato di autocombustione è probabile che siano stati commessi degli errori nello stoccaggio del materiale. Nel caso, da parte di chi? Ci sono delle responsabilità da rilevare o ciò che è accaduto è normale e ci dobbiamo attendere delle repliche? Alla luce delle recenti inchieste, chi controlla il materiale di scarto che entra a ca' del Bue e quali sono i protocolli seguiti dai conferenti?

Nessun sospetto, solo un'accorata richiesta di trasparenza.

Autore/Autrice Gianni
Curatore/Curatrice Gianni
Foto Gianni

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