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Un progetto inutile e devastante

BLOCCATA LA LOTTIZZAZIONE A NASSAR DI PARONA


 

Circa un mese fa avevo denunciato che il 18 dicembre 2017 gli uffici tecnici del Comune avevano  rilasciata l’autorizzazione per costruire nell’area del Nassar di Parona.

Si trattava di un atto dovuto, essendo un piano di lottizzazione compreso nel PAQE (Piano d’area Quadrante Europa), gerarchicamente superiore alla pianificazione comunale perché di competenza regionale.

L’ipotesi di lottizzare in quel prezioso contesto ambientale ha scatenato  le proteste dei cittadini, una buona parte dei quali ha dimostrato il proprio dissenso firmando una petizione contro quella concessione.   

Rammento che il piano insiste su  un’area di oltre 72.000 mq ed è formato da una parte  a destinazione residenziale, il “Borgo degli aironi” e il “Borgo dei cigni”, composto da 11 edifici di altezza massima di 11 metri, e da una parte a destinazione direzionale e commerciale, il “Borgo antico”, compreso in due fabbricati con un’altezza massima di 11 metri.

Il piano di lottizzazione fa parte delle scelte urbanistiche comprese nel PAQE,  approvato nel 2004 come variante 2 allo stesso PAQE, con validità di dieci anni. La società Adige Jewels, aveva chiesto una  proroga per altri cinque anni del PUA (piano urbanistico attuativo),  giustificando l’impossibilità di iniziare i lavori nei tempi previsti dalla normativa a causa della crisi economica che ha investito il settore immobiliare e della cautela degli istituti di credito a concedere finanziamenti.

Fortunatamente la nuova giunta comunale non ha accolto la richiesta di  proroga del PUA,   entrato in vigore il 24 gennaio del 2008 e, per il momento, ha bloccato il contestato piano di lottizzazione.

Spetta infatti alle scelte della Giunta comunale  accettare le richieste di proroga del PUA, o  rifiutarle.  In questo caso sono state respinte, obbligando così la società richiedente, se intende ancora costruire,  ad avviare una nuova procedura con i relativi tempi burocratici.

Purtroppo non si tratta di un blocco definitivo, se l’ Adige Jewels dovesse insistere e ripresentare un nuovo piano, l’Amministrazione comunale non avrebbe il potere di fermarlo, ma solo di intervenire   sulla qualità e sui criteri dell’intervento, tenendo ben presente che l’area è esondabile.

Allora cosa fare? La soluzione migliore sarebbe quella di aprire un confronto con l’Amministrazione regionale per ottenere  un cambio di destinazione d’uso dell’area in oggetto, vincolandola come inedificabile. I motivi esistono e sono oggettivi: la tutela dell’ambiente e del paesaggio fa parte dei dettami della nostra Costituzione, l’area ha un fragile equilibrio idrogeologico, nel 2015 è entrato in vigore il PAI, (Piano di assetto idrogeologico) e parte della lottizzazione si trova in un’area esondabile,  gli attuali servizi e le infrastrutture viabilistiche non sarebbero in grado di sopportare un immissione di circa 1.000  nuovi abitanti in un borgo che attualmente ne conta circa 3.500 e   non esiste assolutamente il  bisogno di nuove case, considerato il numero cospicuo di appartamenti vuoti ed invenduti nella zona.

Ovviamente la società proprietaria dell’area potrebbe ricorrere alle vie legali per chiedere i danni economici della mancata lottizzazione e su questo la nostra Amministrazione dovrà discutere e trattare con i privati.

Ma per la tutela dell’ambiente e del paesaggio vale la pena di scontrarsi con coloro che perseguono unicamente il fine di speculare a spese del  territorio e della collettività.


Giorgio Massignan - VeronaPolis    

GericoTV cambierà pelle

ARTEFICI DI UN QUARTO PENSIERO...

Dopo sette anni la crisi doveva fatalmente arrivare.

Ma non si tratta di una faccenda mortificante, anzi. Prendiamo atto che, con l’avvento dei social, delle chat, dei microblog, mettere a disposizione uno strumento di partecipazione sia diventato pressoché inutile, poiché tutti/e sono convinti/e di possedere i mezzi per esprimersi in proprio e forse hanno ragione.

Se uno/a può far sapere ad una platea potenziale di un miliardo e mezzo di esseri umani che fuori piove o condividere le piroette del proprio gatto sulla neve, cos’altro gli può essere mai necessario?

Abbiamo assistito ad una progressiva semplificazione del linguaggio, ad una sorta di asinizzazione collettiva travestita da tecnologia, dove, attraverso uno strumento tipicamente transativo (lo smartphone) si sono imprigionate le relazioni privandole dei tempi, delle sfumature, della necessaria corporalità.

Saper premere un tasto a comando non è essere padroni/e della tecnologia, anche certe scimmie lo sanno fare e il mio cane batte sulla porta dello studio quando devo andare a cena e sono in ritardo.

Accade infatti, specie con i giovani, che di fronte alla complessità, ai tempi, agli approfondimenti necessari per sviscerare un dato argomento si venga ritenuti noiosi, ripetitivi: perché tutte queste spiegazioni se Wikipedia, il moderno ministero della verità, ha già tutte le risposte?

La show girl Carmen di Pietro (no Greta Garbo) ha il suo spazio su Wikipedia, Mao Valpiana no. Non desidero eccitare la vanità dell'uomo ;-) ma ritengo abbia splendide storie da raccontare, sicuramente più interessanti, almeno per me, dell’ex moglie di Sandro Paternostro.

E allora chiudiamo Gerico? Giammai, ma prendiamo atto della realtà e cerchiamo di mantenere viva, con gli strumenti dati, la nostra cultura, perché in tanti anni di incontri di sorrisi e di scazzi, ne abbiamo maturata una del tutto originale, nostra, degna di essere condivisa.

Rifacciamo la piattaforma, rendendola adatta anche agli Smartphone e trovando il modo di articolare argomenti complessi nel miserrimo palcoscenico del telefono/portafoglio, grazie ad un linguaggio multimediale: “fenomenali poteri cosmici in un minuscolo spazio vitale”.

Dedichiamo attenzione ad un pensiero comunitario, originale, indipendente che si avvicina molto ai ragionamenti di Jorge Maria Bergoglio detto Francesco. Raramente abbiamo visto nella nostra vita una persona tanto incensata quanto inascoltata.

Siamo

° Lontani dal liberismo economico che tanto male ha arrecato all’umanità
° Lontani dalle ideologie totalitarie, dai sovranisti e dai voltagabbana dei “piani quinquennali”, che hanno illuso generazioni per poi cambiare nome e simbolo, ma mai natura.
° Lontani dal compromesso “a fin di bene” con il sistema corrente, che in cambio di un'elemosina si è arricchito di silenzi.

Noi siamo convinti che esista un “quarto pensiero” e se ripensamento ha da essere allora riprogrammiamoci all’equilibrio di genere, all’economia circolare, alla riconquista dei territori anche i più miseri e lordi, al senso di comunità che necessità dei suoi spazi, dei suoi tempi, delle sue tenerezze...

Per questo potremo essere ritenuti/te sognatori/trici, che “non ci viene dietro nessuno”, ma l’idea che vi debba essere in cambio di un’azione sempre un successo personale, economico, di visibilità, o "la vita eterna" non ci è propria e se questo ci rende pazzi, agli occhi del mondo, ne prendiamo atto: siamo matti, completamente.


E così cantiamo…

Laudato si', mi Signore, per frate Focu, per lo quale ennallumini la nocte: ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte...

Già, se siamo fuori di testa come lui, amici/che cari/e, allora non c’è problema…

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Mauro Tedeschi - Redattore e co-fondatore di Gerico.Info

Due pianeti potrebbero forse non bastarci!

IL GIORNO DEL SORPASSO

 

Due pianeti, come la Terra, potrebbero forse non essere sufficienti per soddisfare le nostre voraci esigenze.

L'anno scorso è caduto l'8 di agosto; quest'anno,  Anno del Signore 2017, il giorno dell'Earth Overshoot Day sarà il 2 agosto. Ogni anno il termine in cui noi, abitanti del pianeta Terra, esauriamo le risorse naturali disponibili viene anticipato di una decina di giorni.

Il calcolo, come ogni anno, viene fatto dal Global Footprint Network,  organizzazione internazionale che misura le risorse disponibili del pianeta. 

Negli ultimi 8 anni, l’Earth Overshoot Day si è spostato da fine settembre ai primi di agosto (l’8 agosto nel 2016, come già detto, il 13 agosto nel 2015, il 19 nel 2014 , il 20 nel 2013, il 22 nel 2012, il 27 settembre nel 2011, il 21 agosto nel 2010 e il 25 settembre 2009).

Erano i primi anni ’70 quando per la prima volta la nostra cosiddetta impronta ecologica è stata superiore a 1, cioè quando abbiamo sottratto più di quanto il pianeta riuscisse a produrre nell’anno solare. In questi quarant’anni quella data si è avvicinata al ritmo medio di un mese ogni decennio, tanto che oggi sarebbe necessario più di un pianeta e mezzo per far fronte ai nostri consumi.

Come si calcola la data di Overshoot? Bisogna dividere la quantità di risorse ecologiche che la Terra è in grado di generare in un anno, chiamata "biocapacità del pianeta",  per l’impronta ecologica dell’umanità (la domanda di risorse per quell’anno) e moltiplicare per 365. 

Se tenessimo una contabilità ecologica scopriremmo che, una volta superato il punto di equilibrio tra ciò ce viene utilizzato e ciò che si rinnova, scatta il debito ambientale: una cambiale girata ai nostri figli, perchè, come ci ricordava il capo indiano Seattle nel celeberrimo discorso all'Assemblea Tribale  nel 1854, "noi non ereditiamo la terra dai nostri padri, ma la prendiamo in prestito dai nostri figli!".


"Sia pure imperfetto, l’accordo di Parigi ha generato la speranza che l’umanità sia finalmente pronta ad affrontare la più grande sfida che si sia mai trovata di fronte", scrive il Global Footprint Network nel rapporto annuale. "L'amministrazione di Trump ha rinnegato la promessa dell’America. Noi, invece, raddoppiamo il nostro impegno - insieme a molti governi, imprese, ong, perché la decarbonizzazione è un obiettivo necessario. Esploreremo soluzioni nella progettazione e gestione delle città e in tutti gli altri settori"

E noi, nel nostro piccolo mondo di abitudini quotidiane, come possiamo contribuire ad invertire questa, apparentemente ineluttabile,  rotta?

 

Gianni Giuliari - Redattore di Gerico.Info

Borgo Roma sempre meno vivibile

IL PARCO ALLO SCALO MERCI NON UN CAPRICCIO, MA UNA NECESSITA'

 

Sono arrivati i risultati del monitoraggio ambientale a Borgo RomaPurtroppo vengono confermati tutti i dubbi: c’è poco da star tranquilli per i residenti di Verona Sud.

Il monitoraggio è stato effettuato da Arpav (Agenzia regionale per la protezione ambientale) su richiesta del Comune in via Udine nei giorni dal 22 aprile al 9 giugno 2016, dal 5 settembre al 28 ottobre 2016 e dal 15 novembre al 5 dicembre 2016. I risultati evidenziano che l’aria che si respira a Borgo Roma è davvero “buona” solo in due giorni ogni cento, accettabile in 77 e mediocre nei rimanenti giorni. I principali inquinanti rilevati sono gli ossidi di azoto, legati in particolare alle emissioni del traffico automobilistico.


Le misurazioni però sono state svolte nei periodi primaverile ed autunnale, notoriamente più piovosi e quindi sensibilmente meno inquinati. Inoltre la centralina di misurazione è stata rimossa nei giorni della Fieracavalli senza una ragionevole giustificazione, ovvero quando si è toccato l’apice del traffico nella zona.


Pur non essendoci stato alcun superamento dei limiti normativi, i valori sono risultati di gran lunga peggiori di quelli rilevati dalle centraline di Borgo Milano e Giarol Grande. Gli ossidi di azoto sono 62 milligrammi per metro cubo, ampiamente superiore al limite pari a 30. Riguardo le polveri sottili, sono stati registrati 9 superamenti del valore limite giornaliero di 50 milligrammi per metro cubo, pari all'8% del periodo monitorato.


Prima ancora dell'insediamento del centro commerciale Adigeo ed Esselunga quindi la qualità dell'aria è pericolosamente al di fuori delle aspettative e delle norme. Cosa potrebbe fare un’amministrazione che volesse tutelare il diritto alla salute dei cittadini? Attuerebbe il blocco immediato di ogni pratica autorizzativa di ulteriori insediamenti commerciali, come Ipertosano, Ikea, ex EVA, etc., trasformerebbe in aree verdi i comparti 1,2 e 3 adiacenti il parco di santa Teresa; promuoverebbe una estesa e continuata rilevazione degli inquinanti atmosferici; attuerebbe tutte le misure di mitigazione dell’inquinamento. E’ ora più che mai evidente che la realizzazione del Parco allo Scalo sulla intera superficie dello scalo merci, non è un capriccio ma una necessità: il polmone verde serve davvero.


Il Comitato Verona Sud

Pulizie di primavera a Ca' del Bue

SI SPERA IN UN FUTURO MIGLIORE PER LA STORICA CORTE

Chi si è trovato a passare in queste ultime settimane nella zona di Ca' del Bue avrà certamente notato, con una certa sorpresa,  che qualcosa riguardo alla corte sta cambiando. La chiesetta dedicata a  Sant'Anna è stata  ripulita dall'edera e dalle altre piante infestanti che ne deturpavano la facciata e altri lavori sono in corso per ridonare  un aspetto almeno decente allo storico complesso architettonico.

La corte, dal 1986 di proprietà di AGSM,  risale a metà del XVI secolo ed è stata per secoli un centro nevralgico dell'economia agricola delle Basse di san Michele. Nei ricordi dei più anziani abitanti delle Basse la corte, abitata nel momento di massimo sviluppo da oltre una decina di famiglie, era tutto un pullulare di vita e raggiungeva il suo  momento culminante il 26 luglio, quando si celebrava la sagra di sant'Anna che fino all'inizi degli anni '80  era una delle tappe obbligate della vita della parrocchia di San Rocco di Castiglione. Chi non ricorda la pesca di beneficienza, i giochi delle pignatte e, alla sera, la magia del cinema all'aperto organizzato da don Vittorio, il primo parroco a Castiglione?

Tuttavia, da quando nel 1987 è stata acquisita dall'AGSM  con l'intento, mai portato a compimento, di farne un centro per la formazione di manager  per l'energia e per l'ambiente in appoggio all'allora costruendo inceneritore,  la corte stava versando in uno pietoso stato di abbandono.

Da quello che invece adesso appare, suffragato anche  dalle dichiarazioni  dei dirigenti di AGSM, sembra proprio che la corte di Ca' del Bue, dopo aver toccato quasi il fondo del degrado, stia lentamente risalendo la china.

Probabilmente non del tutto estraneo agli ultimi sviluppi  della vicenda è stato l'esposto nei confronti di AGSM presentato all'inizio dell'anno scorso alla Procura della Repubblica  di Verona dall'Associazione "Cittadini per la Tutela del Territorio di Verona est" (CTT) che con il suo tenace impegno,  dopo aver, fra l'altro,  portato all'annullamento del progetto della pista di motocross nei campi attorno alla corte di Ca' del Bue,  è riuscita a portare a casa anche questo risultato.

Certo una rondine non fa primavera, ma  questo segnale in controtendenza  fa ben sperare per il recupero di una corte che racconta la storia del territorio e della comunità di Castiglione.

 

Gianni Giuliari - Redattore di Gerico.Info 

Corte Lepia: un tesoro gettato alle ortiche

CHI TROPPO HA, POCO APPREZZA

 

Corte Lepia si trova a sud di Vago di Lavagno. Estremo lembo di una zona industriale voluta a tutti i costi  per attestare la volontà di far passare il paese da un contesto agricolo ad uno urbano. Un lembo di terra in cui è possibile percepire il contatto cruento tra il cemento, l’asfalto e il verde della campagna. Di questo violento contrasto sono simbolo questi resti, giunti fino a noi chissà da dove. Ogni giorno ci si passa davanti. Un ammasso di ruderi a cui lo sguardo di tutti sembra essersi da tempo abituato. Ci si può abituare a tutto: al bello e alle brutture più inquietanti. E l’assuefazione che si fa ad ogni cosa è sinonimo di superficialità, che è il paravento che nasconde l’ignoranza, che non tiene conto della storia, del passato.

Pensavo che corte Lepia fosse una semplice corte rurale, come ce ne sono tante, che l’urbanizzazione e l’industrializzazione ha fatto abbandonare da tempo. E invece mi trovo di fronte a notizie, nomi, eventi che si intersecano con i grandi fatti della storia.  È stata insediamento agricolo nell’Alto Medioevo, proprietà dei nobili Avogadro. Nel 1176 un membro di questa famiglia concesse chiesa e terreno a due sorelle di nome Gemma e Realda che lo trasformarono in un monastero di clausura che seguiva la regola di San Benedetto. Nel 1186 addirittura un papa - Urbano III - venne a consacrare la chiesa di San Giuliano. Nel 1391 sorse una vertenza tra suore papiste e il vescovo di Verona che sfociò in un processo sulla loro condotta morale. Le monache furono accusate di situazioni di promiscuità con i contadini che lavoravano nel podere, e così nel 1411 il papa Eugenio IV decretò la chiusura del convento e la soppressione dell’ordine femminile.

Non stupisce più di tanto -  in tempi in cui la religione (e la fede?) erano mescolate intrinsecamente con le vicende della storia e in cui la vita della gente, con il suo carico di affanni, preoccupazioni e ambiguità, era totalmente intrisa di fede e di tanta superstizione – che le monache che detenevano questo podere si fossero lasciate andare ad una vita di promiscuità con i contadini che lavoravano per loro. Eccessi, tradimenti, fragilità e debolezza della carne? Assieme anche a maldicenze, ricatti, accuse portate avanti da qualche fazione locale invidiosa e assetata di potere? Nulla di nuovo sotto il sole! Chissà come devono essere state questi luoghi, queste contrade nel pieno del medioevo!

Le monache furono costrette a trasferirsi a Santa Giustina a Padova e il monastero chiuso. Fu riaperto dopo una cinquantina d’anni grazie ad altre monache che lo fecero rifiorire. Rimase in piedi fino alla fine del XVIII secolo, al 1741 quando la Repubblica di Venezia soppresse nuovamente l’ordine religioso e chiuse il monastero. Da allora è iniziato l’irreversibile processo di declino e abbandono del complesso.  Dopo più di due secoli questo processo sembra esser giunto al suo punto più basso, il punto di non ritorno. Il tempo ha irrimediabilmente ridotto questa storica corte ad un ammasso di ruderi fatiscenti.

Chi passa per la tangenziale osserva distrattamente e nemmeno immagina la storia più che millenaria che trasuda da quei ruderi sommersi dai rovi. Forse il nostro è un paese troppo ricco di cultura e di storia. Forse siamo noi, italiani, a non meritarci quello che abbiamo. Pensate se negli Stati Uniti avessero in mano un gioiello artistico del genere: cosa ne avrebbero fatto? In che modo grandioso avrebbero saputo valorizzarlo in tutti i suoi aspetti. Noi, no. Ne abbiamo così tanti, anche troppi, di reperti antichi. Il passato, assieme alle bellezze naturali e paesaggistiche, è la ricchezza più grande che possediamo. Di tutto questo passato, di tutta questa ricchezza sembriamo non avere affatto coscienza.  Una sorta di sazietà culturale che sfocia quasi nella nausea ci ha resi inappetenti nei confronti di ogni bellezza artistica. Cosa c’è di male – si può pensare – se accanto a tante opere che siamo riusciti a salvaguardare e a inserire in un contesto di modernità – ce n’è qualcuna che se ne sta andando in malora? Pensiamo all’atteggiamento che ci coglie ogni volta che si deve approntare la realizzazione di una grande opera pubblica. C’è spesso il timore di imbattersi in resti del passato. E la volontà di fare in fretta a chiudere i buchi per non dover incappare nei controlli della Sovrintendenza che obbligherebbe a interrompere i lavori chissà per quanto tempo. C’è chi ha troppo e chi non ha niente. Anche se certi luoghi di particolare valore artistico e culturale vengono estratti dalla loro piccola posizione locale per diventare patrimonio di tutta l’umanità. Come a dire che il bello è di tutta l’umanità anche se è collocato in un particolare contesto sociale, che se ne dovrebbe sentire in qualche modo responsabile.

Non si può apprezzare se non si impara a rendersi conto. È questo il primo gradino della conoscenza. Conoscere è indispensabile per poter apprezzare e amare. Si apprezza solo una cosa di cui si percepisce il valore e il senso per noi. I rovi e le rovine parlano di abbandono e di incuria. Un luogo del genere è andato in malora in fondo perché chi ci viveva l’ha abbandonato. Quello che un tempo era un centro pulsante di vita è diventato lentamente un specie di deserto. E’ la vita che preserva un edificio. Immagino che da questi sassi escano urla, lamenti provenienti da un passato pieno di vita. Un tempo in cui la campagna era uno dei motori dell’economia e la vita religiosa un punto di riferimento per tante persone alla ricerca di un senso per la propria vita. Ma nessuno ascolta queste urla. A lato dell’antico monastero sono stati costruiti selvaggiamente e in modo tutt’altro che chiaro due enormi centri commerciali che hanno incrementato a dismisura la speculazione edilizia. Uno di questi, chiuso dopo un anno, si trova sotto sequestro giudiziario per accuse di riciclaggio.  A Sud corre la Porcilana  che, interrotta da continue rotatorie,  immette nella tangenziale. Ad Est è stato allestito un campo per motocross. La vita corre oggi su binari totalmente differenti. E con ritmi impensabili per i tempi di quel monastero. Gli affari, gli impegni, il divertimento spingono altrove. 

Il comune di San Pietro di Lavagno, nella cui giurisdizione si trova il complesso della Corte Lepia,  non ha trovato altro di meglio da fare che murare gli accessi in modo da impedire ai vandali di fare ulteriore scempio di tombe e opere d’arte. Ma cosa c’è da salvare ancora? Più che per sensibilità culturale l’ha fatto perché obbligato da alcune denunce e per motivi di sicurezza. Ci mancherebbe solo che ne andasse di mezzo l’incolumità di qualcuno. Alla fine la responsabilità finirebbe per cadere sulle autorità civili. Di più non possono fare, sostengono lavandosene pilatescamente le mani,  dato che il complesso non è di proprietà del Comune. Se questa è sensibilità e il livello culturale di chi ci amministra e governa, immaginiamo come potrà essere quello della gente comune. Anche se è pur vero (a detta di tutti) che a questo punto ci sarebbe bisogno di un miracolo per risollevare questo luogo dal degrado in cui si trova. Un'agonia che dura da secoli, e magari qualcuno sognerebbe di staccare la spina a questo luogo.  

Se noi siamo quello siamo oggi,  è perché c’è stato qualcuno che ha vissuto prima di noi. I ruderi ci testimoniano questa vita che ci ha preceduto. Se non potremmo far nulla per salvarle dalla rovina completa, almeno ci rimanga un minimo di coscienza di quello che stiamo perdendo e anche di rimorso per quello che non abbiamo fatto per evitarlo.                                

                                                                               

Stefano Costa - Redattore di Gerico.Info

Cambiare strada diventa ormai un obbligo

DOPO GLI ALLARMANTI DATI SULLA QUALITA' DELL'ARIA

Gas di scarico provenienti da autoveicoli, caldaie, centrali elettriche, fabbriche, impianti di incenerimento dei rifiuti vengono emessi nell'atmosfera sotto forma di sostanze estremamente nocive e particolarmente dannose per la salute di tutto il pianeta, a cominciare da quella dell'uomo. Sempre più conosciuti sono gli effetti dell'inquinamento atmosferico, soprattutto nei grandi centri metropolitani dove particolarmente sentito è il problema dello smog.

A sottolinearlo, ancora una volta, è Legambiente, che ripercorre l’anno appena trascorso analizzando i rilevamenti delle centraline per il controllo della qualità dell’aria.

Torino risulta  prima in classifica: ma, in questo caso,  niente di cui vantarsi.  Seguono Milano e la maggior parte delle città venete come Venezia, Vicenza, Padova, Treviso e Verona.

Come ha spiegato Rossella Muroni, presidente di Legambiente: "Molte città italiane sono costantemente in allarme smog sia per le ricorrenti condizioni climatiche che favoriscono l’accumulo, giorno dopo giorno, degli inquinanti, che per la mancanza di misure adeguate a risolvere il problema. Sono necessari interventi strutturali, di lunga programmazione, i cui tempi di messa in opera superano quelli del mandato elettorale di un sindaco. Serve un piano nazionale che aiuti i primi cittadini a prendere e sostenere le decisioni giuste: misure strutturali e permanenti, anche radicali e a volte impopolari, per la cui realizzazione occorrono, per altro, investimenti largamente al di sopra della portata dei Comuni, stretti dal patto di stabilità.

Troppo spesso i sindaci sono lasciati soli di fronte all’emergenza e improvvisano cure inadeguate e scarsamente efficaci. Per questo Legambiente ha preparato un elenco di proposte sugli interventi necessari a migliorare davvero la qualità dell’aria. Bisogna, da un lato, trasformare strutturalmente le città, le modalità di trasporto e di spostamento, i suoi servizi e le infrastrutture, dall’altro riqualificare il patrimonio edilizio pubblico e privato rendendolo energeticamente sostenibile".

Il miglioramento della qualità dell’aria nelle città italiane potrà essere raggiunto, spiega Legambiente, attraverso alcuni importanti cambiamenti nella gestione dei centri urbani. Ecco il decalogo presentato dall’associazione ambientalista:

1- Ridisegnare strade, piazze e spazi pubblici delle città per favorire sicuri spostamenti a piedi e in bicicletta. Oggi l'80% dello spazio pubblico è destinato alla carreggiata e al parcheggio: ribaltare progressivamente questo rapporto favorendo lo spazio pedonale, della relazione.
2 - Una rete che attraversa la città per spingere la ciclabilità. L’esperienza delle città europee dimostra che si può arrivare ad avere numeri significativi di spostamenti ciclabili se si passa da una visione di piste ciclabili ad una di “rete” che attraversa, nelle diverse direttrici, la città.
3 - Una mobilità verso “emissioni zero”. Per far questo lo Stato deve cessare tutte le agevolazioni e gli incentivi (vedi autotrasporto) alle vecchie tecnologie “fossili” e concentrare politiche, incentivi e agevolazioni esclusivamente sulle tecnologie a zero emissioni.
4Bus più rapidi, affidabili ed efficienti. L'aumento di velocità del trasporto pubblico si ottiene attraverso strade dedicate e corsie preferenziali.
5 - 1000 treni pendolari, metropolitane, tram e 10 mila bus elettrici o a bio-metano per il trasporto pubblico nelle aree urbane. Occorre potenziare il trasporto pubblico, oggi inadeguato, e intervenire con un ricambio del parco pubblico circolante, oggi spesso troppo vecchio, per diminuire l'utilizzo dell'auto e ridurre gli impatti rispetto al parco esistente.
6 - Fuori i diesel e i veicoli più inquinanti dalle città.   Fissare standard ambientali sempre più alti per l’utilizzo dei veicoli privati circolanti nelle città, crescenti negli anni, con limiti nei periodi di picco in modo da avere un quadro chiaro delle prestazioni che si vogliono raggiungere nel parco circolante e stimolare l’innovazione e gli investimenti delle imprese. 
7 - Solo uno spostamento su tre in macchina entro 5 anni.   Tutte le città con più di 50 mila abitanti e i comuni capoluogo devono promuovere gli spostamenti con mezzi pubblici, in bicicletta, bici a pedalata assistita,  sharing mobility, car pooling e soprattutto a piedi, con l'obiettivo (crono programma ben definito) di limitare la circolazione dei mezzi privati a motore non più di un terzo dei chilometri percorsi in città. 
8 -  Road pricing e ticket pricing per limitare l’ingresso nei centri abitati di veicoli inquinanti e per favorire la mobilità dolce e l’uso di veicoli più efficienti e a zero emissioni. Per limitare l'ingresso nei centri abitati di veicoli inquinanti e per favorire la mobilità dolce e l'uso di veicoli più efficienti e a zero emissioni, bisogna istituire zone a pedaggio urbano (sul modello dell’AreaC milanese) e implementare una differente politica tariffaria sulla sosta. 
9 - Riqualificazione degli edifici pubblici e privati, per ridurre i consumi energetici e le emissioni inquinanti.  Avviare concretamente la riqualificazione del patrimonio edilizio pubblico e privato per renderlo davvero sicuro (dal rischio sismico e idrogeologico) e ad energia “quasi zero”, con l’obiettivo di riqualificare in 30 anni tutti gli edifici pubblici e privati, ovvero il 3% all’anno.
10 - Riscaldarsi senza inquinare,   vietando l’utilizzo di combustibili fossili, con esclusione del metano, nel riscaldamento degli edifici e incentivare, a partire dalle aree urbane, l’utilizzo delle moderne tecnologie che migliorano l’efficienza e riducono le emissioni, facendo rispettare l'obbligo di applicazione della contabilizzazione di calore nei condomini per ridurre i consumi da subito e attenzionare coloro i quali non l'anno fatto (compresa l'edilizia pubblica) e attuando in modo sistematico i controlli sulle caldaie (come previsto dalla legge) e sulle emissioni prevedendo un sistema sanzionatorio efficace. 

Sarebbe troppo chiedere che almeno qualcuno dei punti sopra elencati rientri nei programmi elettorali delle nuove amministrazioni comunali da eleggere nella prossima primavera, compresa quella di Verona?

     

Gianni Giuliari - Redattore di Gerico.Info

Parco dello scalo VR SUD: sì, no, forse...

LA MAGGIORANZA IN COMUNE FA LA MOSSA



Riceviamo e pubblichiamo

Dopo aver bocciato la mozione proposta dal gruppo PD nel febbraio scorso, e più recentemente contrastato anche la proposta del consigliere Polato, l’intera maggioranza consigliare rilancia sul tema del parco allo scalo merci di Porta Nuova depositando un nuovo ordine del giorno, datato 14 dicembre 2016, che vede come primo firmatario lo stesso Sindaco Flavio Tosi.

Con questo documento Tosi intende impegnare la giunta, dunque se stesso, “ad acquisire nei tempi più rapidi possibili l’intera area dello scalo da destinare a parco urbano”. Esattamente quello che, con poche variazioni, si proponevano di fare le precedenti iniziative, che al tempo furono però avversate.

Bene anzi, benissimo i contenuti della proposta, anche perché va a rimediare al pasticcio dell’emendamento presentato dal consigliere Di Dio alla Variante 23 che non era tecnicamente ammissibile, ma non possiamo nasconderci il suo significato politico: con questa iniziativa la maggioranza apre di fatto la campagna elettorale nel modo peggiore possibile, poiché nega ai cittadini di Verona Sud, che da tempo aspettano questa misura, una soluzione condivisa con le altre forze politiche mancando alla parola data in Consiglio alle minoranze, alle quali aveva prospettato la possibilità di una soluzione condivisa; non ultimo, rimette la questione ad un ordine del giorno che non è assolutamente vincolante per la giunta. L’unico aspetto positivo della faccenda è che finalmente, buoni ultimi, anche i consiglieri di maggioranza si sono accorti della necessità di "coinvolgere nel dialogo anche i Comitati di Verona Sud e i cittadini portatori di idee e proposte”.

Forse è un po' troppo tardi per risultare credibili.

    

I consiglieri comunali Luigi Ugoli ed Eugenio Bertolotti

Verona Sud dice basta ai centri Commerciali

MANIFESTAZIONE DEI COMITATI SABATO 22 OTTOBRE

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

L'ex scalo ferroviario è l'ultima occasione che Verona ha per creare un vero polmone verde dentro la città, prima che gli speculatori lo cementifichino e lo riempiano di nuove aree commerciali e palazzi. Vogliamo rendere Verona una città salubre e moderna. Chiediamo tutti insieme al Comune di impegnarsi a destinare la superficie dell'ex scalo ferroviario a parco urbano a beneficio di tutta la città di Verona come minima compensazione al dissennato insediamento di centri commerciali e altri attrattori di traffico in una zona già soffocata da quello prodotto dalla fiera.

Il verde e l'aria pulita sono un nostro diritto che non può essere barattato con la insensata costruzione di centri commerciali e supermercati.

La manifestazione, di cui si allega il volantino, partirà dal piazzale della stazione di Verona Porta Nuova a fianco del tempio Votivo alle 14.20 con arrivo in piazza Bra.



Comitato Verona Sud



 

 



Adige Ambiente e alta sartoria veneziana

DALLE LEGGI "AD PERSONAM" ALLE LEGGI "AD AZIENDAM"

Dopo le leggi "ad personam" di triste berlusconiana memoria ci toccherà adesso ingoiare anche  le leggi "ad aziendam", cioè ritagliate su misura per favorire qualche azienda privata. E' quello che sembra si accinga a fare la Regione Veneto, con la motivazione di adeguare la disposizione regionale del 1999 istitutiva del PAQE (il Piano d'Area del Quadrante Europa) alle leggi nazionali successive, nel caso in specie al testo unico ambientale contenuto nel  D.Lgs  152/2006.

Il PAQE, che interessa una vasta area  della provincia di Verona  con 22 comuni coinvolti e 450 mila abitanti, è un'area strategica sia dal punto di vista produttivo che infrastrutturale. La Variante n° 5 proposta con decreto del Direttore della Sezione Pianificazione Territoriale Strategica e Cartografica Regionale n° 11 del 31 maggio 2016 mira a modificare in particolare l'art. 49 del PAQE che fa specifico divieto  di costruire nuovi impianti di lavorazione e/o  trattamento dei rifiuti  in aree di ambito prioritario di protezione del suolo e in aree di risorgiva con punti di presa d'acqua potabile. Con questo vincolo inderogabile, tanto per fare un esempio, il progetto di Adige Ambiente a San Martino Buon Albergo, a fianco della discarica della Progeco a Ca' Vecchia, non avrebbe avuto alcuna possibilità di essere approvato.

Ma cosa succede allora in Regione? Il Direttore della Sezione Pianificazione Territoriale propone una variante al PAQE, che sostituisca nell'art. 49 il termine "trattamento" con il termine "smaltimento", "per rendere coerenti i contenuti dell'articolo con la disciplina legislativa  del settore vigente".  Sembra una questione di lana caprina, ma questa modifica cambia non poco la sostanza delle cose, perché, se questa variante venisse approvata, il tanto discusso impianto di Adige Ambiente otterrebbe l'agognato via libera, dal momento che è ben vero che tratta particolari rifiuti, ma non li smaltisce.

Sull'argomento fa specie l'inerzia dei 22 comuni interessati (Verona, Bovolone, Bussolengo, Buttapietra, Caldiero, Castel d'Azzano, Erbè, Isola della Scala, Mozzecane, Nogarole Rocca, Pastrengo, Pescantina, Povegliano Veronese, S. Giovanni Lupatoto, San Martino Buon Albergo, Sommacampagna, Sona, Ronco all'Adige, Trevenzuolo, Vigasio, Villafranca di Verona e Zevio) che solo in minima parte hanno fatto sentire il loro parere in merito a una modifica di legge che consentirà di assemblare impianti che la pianificazione del loro territorio comunale aveva già escluso, ma che di fatto, a variante approvata, potranno invece essere costruiti, dal momento che la normativa regionale prevale su quella comunale.

Un rischio concreto per il nostro territorio, ma tutto a norma di legge e alla luce del sole!

E' ben vero che la variante in questione prima di diventare operativa dovrà essere approvata dalla Giunta Regionale, sentito il parere della Seconda Commissione, ma questa modifica della normativa, promossa motu proprio dal settore tecnico regionale con tutti i crismi del caso, la dice lunga sulla influenza che la società bresciana Adige Ambiente è in grado di esercitare sul moto ondoso del Canal Grande.

Si pensi anche a questa altra concomitanza: la proposta della variante del PAQE viene presentata in data 31 maggio 2016, e  il giorno successivo, il 1° di giugno, nell'ultima riunione utile prima della scadenza del mandato, la Commissione regionale  VIA, al cui interno esistono presunti conflitti di interesse (vedi link), dà  parere favorevole di compatibilità ambientale al progetto di Adige Ambiente. Che singolare coincidenza!

Gianni Giuliari & Redazione di GericoTV