Finita l'era del pino marittimo

Categoria: Operai della vigna
ORA ARRIVA L'ERA DEGLI OLIVI


Da qualche giorno seguo la sorte dei tre pini marittimi presenti nel giardinetto del condominio. Tre sere fa il tribunale condominiale, riunito in assemblea plenaria, ha decretato la sentenza finale. Si trattava di decidere sulla loro radicale potatura o sulla loro definitiva soppressione. Messi tutti gli argomenti sulla bilancia dei costi/benefici si è pensato di optare per la seconda soluzione. Concretamente le spese per l’abbattimento sono equivalenti alle spese di una potatura seria e allora tanto vale togliere il problema alla radice.

Un primo motivo di dubbio. Era proprio necessario decidere con tanta fretta? Manco fosse questione di vita o di morte. L’impresa di giardinaggio, interpellata per il preventivo, premeva per avere la risposta al più presto in modo da poter pianificare il lavoro.

Siamo a metà febbraio e le belle giornate già preannunciano l’arrivo della bella stagione, assieme al timore per l’inevitabile accompagnamento di monsoni e di uragani. Il clima del nostro pianeta sta cambiando in modo vistoso. E lo si nota anche dalle nostre parti. L’habitat terrestre non è più lo stesso. Il motivo che ha portato alla sentenza di abbattimento: i tre pini costituirebbero un pericolo per l’incolumità di persone e cose. E a dirlo sono anche gli esperti, chi di piante se ne intende un po’. Raffiche di vento particolarmente violente li farebbero crollare su sé stessi. Tutti e tre sono già pericolosamente curvati verso la strada. Per il loro sradicamento si tratterebbe dunque solo di una questione di tempo. Altri tre loro simili sono stati spazzati via dai venti degli anni scorsi, nei giardini adiacenti al nostro. Uno si è accasciato su una panda seminuova dopo esser stato completamente sradicato. Le radici di queste piante non fanno molta presa sul terreno rimanendo ad un livello molto superficiale mentre il fusto e i rami crescono a grande velocità sbilanciando pericolosamente tutto l’organismo della pianta. Quanto può essere pericolosa una pianta con un fusto smisuratamente alto senza un corrispettivo sviluppo di radici nel terreno. Con molta riluttanza l’assicurazione condominiale ha pagato i danni causati da quel crollo. Si è dibattuto se le piante rientrassero nelle clausole della polizza assicurativa condominiale. Uno dei vicini cita il caso (non appurato ma comunque verosimile) di un pino caduto in città (quale?) sotto il quale è stato rinvenuto, dopo ore, un cadavere umano. Al momento del crollo sembrava non esserci nessuno. Ci si è accorti della vittima solo al momento dello sgombero delle frasche.

Sembra stia tramontando definitivamente l’epoca del Pinus Pinaster, comunemente detto Pino marittimo. La tendenza dei nostri tempi è di toglierli di mezzo ovunque. Così va il mondo. Trenta o quarant’anni fa erano di moda in ogni dove. Strade, viali, piazze, giardini, parchi … in città relativamente vicine al mare (Roma per esempio) o in luoghi molto lontani (come i nostri borghi).  Sarei curioso di conoscere chi è stato lo scellerato responsabile di aver aperto la strada ad una tale proliferazione arborea. Chi ha convinto privati ed amministrazioni pubbliche sulla convenienza di abbellire i luoghi urbani con questo tipo di pianta? Adesso tutti gridano sdegnati contro la sporcizia e i danni che questi pini causano. Aghi di pino presenti ovunque: sui tetti, sui marciapiedi, sulle strade. Le grondaie intasate irrimediabilmente. Senza parlare dell’effetto soffocamento provocato quando coprono a centinaia fiori e pianticelle presenti nelle aiuole. Ma qualcuno li ha voluti questi pini! O no? Da soli di certo non sono nati nei nostri giardini e sulle nostre strade. Qualcuno si è preso la briga di trapiantarli in ambienti non adatti a loro. E poi ci sarà stato l’effetto emulazione. In una piccola ricerca in internet vengo a scoprire che il Pinus Pinaster o pino marittimo è stato inserito nelle “cento tra le specie esotiche invasive più dannose al mondo”. Si tratta di animali o piante inserite in contesti estranei a quello in cui sono nati e cresciuti che hanno finito per produrre danni al sistema di vita degli organismi autoctoni (per curiosità nell’elenco sono compresi anche gatti domestici e cinghiali).

Ma come? Non stiamo facendo già abbastanza scempio della terra, della nostra casa comune? A farla da padrone è sempre la necessità di costruire, costruire … Il mantra delle “grandi opere” (ovvero cemento, strade, bretelle, ponti, tunnel sempre più smisurati) è presentato come un vero e proprio dogma senza il quale il PIL non potrà mai tornare a crescere. E se non cresce il PIL non ci sarà ripresa economica e noi saremo condannati ad impoverirci sempre di più … Ma sarà proprio vero? Che siamo ormai condannati ad una crescita illimitata e sfrenata, pena l’impoverimento? E fino ad ora cosa c’è stato? Possibile che non esista un’altra alternativa, una terza via tra la crescita del PIL e l’impoverimento, la stagnazione o la recessione? Non sarà invece un problema di redistribuzione, di giustizia, più che di crescita?

Quando mostriamo attenzione per la natura, come nel caso dei pini marittimi, in mezzo a una tale smania costruttrice, lo facciamo in maniera tanto maldestra e insana. Da totali incompetenti delle leggi della botanica. Ogni vegetale cresce e si sviluppa in un habitat naturale particolare, adatto a lui, un habitat in cui vive con equilibrio con le altre specie. Ed è egli stesso a contribuire a mantenere questo habitat in equilibrio. Non si può spostare con leggerezza un vegetale (o un animale) da un luogo ad un altro. Se si arriva a farlo, per particolari motivi di carattere scientifico, lo si deve fare con grande ponderazione, affidandosi a persone dotate competenza e di un grande amore nei confronti del sistema ecologico. E non per assecondare le leggi del mercato e del profitto, come molto spesso succede. Il pino marittimo è stato piantato in luoghi non adatti a lui. E non si è trattato di un caso isolato, di tentativi limitati. Stupisce l’ampiezza del fenomeno, la grandissima diffusione che si è data a quella pianta. Praticamente ci si imbatte in lui ovunque. Ed ora lo si deve abbattere.  

Non lo si sapeva mezzo secolo fa, prima di piantarlo in ogni città, quello che una pianta del genere può provocare? In termini di rischio per l’incolumità della vita degli esseri umani e in termini di danno per le altre specie vegetali e anche per i danni provocati a cose? Ancora una volta si ripropone lo stesso problema: siamo diventati, come singoli e come collettività, totalmente ignoranti della vita della natura. Abbiamo smarrito la sapienza dei nostri vecchi che sapevano riconoscere erbe e piante non per le loro caratteristiche esotiche ma per il fatto di viverci ogni giorno a contatto. Chi vuol realizzare un giardino o un orto deve oggi affidarsi alla consulenza e all’intervento di ditte specializzate. Le quali indurranno a piantare alberi e siepi in base a criteri utilitaristici e di mercato. Si, perché il mercato arriva a condizionare anche il gusto estetico: una pianta o un fiore ha valore solo in quanto svolge una precisa funzione ornamentale, in quanto rende più bello il giardino di una villetta o di un condominio. Non perché sia bello e significativo in sé stesso. L’utilità e la decoratività ha il sopravvento su tutto il resto.

È per questo che da qualche tempo nei prati antistanti le nostre abitazioni e nei nostri parchi sono apparse piante di ulivo.

La moda è cambiata. È finita l’epoca dei Pinus Pinaster.  Siamo entrati in quella degli ulivi.

Stefano Costa - Redattore di Gerico.Info
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