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Il senso del limite

C'E' UN GRANDE PRATO VERDE

Di fronte alle ultime palazzine del quartiere Gardenia a Caldiero si stende un enorme campo incolto. Senza recinzioni, costeggiato da qualche raro esemplare di gelso lungo il viale che delimita gli ultimi nuclei abitativi costruiti mi son sempre domandato quale fosse la sua funzione, a chi appartenesse. Da qualche tempo ha trovato finalmente una collocazione nella mia testa. Ho saputo che si tratta di un possedimento appartenente al patrimonio della Fondazione Opera Pia da Prato,

gli ultimi rappresentanti della casa nobiliare dei conti da Prato che hanno riunito la totalità dei loro beni, almeno quelli situati nel territorio del nostro comune, in un’unica fondazione a scopi sociali ed assistenziali. Oltre alla Casa di Riposo vi sono anche diversi terreni.: terreni agricoli e terreni trasformati, negli ultimi tempi, in lotti edificabili, su alcuni dei quali sono già state realizzate delle villette e delle piccole palazzine.

Ma veniamo al nostro terreno situato in viale della Libertà. Non è terreno adibito a colture agricole specializzate: non vi è né vigneto né frutteto. I campi collocati al suo lato est, per capirsi, sono coltivati a frutteti di mele. Di anno in anno, di stagione in stagione, si alternano le semplici colture del frumento, del granoturco o del fieno. Colture che richiedono, specie ai nostri giorni, poco lavoro e poca manodopera, assieme, ovviamente, ad un resa economica  abbastanza limitata.

Il meleto situato al suo fianco è già stato trasformato, in parte, in zona urbana. Vi è sorta una schiera di una quindicina di abitazioni familiari con un piccolo parco giochi. E si tratta di una prima trance, di una prima ala di un prossimo nucleo abitativo. Il progetto prevedeva la costruzione di un’altra schiera di case, proprio in prossimità del terreno incolto. Dieci anni fa tutto è stato bloccato. La crisi ha obbligato a cambiare i programmi. Lo scoppio della bolla edilizia ha reso impossibile non solo l’apertura di nuovi cantieri, ma addirittura la prosecuzione dei lavori in quelli che già si trovavano aperti.

Il campo della Opera Pia da Prato è situato tra i quartieri Gardenia e Bambare, a Nord, e la bassa di Caldiero, a Sud, dove sorge il cimitero e il borgo dei Lavandari.

Si tratta, come per quanto riguarda i campi di meleto al suo fianco, di terreno edificabile, su cui si potrebbero aprire cantieri per permettere al paese di espandersi ancor di più. Chi è abituato a pensare al futuro in termini di affari e di investimenti sa già che su questa terra dovrebbero essere costruite le abitazioni del futuro prossimo del comune di Caldiero. Affari, investimenti e soldi! Il mattone è sempre stato la molla, il simbolo della volontà insaziabile di arricchimento dell’essere umano.  

Grazie al cielo una mano provvidenziale ha provveduto a ridimensionare questi pensieri. La crisi se, vogliamo, è un segno – divino o meno – che ci invita a non pensare la storia e il territorio solo in termini di voracità e di rapina. Per chi sarebbero state quelle case poi? Che senso ha continuare a costruire in un paese a crescita demografica zero? Un paese che ha smarrito da decenni il senso e la prospettiva del futuro, in cui le migliori forze giovanili si sentono costrette ad emigrare all’estero e in cui un governo xenofobo e privo di senso della storia fa di tutto per impedire a forze giovani e dinamiche provenienti, a loro volta, dal sud del mondo di trovare tra noi una propria forma di integrazione? E poi perché uno dei comuni che ha l’estensione territoriale più ridotta di tutta la provincia, quale è Caldiero, dovrebbe ancora crescere dal punto di vista dell’urbanizzazione?

Insomma il buon senso ci spinge a sperare che, almeno per qualche decina d’anni, questo terreno possa rimanere libero dalle maglie dell’urbanizzazione e della cementificazione.

È uno dei tanti segni che il nostro paese dovrebbe finalmente apprendere il valore e il senso del limite. E chi lo governa cosa aspetta a farsi carico di questa esigenza? Se solo avessimo alla nostra guida persone capaci di guardare al futuro e non agli interessi elettorali. Perché parlare di limite? Non passa giorno, settimana in cui non succedano disastri naturali di ogni tipo causati da incuria e da mancanza di rispetto per i ritmi naturali dell’ambiente, ma anche grandi opere, ponti avveniristici, che crollano al suolo solamente dopo quarant’anni di vita, dovrebbero insegnarci a smettere di pensare in termini di espansione e di crescita. La natura sembra ci si stia rivoltando contro. E non perché lei sia cattiva, imprevedibile, capricciosa. Il problema è che l’ambiente in cui viviamo è stato saturato da tempo in ogni suo aspetto dalla nostra ingombrante presenza di umani. Abbiamo usato e abusato in ogni modo della casa comune, della Madre Terra, come se esistessimo solo noi e senza avere alcuna forma di rispetto nei suoi confronti.

È ora di dire un basta! Basta alla crescita ad ogni costo!

La priorità, per lo meno da noi, non è assolutamente più lo sviluppo ma la gestione di quanto esiste. In termini di manutenzione, perché quello che abbiamo costruito per star meglio può diventare un pericolo se non è oggetto di continua e intelligente manutenzione, ma anche in termini di rimedio, di riequilibrio, in un certo senso di riconciliazione con un territorio con cui ci siamo comportati stoltamente da predoni. Senza renderci conto che distruggendo il territorio creavamo la premesse per la distruzione della nostra stessa vita.

                                                            
Stefano Costa - Redattore di Gerico.Info



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