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Ex Tiberghien: "non accoglibili" le osservazioni di 1322 cittadini

"A 'MME' NUN ME STA BENE CHE NO!"

 

Approfittiamo delle date del 25 Aprile e del 1° Maggio, che per noi mantengono intatto tutto il loro significato, per manifestare il nostro vivo dissenso verso un potere sordo, il cui confine è ben più vasto del territorio presidiato dalla maggioranza politica che governa questa città.

Sì, ci hanno ricevuto e talvolta persino parlato, ma mai ascoltato veramente.

Questo nostro modesto contributo digitale, (vedi link https://www.youtube.com/watch?v=mgxDwV6dMQE) alla stregua di un manifesto, non si limita a riprendere la nostra battaglia sul futuro del Tiberghien, ma si riferisce a tutti quei luoghi, in città o fuori, destinati a perdere d'identità e di futuro. In tanti, politici e no, pensano che il "fare" sia segno di distinzione e attivismo, noi pensiamo che sia importante anche il "cosa fare" e per chi.

Le nostre osservazioni, che potete leggere in allegato, sono state cassate dalla Giunta e dal silenzio di tanti (ma non di tutti) che a parole vi si dovrebbero opporre.

Non bisogna dimenticare che tutte queste infrastrutture sono circondate da umanità, sulla quale hanno un impatto, talvolta molto negativo e non saranno certo rotonde o sottopassi a mitigarlo.

Commodo rappresenta il pensiero unico e i luoghi comuni con cui ci siamo dovuti scontrare, il Tessitore un'idea diversa di futuro, forse minoritaria, ma indomita.


         

Associazione "Azione Comunitaria"


ExTiberghien: un muro di gomma

GLI ULTIMI SVILUPPI DELLA VICENDA DELL'EX LANIFICIO

Ospitiamo volentieri e pubblichiamo un comunicato dell'associazione "Azione Comunitaria" sugli ultimi sviluppi della vicenda Tiberghien

In questi giorni si sta definendo, tra molte difficoltà, il destino della variante 23 al Piano degli Interventi del Comune di Verona. Tra le schede norma è presente anche quella relativa all’Ex Tiberghien, a proposito della quale, assieme a 1322 cittadini e cittadine, abbiamo presentato le nostre osservazioni.

Azione Comunitaria si è mossa in due direzioni: da una parte la riduzione della cementificazione e della congestione viabilistica, dall’altra il riequilibrio con interventi finalizzati a mitigare i disagi arrecati alla cittadinanza, sul piano delle relazioni umane e della sostenibilità ambientale ed economica.

Per questo abbiamo richiesto uno spazio pubblico polifunzionale dedicato alla Comunità, una piazza alberata interna degna di questo nome, il divieto di pubblico transito delle auto dentro l’area, facilitazioni per auto-produttori e negozi di Comunità nell’impiantare il proprio punto vendita all'interno dell'area.

E’ una proprietà privata? Vero, ma le regole prevedono che i nuovi insediamenti debbano sempre tenere conto del pubblico interesse e delle leggi vigenti.

Siamo ancora distanti da questi obiettivi.

Oggi la contesa pare essere tra la proprietà, che, a quel poco che ci è dato di sapere, non recede di un millimetro rispetto alla propria volontà di ottenere i 15.000 metri quadrati e più di commerciale e chi, anche dentro l’Amministrazione, ritiene di dover attenuare l’intervento, suggerendo una diversificazione nell’impiego degli spazi.

La delibera della Giunta è stata redatta, ma potrebbe approdare ad un voto in Consiglio in tempi lunghi (mesi?). In ogni caso alcune anticipazioni ci suggeriscono che le osservazioni dei cittadini sono rimaste nel cassetto. Resta una speranza relativa alla fase attuativa, ma se permane un’importante differenza di visioni tra Comune e Proprietà, le rovine che si incrociano su via Unità d’Italia potrebbero giacere lì ancora per anni.

Tra i cittadini è stata fatta girare la voce: “Meglio qualsiasi cosa piuttosto che restino le macerie”; ma le macerie della Fabbrica non si sono accumulate da sole. Siamo ancora in tempo per impedire una scelta insensata, quella di un gigantesco centro commerciale, che isolerebbe i quartieri, porterebbe l’inquinamento a livelli ancora più insostenibili, desertificherebbe i negozi di Comunità.

Forse a qualcuno non è piaciuto che Azione Comunitaria abbia invaso, praticando la cittadinanza attiva, aree di competenza che alcuni politici e politiche ritengono cosa propria.

Lo abbiamo compreso a Palazzo Barbieri, dove le aspettative della proprietà sembravano coincidere con quelle di alcuni consiglieri e consigliere comunali, e lo abbiamo capito meglio in Settima Circoscrizionedove una maggioranza larga, dalla lista Tosi al Partito Democratico, ha sbarrato la strada ad una nostra proposta innovativa e chiara, approvata dall'intera Commissione competente (Urbanistica), che chiedeva soluzioni concrete e di buon senso.

Parafrasando un adagio di moda, ci hanno fatto capire che se vogliamo cambiare qualcosa dobbiamo prima farci eleggere.

Occorre fare attenzione in questo passaggio cruciale. La narrazione politica e le scelte di chi ha la responsabilità di rappresentare la Comunità non dovrebbero andare oltre un certo limite di tolleranza e di logica, a tutela degli interessi e del benessere di tutti/e.

Marisa Sitta - Mauro Tedeschi

Co-Presidenti Paritari di Azione Comunitaria


L'ultimo grande polmone verde della Terra in pericolo

LA GUERRA COMMERCIALE USA-CINA DISTRUGGE LA FORESTA AMAZZONICA

 

L'aumento delle tariffe nelle esportazioni della soia dagli USA alla Cina nella metà dello scorso anno 2018 ha provocato un enorme incremento della deforestazione nell'Amazzonia brasiliana. 

Ogni anno il Brasile fornisce alla Cina 38 milioni di tonnellate di soia principalmente usate per mangime animale. 

Già da due decenni la crescita nel mercato globale della soia sta accrescendo una deforestazione su larga scala delle foreste tropicali brasiliane e questa pressione per superare il deficit economico sta inducendo il Brasile ad aumentare del 39% - 13 milioni di ettari - lo sfruttamento delle sue terre per la produzione agricola volta all'esportazione. 

I controlli politici e legali che sovraintendono l'espansione della produzione di soia in Amazzonia sono stati recentemente diminuiti.   Oltre alla deforestazione l'attuale Presidente del Brasile ha rimosso i diritti sulle terre amazzoniche dei popoli indigeni. Negli ultimi due decenni le importazioni brasiliane della Cina sono aumentate del 2.000% ed è molto probabile che con queste condizioni le richieste cinesi di soia per l'alimentazione animale vada ulteriormente aumentando.  Nella fine dello scorso anno 2018 il 75% delle importazioni cinesi di soia sono provenute dal Brasile, sostituendosi a quelle statunitensi. 

L'allerta  provocata dal continuo aumento della richiesta di soia da parte della Cina deve indurre il Brasile a trovare forme di difesa della propria foresta amazzonica, ormai una delle maggiori vittime della guerra commerciale USA-CINA.

                     

Ettore Fasciano             

Prima che sia troppo tardi

I PIU' DEBOLI, I PIU' PICCOLI SONO CHIAMATI A PRENDERSI CURA DELLA TERRA

 

La notizia si è diffusa, amplificata fortunatamente da tutti i social media. Almeno questo, possiamo dirlo, è un dato positivo delle possibilità che la comunicazione di oggi rende possibile. Una cosa impensabile nel passato.

La sedicenne svedese Greta Thunberg inizia una serie di proteste davanti al parlamento del suo paese per attirare l’attenzione dei politici e dell’opinione pubblica sul problema del cambiamento climatico. I media cominciano a parlare di lei e nel giro di qualche settimana tanti altri ragazzi ne seguono l’esempio. In tante capitali e grandi città europee i ragazzi cominciano a riunirsi per discutere e manifestare a favore del clima e delle condizioni sempre più difficili in cui si trova il nostro pianeta. Tutto questo avviene di Venerdì. Anche il 15 marzo è venerdì. Per quel giorno è stato fissato un grande sciopero, una grande manifestazione in difesa del diritto della terra. È noto lo slogan rappresentato dalle tre F che danno inizio alle tre parole in questione: Fridays For Future. Trovarsi uniti di venerdì, nelle piazze delle nostre città, per parlare del nostro futuro.

Non diciamo ora che i giovani non ci sono. È interessante che a prendersi cura della terra, a preoccuparsi per lei, siano i più fragili, quelli che non votano, che non hanno in mano ancora le leve del potere. Probabilmente quelli che capiscono ancora poco dei problemi della politica, che non sono ancora stati coinvolti nei suoi meccanismi e compromessi.

Sono loro a cominciare a urlare in nome della difesa di quella Terra che i potenti di oggi vorrebbero depredare o trattare senza tanti scrupoli. Il sogno è che questi ragazzi riescano a fare più di quanto sia riuscita a fare la politica (quella onesta che ha a cuore il bene di ogni uomo e di tutto il pianeta), più di quanto abbia fatto la Conferenza ONU sul clima di Parigi qualche anno fa.

Ma non sarà facile per questi ragazzi. Il loro nemico più potente è colui che le lobbies dei miliardari hanno messo a capo del paese che ha maggiori responsabilità in ordine alla salvaguardia della vita del pianeta e del clima: il paese che concentra le più grandi ricchezze finanziarie e, allo stesso tempo, il paese che consuma di più, che inquina di più. Ma di questo Trump non si cura. Al Trump pensiero non interessa nulla della terra come non interessa nulla del futuro né della vita dei nostri giovani. I pupilli dei multi miliardari come lui hanno le spalle già ben coperte dai soldi dei loro padri: gli straricchi che quel fanfarone rappresenta non hanno nulla da perdere a condannare la terra al deserto e ad una situazione di progressiva invivibilità. Ma forse anche la loro bolla miliardaria alla fine sarà coinvolta nel disastro ecologico. Purtroppo il Trump pensiero che ha smantellato ogni tentativo ragionevole di svolta, nel senso di una maggior moderazione, nell’uso delle energie, dello sfruttamento del sottosuolo, nella produzione di smog, è seguito da tutti gli altri potenti della terra. D’altra pare se non sono i più grandi, chi sta più in alto a dare l’esempio … Bolsonaro non si vergogna di affermare che non gli interessa nulla distruggere l’Amazzonia se questo può aiutare a far cassa al Brasile (non al Brasile della povera gente però ma delle grandi imprese multinazionali). Per non parlare poi della Cina e a seguire dei piccoli potenti sovranisti della nostra Europa. Insomma i potenti di oggi, che difendono ovunque soltanto le prerogative dei ricchi, di chi non ha problemi a sbarcare il lunario, hanno dichiarato guerra alla Terra in nome dell’unico dio in cui loro credono: il dio denaro, il dio dell’interesse nazionale, il dio di una crescita e di un consumo smisurati.

Trump rappresenta in questo senso il peggio che ogni politica potrebbe esprimere. Un vecchiume nascosto dietro una facciata di arroganza, di ignoranza e di totale insensibilità nei confronti di ogni tipo di problema.

Trump – e quelli come lui, quelli che ne condividono le idee, le espressioni idiote e ciniche che ogni giorno posta su twitter -  è il principale nemico dei giovani; il principale nemico del futuro. Il grande nemico della Terra e dei poveri. In una parola è nemico della vita, di tutto il genere umano.

Al lato opposto del campo di battaglia (parliamo proprio di battaglia, di lotta, di guerra) troviamo i giovani, i ragazzi che hanno cominciato a parlare tra di loro e a mettersi assieme. I ragazzi sono i principali destinatari della guerra del Trump pensiero perché sono loro che potranno percorrere le strade del futuro. Loro e non i vecchi che hanno in mano al presente le leve del potere.

Sono loro ad aver organizzato gli incontri dei venerdì. O per lo meno tutto è partito da loro.

Sono loro i protagonisti delle manifestazioni di Venerdì 15 marzo.

Dovrebbero essere loro a risvegliarci un po’ dal nostro torpore o dall’ingordigia e dalla rapacità con cui ci rapportiamo alla terra e a tutte le sue ricchezze. La rapacità, l’ingordigia, sono vizi che hanno la vita corta, che non portano da nessuna parte. Si risolvono nel breve arco di tempo che ci sta davanti. Ma i danni che essi possono provocare lasceranno le loro conseguenze sul tempo che ci sta davanti. A pagare per tutti i mali di oggi saranno i nostri figli. In ogni incontro che ha con loro, Alex Zanotelli non manca di chiedere perdono ai ragazzi dall’alto dei suoi ottanta tre anni per il pessimo mondo che stiamo affidando loro.

Ho parlato con mia figlia, che ha la stessa età di Greta, dell’importanza della manifestazione di Venerdì. Non ci sarà da farsi illusioni di alcun tipo. Non saranno risolti dai ragazzi i gravi problemi che neppure una serie di conferenze mondiali organizzate dalle Nazioni Unite sono riuscite ad affrontare con serietà. È comunque un segno di grande speranza vedere che sono i ragazzi, anzi i ragazzini, ad aver compreso che la vita sulla terra è incamminata verso il baratro. Chi ha meno potere nelle mani, chi è più piccolo e fragile può cominciare a mettersi assieme per stare dalla parte della terra e della vita.

Loro che hanno meno potere di tutti possono stimolare quelli che hanno più potere (economico, politico, religioso …) ad invertire la rotta … finché siamo ancora in tempo. Non c’è nessun dubbio dunque a prender posizione e a metterci con simpatia e decisione dalla loro parte.

Venerdì dobbiamo essere in tanti. Ovunque.

                                                                                             

Stefano Costa - Redattore di Gerico.Info

Finita l'era del pino marittimo

ORA ARRIVA L'ERA DEGLI OLIVI


Da qualche giorno seguo la sorte dei tre pini marittimi presenti nel giardinetto del condominio. Tre sere fa il tribunale condominiale, riunito in assemblea plenaria, ha decretato la sentenza finale. Si trattava di decidere sulla loro radicale potatura o sulla loro definitiva soppressione. Messi tutti gli argomenti sulla bilancia dei costi/benefici si è pensato di optare per la seconda soluzione. Concretamente le spese per l’abbattimento sono equivalenti alle spese di una potatura seria e allora tanto vale togliere il problema alla radice.

Un primo motivo di dubbio. Era proprio necessario decidere con tanta fretta? Manco fosse questione di vita o di morte. L’impresa di giardinaggio, interpellata per il preventivo, premeva per avere la risposta al più presto in modo da poter pianificare il lavoro.

Siamo a metà febbraio e le belle giornate già preannunciano l’arrivo della bella stagione, assieme al timore per l’inevitabile accompagnamento di monsoni e di uragani. Il clima del nostro pianeta sta cambiando in modo vistoso. E lo si nota anche dalle nostre parti. L’habitat terrestre non è più lo stesso. Il motivo che ha portato alla sentenza di abbattimento: i tre pini costituirebbero un pericolo per l’incolumità di persone e cose. E a dirlo sono anche gli esperti, chi di piante se ne intende un po’. Raffiche di vento particolarmente violente li farebbero crollare su sé stessi. Tutti e tre sono già pericolosamente curvati verso la strada. Per il loro sradicamento si tratterebbe dunque solo di una questione di tempo. Altri tre loro simili sono stati spazzati via dai venti degli anni scorsi, nei giardini adiacenti al nostro. Uno si è accasciato su una panda seminuova dopo esser stato completamente sradicato. Le radici di queste piante non fanno molta presa sul terreno rimanendo ad un livello molto superficiale mentre il fusto e i rami crescono a grande velocità sbilanciando pericolosamente tutto l’organismo della pianta. Quanto può essere pericolosa una pianta con un fusto smisuratamente alto senza un corrispettivo sviluppo di radici nel terreno. Con molta riluttanza l’assicurazione condominiale ha pagato i danni causati da quel crollo. Si è dibattuto se le piante rientrassero nelle clausole della polizza assicurativa condominiale. Uno dei vicini cita il caso (non appurato ma comunque verosimile) di un pino caduto in città (quale?) sotto il quale è stato rinvenuto, dopo ore, un cadavere umano. Al momento del crollo sembrava non esserci nessuno. Ci si è accorti della vittima solo al momento dello sgombero delle frasche.

Sembra stia tramontando definitivamente l’epoca del Pinus Pinaster, comunemente detto Pino marittimo. La tendenza dei nostri tempi è di toglierli di mezzo ovunque. Così va il mondo. Trenta o quarant’anni fa erano di moda in ogni dove. Strade, viali, piazze, giardini, parchi … in città relativamente vicine al mare (Roma per esempio) o in luoghi molto lontani (come i nostri borghi).  Sarei curioso di conoscere chi è stato lo scellerato responsabile di aver aperto la strada ad una tale proliferazione arborea. Chi ha convinto privati ed amministrazioni pubbliche sulla convenienza di abbellire i luoghi urbani con questo tipo di pianta? Adesso tutti gridano sdegnati contro la sporcizia e i danni che questi pini causano. Aghi di pino presenti ovunque: sui tetti, sui marciapiedi, sulle strade. Le grondaie intasate irrimediabilmente. Senza parlare dell’effetto soffocamento provocato quando coprono a centinaia fiori e pianticelle presenti nelle aiuole. Ma qualcuno li ha voluti questi pini! O no? Da soli di certo non sono nati nei nostri giardini e sulle nostre strade. Qualcuno si è preso la briga di trapiantarli in ambienti non adatti a loro. E poi ci sarà stato l’effetto emulazione. In una piccola ricerca in internet vengo a scoprire che il Pinus Pinaster o pino marittimo è stato inserito nelle “cento tra le specie esotiche invasive più dannose al mondo”. Si tratta di animali o piante inserite in contesti estranei a quello in cui sono nati e cresciuti che hanno finito per produrre danni al sistema di vita degli organismi autoctoni (per curiosità nell’elenco sono compresi anche gatti domestici e cinghiali).

Ma come? Non stiamo facendo già abbastanza scempio della terra, della nostra casa comune? A farla da padrone è sempre la necessità di costruire, costruire … Il mantra delle “grandi opere” (ovvero cemento, strade, bretelle, ponti, tunnel sempre più smisurati) è presentato come un vero e proprio dogma senza il quale il PIL non potrà mai tornare a crescere. E se non cresce il PIL non ci sarà ripresa economica e noi saremo condannati ad impoverirci sempre di più … Ma sarà proprio vero? Che siamo ormai condannati ad una crescita illimitata e sfrenata, pena l’impoverimento? E fino ad ora cosa c’è stato? Possibile che non esista un’altra alternativa, una terza via tra la crescita del PIL e l’impoverimento, la stagnazione o la recessione? Non sarà invece un problema di redistribuzione, di giustizia, più che di crescita?

Quando mostriamo attenzione per la natura, come nel caso dei pini marittimi, in mezzo a una tale smania costruttrice, lo facciamo in maniera tanto maldestra e insana. Da totali incompetenti delle leggi della botanica. Ogni vegetale cresce e si sviluppa in un habitat naturale particolare, adatto a lui, un habitat in cui vive con equilibrio con le altre specie. Ed è egli stesso a contribuire a mantenere questo habitat in equilibrio. Non si può spostare con leggerezza un vegetale (o un animale) da un luogo ad un altro. Se si arriva a farlo, per particolari motivi di carattere scientifico, lo si deve fare con grande ponderazione, affidandosi a persone dotate competenza e di un grande amore nei confronti del sistema ecologico. E non per assecondare le leggi del mercato e del profitto, come molto spesso succede. Il pino marittimo è stato piantato in luoghi non adatti a lui. E non si è trattato di un caso isolato, di tentativi limitati. Stupisce l’ampiezza del fenomeno, la grandissima diffusione che si è data a quella pianta. Praticamente ci si imbatte in lui ovunque. Ed ora lo si deve abbattere.  

Non lo si sapeva mezzo secolo fa, prima di piantarlo in ogni città, quello che una pianta del genere può provocare? In termini di rischio per l’incolumità della vita degli esseri umani e in termini di danno per le altre specie vegetali e anche per i danni provocati a cose? Ancora una volta si ripropone lo stesso problema: siamo diventati, come singoli e come collettività, totalmente ignoranti della vita della natura. Abbiamo smarrito la sapienza dei nostri vecchi che sapevano riconoscere erbe e piante non per le loro caratteristiche esotiche ma per il fatto di viverci ogni giorno a contatto. Chi vuol realizzare un giardino o un orto deve oggi affidarsi alla consulenza e all’intervento di ditte specializzate. Le quali indurranno a piantare alberi e siepi in base a criteri utilitaristici e di mercato. Si, perché il mercato arriva a condizionare anche il gusto estetico: una pianta o un fiore ha valore solo in quanto svolge una precisa funzione ornamentale, in quanto rende più bello il giardino di una villetta o di un condominio. Non perché sia bello e significativo in sé stesso. L’utilità e la decoratività ha il sopravvento su tutto il resto.

È per questo che da qualche tempo nei prati antistanti le nostre abitazioni e nei nostri parchi sono apparse piante di ulivo.

La moda è cambiata. È finita l’epoca dei Pinus Pinaster.  Siamo entrati in quella degli ulivi.

Stefano Costa - Redattore di Gerico.Info

Il processo all'ENI di cui è vietatissimo parlare

A PROPOSITO DI "AIUTIAMOLI A CASA LORO"

 

Nessun grande giornale parla in questi giorni del processo in corso a Milano a proposito della  presunta maxi tangente pagata dalla compagnia petrolifera  italiana ENI, e dalla omologa compagnia olandese Shell, al governo nigeriano. Lo scopo della tangente era quello di ottenere la licenza per esplorare il giacimento offshore 245 che ha arricchito non solo gli alti papaveri del governo nigeriano, ma secondo una ricerca condotta da Rdc (Resources for Development Consulting) ha privato il popolo di quel Paese di quasi 6  miliardi di dollari di tasse a causa delle agevolazioni fiscali contenute nel contratto di licenza sottoscritto dalle due compagnie europee.

Secondo l'Istituto di ricerca questa perdita di entrate fiscali  equivale per i nigeriani a due anni di spesa pubblica del governo federale in materia di sanità e istruzione.

Ma quello che fa più specie è il fatto che di questo processo in corso in questi giorni  a Milano nessuno parla, a parte qualche testata giornalistica minore. I grandi giornali, le tivvù  nazionali, i grandi mezzi di comunicazione non stanno spendendo neanche una riga a riguardo. La domanda che sorge spontanea è: si vuole far passare tutto sotto silenzio perché c'è in ballo l'ENI, il fiore all'occhiello dell'economia energetica italiana?

 

Gianni Giuliari - Redattore di Gerico.Info

Tutto è connesso

CHE IMPATTO POSSONO AVERE I PIPISTRELLI SUL P.I.L.?

"Che domanda assurda è mai questa?" sbotterà qualcuno  "ma che impatto potranno mai avere i pipistrelli sul Prodotto Interno Lordo di un Paese?".

E' quello che in una sala gremitissima,  giovani soprattutto, ha cercato di spiegare  Roberto Mercadini, un cesenate quarantenne, nato ingegnere elettronico, ma che poi si è scoperto scrittore attore e divertente divulgatore scientifico. Senza scenografie, senza costumi, senza oggetti di scena,  senza cambi di luce, ma facendo leva solo sulla sua voce e il linguaggio del corpo,  Roberto Mercadini nell'incontro organizzato da Banca Etica nella sala-teatro del Beato Carlo Steeb Etica sabato 1° dicembre ha intrattenuto un pubblico attentissimo per dimostrare quanto è stretta la  relazione che esiste tra ecologia ed economia, lo studio e la cura della nostra casa comune. Partendo dall'assioma che "tutto è collegato, tutto è connesso"  Mercadini ha spiegato attraverso esempi concreti, apparentemente astrusi, quanto è invece stretta la correlazione tra le due scienze. 

Solo due esempi da quelli riportati per sottolinearne il collegamento.

In questi ultimi anni negli Stati Uniti si è verificata una moria di pipistrelli (circa un milione) a causa della cosiddetta "white nose syndrome" (la sindrome del naso bianco),  una malattia fungina di origine non ben conosciuta. Poiché  questi piccoli mammiferi notturni si nutrono principalmente di insetti, molti dei quali danneggiano l'agricoltura, in loro assenza le colture hanno subito molti danni. Senza pipistrelli si è reso necessario aumentare la quantità di pesticidi con evidente pesanti ricadute anche sulla salute umana. Uno studio pubblicato sulla rivista "Science" ha calcolato un danno che va da 3,7 a 53 miliardi di dollari l'anno, con una media intorno ai 22,9 miliardi di dollari.

E come è mai possibile  che ci sia una connessione tra il deserto del Sahara e la foresta amazzonica, due mondi così lontani e così diversi? Come è possibile che il Sahara, un deserto, nutra la verde e rigogliosa Amazzonia? Eppure uno studio della NASA ha evidenziato che questo veramente si verifica. Grazie alle osservazioni ambientali del satellite Calipso, gestito dall'agenzia spaziale statunitense e francese, si è rilevato che una quantità ingentissima di sabbia ricca di ferro e di  fosforo sollevata dal vento nel Sahara raggiunge ogni anno il suolo dell'Amazzonia.  Il fosforo, come è noto,  è un nutriente fondamentale per la crescita delle piante ed è un elemento che scarseggia invece nella foresta amazzonica, a causa delle abbondanti piogge. La sabbia del Sahara, trasportata dagli alisei a ovest dell'Atlantico,  in gran parte ricade in mare, dove fornisce ferro vitale per far fiorire il fitoplancton, ma si stima che ben 27 milioni di tonnellate raggiungano il Sud America e in particolare l'Amazzonia, fornendo il fosforo che contribuisce a rendere rigogliosa e piena di vita la più grande foresta pluviale del mondo. Insomma, incredibile a dirsi, senza il deserto del Sahara non avremmo il polmone verde che rifornisce di ossigeno il pianeta Terra.

Siamo veramente inseriti in un meccanismo perfetto dove, come in una enorme ragnatela, tutto è così collegato a tutto, che sembra avvalorare quanto affermava il matematico e meteorologo Edward Lorenz, apparentemente in maniera paradossale: "Un battito d'ali di un farfalla in Brasile potrebbe causare un tornado nel Texas!".

Gianni Giuliari - Redattore di Gerico.Info

L'uomo che si ostina a piantare alberi

LA SFIDA DI GIANCARLO, 86 ANNI

In questi giorni un bel video è stato condiviso sui media. Racconta di un bosco a poca distanza da Parma, un bosco giovane, bambino. Un bosco che sembra una promessa, una sfida, una profezia. Non si tratta di bosco naturale, ma del frutto della volontà di un uomo. Giancarlo, ottantasei anni, compra ettari di terreno edificabile e vi pianta alberi. O forse già li possiede, questi terreni. E comunque alla fine è la stessa cosa. Se possedeva questa terra ad un certo punto si è posto il problema di come utilizzarla. Poteva guadagnarci sopra prendendo la strada dell’investimento immobiliare. E invece ha scelto un’altra strada.  

Come dice lui: “Seguendo l’insegnamento dell’architetto Scarpa, se dovete scegliere tra un albero e una casa, scegliete l’albero”.

Sembra di rivivere la bellissima storia de L’uomo che piantava alberi, il personaggio inventato dallo scrittore italo francese Jean Giono che, nella prima metà del secolo scorso riforestò da solo un’arida vallata ai piedi delle Alpi, in Provenza.

Consiglio e condivido questo video che parla di speranza, di gioia, di vita, della possibilità di una vita alternativa. Un video che ci dice che il mondo non è perduto. Non è perduto se continuano ad esistere personaggi come questi: come il personaggio inventato da Jean Giono per la sua favola (e che comunque ha anche un ispiratore in un contadino croato che sull’isola di Lussino piantò tutti gli alberi che ancora è possibile ammirare) e come l’agricoltore ottantaseienne di Parma.

Il pastore Elzeard Bouffier della storia di Jean Giono è solo un personaggio allegorico anche se molti leggono il suo libro come fosse il racconto di un’esperienza realmente accaduta. No! L’uomo che piantava alberi è una metafora, una favola, un’invenzione. Ma è appunto questo a renderlo ancora più importante, più universale, rappresentativo di tutto un modo di intendere la vita e il rapporto con la natura. La storia di Jean Giono è inventata ma di personaggi rappresentati dal pastore Elzeard Bouffier ne esistono in giro per il mondo. Uno di questi è Giancarlo di Parma.

Il video ci mette di fronte al fatto che questa metafora del piantare alberi può diventare realtà. Ed è importante condividerlo proprio per questo: per vedere che il sogno, la favola, il paradiso, non sono per nulla delle astrazioni irreali e impossibili.  

Guardando il video comprendiamo che l’uomo che piantava alberi esiste veramente. Ha un nome e un indirizzo. Colpisce il fatto che Giancarlo non è affatto un eremita, un profeta solitario e magari un po’ provocatore e inascoltato. Al contrario si tratta di una persona ben radicata nella rete delle relazioni familiari e sociali. Lui ha cominciato nel 2004 a piantare alberi, ripensando a quanto aveva fatto anche suo padre nel secolo scorso. Il suo lavoro ha fatto scuola. Ha aperto una strada. A continuare la sua opera e a portarla avanti attualmente assieme a lui c’è il figlio quarantenne o cinquantenne. E assieme a lui altri amici e compagni che condividono lo stesso ideale e lo stesso progetto. Più di undicimila alberi sono stati piantati nel giro di qualche anno. Piante autoctone che hanno permesso il ritorno di varie specie animali. E tutto questo a otto chilometri da Parma, a qualche centinaio di metri dalla trafficata via Emilia. Nel video si dice che quel luogo, un vero angolo di paradiso in mezzo alla cementificazione e allo smog, è diventato già luogo di riferimento per scuole, bambini e famiglie. Pensiamo un po’: se si fosse seguito la logica del mercato al suo posto ci sarebbe un ennesimo agglomerato urbano.

Mi viene in mente il profeta Geremia che alla vigilia dell’invasione di Gerusalemme da parte dell’Assiria compera un terreno e vi pianta un albero. Oppure al significato che ha per gli ebrei il gesto di piantare un albero.

L’albero è vita. Chi ama una pianta ama la vita. Chi pianta un albero fa un regalo a tutta l’umanità, soprattutto all’umanità che verrà dopo di noi. Alla sua età Giancarlo può vedere solo gli alberi piccini. Saranno i nipoti a godere appieno della loro ombra.

Giancarlo e quelli come lui potrebbero essere chiamati i custodi della casa comune, l’ambiente senza il quale la vita, in ogni sua forma, non saprebbe possibile e pensabile.

“Meglio un albero che una casa”. Meglio scommettere di piantare un bosco su un terreno su cui i piani regolatori avevano previsto case e fabbricati.

Anche se rende di meno in termini economici, anzi anche se non rende affatto nel presente. Ma bisogna che ci mettiamo in mente che esiste un rendimento differente dal denaro, il quale non si è mai dato cura di salvaguardare il creato o di lasciare un futuro migliore a chi viene dopo. E non è detto da nessuna parte che le scelte economiche migliori siano sempre quelle che fanno guadagnare di più in termini monetari. La parola economia, in fondo, ha a che vedere con la cura della casa più che con gli investimenti e l’accumulo di soldi.

                                                                          

Stefano Costa - Redattore di Gerico.Info

Il senso del limite

C'E' UN GRANDE PRATO VERDE

Di fronte alle ultime palazzine del quartiere Gardenia a Caldiero si stende un enorme campo incolto. Senza recinzioni, costeggiato da qualche raro esemplare di gelso lungo il viale che delimita gli ultimi nuclei abitativi costruiti mi son sempre domandato quale fosse la sua funzione, a chi appartenesse. Da qualche tempo ha trovato finalmente una collocazione nella mia testa. Ho saputo che si tratta di un possedimento appartenente al patrimonio della Fondazione Opera Pia da Prato,

gli ultimi rappresentanti della casa nobiliare dei conti da Prato che hanno riunito la totalità dei loro beni, almeno quelli situati nel territorio del nostro comune, in un’unica fondazione a scopi sociali ed assistenziali. Oltre alla Casa di Riposo vi sono anche diversi terreni.: terreni agricoli e terreni trasformati, negli ultimi tempi, in lotti edificabili, su alcuni dei quali sono già state realizzate delle villette e delle piccole palazzine.

Ma veniamo al nostro terreno situato in viale della Libertà. Non è terreno adibito a colture agricole specializzate: non vi è né vigneto né frutteto. I campi collocati al suo lato est, per capirsi, sono coltivati a frutteti di mele. Di anno in anno, di stagione in stagione, si alternano le semplici colture del frumento, del granoturco o del fieno. Colture che richiedono, specie ai nostri giorni, poco lavoro e poca manodopera, assieme, ovviamente, ad un resa economica  abbastanza limitata.

Il meleto situato al suo fianco è già stato trasformato, in parte, in zona urbana. Vi è sorta una schiera di una quindicina di abitazioni familiari con un piccolo parco giochi. E si tratta di una prima trance, di una prima ala di un prossimo nucleo abitativo. Il progetto prevedeva la costruzione di un’altra schiera di case, proprio in prossimità del terreno incolto. Dieci anni fa tutto è stato bloccato. La crisi ha obbligato a cambiare i programmi. Lo scoppio della bolla edilizia ha reso impossibile non solo l’apertura di nuovi cantieri, ma addirittura la prosecuzione dei lavori in quelli che già si trovavano aperti.

Il campo della Opera Pia da Prato è situato tra i quartieri Gardenia e Bambare, a Nord, e la bassa di Caldiero, a Sud, dove sorge il cimitero e il borgo dei Lavandari.

Si tratta, come per quanto riguarda i campi di meleto al suo fianco, di terreno edificabile, su cui si potrebbero aprire cantieri per permettere al paese di espandersi ancor di più. Chi è abituato a pensare al futuro in termini di affari e di investimenti sa già che su questa terra dovrebbero essere costruite le abitazioni del futuro prossimo del comune di Caldiero. Affari, investimenti e soldi! Il mattone è sempre stato la molla, il simbolo della volontà insaziabile di arricchimento dell’essere umano.  

Grazie al cielo una mano provvidenziale ha provveduto a ridimensionare questi pensieri. La crisi se, vogliamo, è un segno – divino o meno – che ci invita a non pensare la storia e il territorio solo in termini di voracità e di rapina. Per chi sarebbero state quelle case poi? Che senso ha continuare a costruire in un paese a crescita demografica zero? Un paese che ha smarrito da decenni il senso e la prospettiva del futuro, in cui le migliori forze giovanili si sentono costrette ad emigrare all’estero e in cui un governo xenofobo e privo di senso della storia fa di tutto per impedire a forze giovani e dinamiche provenienti, a loro volta, dal sud del mondo di trovare tra noi una propria forma di integrazione? E poi perché uno dei comuni che ha l’estensione territoriale più ridotta di tutta la provincia, quale è Caldiero, dovrebbe ancora crescere dal punto di vista dell’urbanizzazione?

Insomma il buon senso ci spinge a sperare che, almeno per qualche decina d’anni, questo terreno possa rimanere libero dalle maglie dell’urbanizzazione e della cementificazione.

È uno dei tanti segni che il nostro paese dovrebbe finalmente apprendere il valore e il senso del limite. E chi lo governa cosa aspetta a farsi carico di questa esigenza? Se solo avessimo alla nostra guida persone capaci di guardare al futuro e non agli interessi elettorali. Perché parlare di limite? Non passa giorno, settimana in cui non succedano disastri naturali di ogni tipo causati da incuria e da mancanza di rispetto per i ritmi naturali dell’ambiente, ma anche grandi opere, ponti avveniristici, che crollano al suolo solamente dopo quarant’anni di vita, dovrebbero insegnarci a smettere di pensare in termini di espansione e di crescita. La natura sembra ci si stia rivoltando contro. E non perché lei sia cattiva, imprevedibile, capricciosa. Il problema è che l’ambiente in cui viviamo è stato saturato da tempo in ogni suo aspetto dalla nostra ingombrante presenza di umani. Abbiamo usato e abusato in ogni modo della casa comune, della Madre Terra, come se esistessimo solo noi e senza avere alcuna forma di rispetto nei suoi confronti.

È ora di dire un basta! Basta alla crescita ad ogni costo!

La priorità, per lo meno da noi, non è assolutamente più lo sviluppo ma la gestione di quanto esiste. In termini di manutenzione, perché quello che abbiamo costruito per star meglio può diventare un pericolo se non è oggetto di continua e intelligente manutenzione, ma anche in termini di rimedio, di riequilibrio, in un certo senso di riconciliazione con un territorio con cui ci siamo comportati stoltamente da predoni. Senza renderci conto che distruggendo il territorio creavamo la premesse per la distruzione della nostra stessa vita.

                                                            
Stefano Costa - Redattore di Gerico.Info



Tiberghien: Consiglio straordinario in Settima Circoscrizione

PERCHE' SUL TIBERGHIEN NON CALI IL SILENZIO

 

LUNEDI' 19 NOVEMBRE ALLE ORE 20.30

CONSIGLIO STRAORDINARIO DELLA SETTIMA CIRCOSCRIZIONE

ODG:

--COMUNICAZIONI DEL PRESIDENTE

--AUDIZIONI DI ASSOCIAZIONI E COMITATI CITTADINI INTERESSATI ALLA FORMULAZIONE DI PROPOSTE PER GLI INTERVENTI NELL'AREA EX-TIBERGHIEN

--ESPRESSIONE DI UN DOCUMENTO DI INTENTI DEL CONSIGLIO

A tre settimane dall'incontro con l'Assessore Segala con delega alla pianificazione Urbanistica e la Commissione competente del Comune di Veronanessun Consiglio di Circoscrizione era stato finora convocato sullo spinoso argomento del Tiberghien, né alcuna apertura di dialogo con i cittadini e le cittadine impegnate sul territorio sul tema era stata avviata dalla maggioranza allargata che sostiene l'attuale Presidente a San Michele.

Eppure questa era stata la sollecitazione dell'Assessore, eppure, visto l'interesse che suscita l'argomento nei quartieri con proposte interessanti che vengono "dal basso", nel nostro caso supportate dalla raccolta di 1322 firme, pareva una naturale conseguenza da parte di un ente che proprio nel territorio dovrebbe individuare i propri riferimenti.

Eppure il tempo stringe, visto che l'iter amministrativo sta arrivando a conclusione, eppure diversi capigruppo in consiglio comunale, di maggioranza e opposizione, ci hanno espresso sostegno e stima per l'attività, non solo sul Tiberghien, che stiamo svolgendo come Associazione.

Così, alcuni Consiglieri, di diverse parti politiche, di loro "sponte", hanno ritenuto fosse venuto il tempo di parlare ed essere ascoltati ed hanno raccolto le firme per convocare il Consiglio a termini di regolamento. Solo loro ci hanno informati, perché ad oggi, sabato 17 novembre, nessun invito formale o informale ci è pervenuto dagli organismi competenti. E in questo caso non si tratta di politica, o di simpatia/antipatia ma di pura educazione istituzionale.

L'impressione è che una parte della politica locale interpreti la delega che i cittadini hanno loro fornito con il voto come una sorta di consegna delle chiavi di casa, le quali verranno restituite a fine mandato, ma noi vi abbiamo dato il compito di amministrare la nostra casa comune, non di occuparla!

Per alcuni/e l'idea che possano esservi una o più associazioni e comitati che esprimano una sollecitazione sul futuro dell'aria che respirano, dei propri spazi vitali, della loro economia locale, del comune passato, è ritenuta una sorta di presunzione alla siciliana, un'invasione di campo, per questo ci vediamo costretti a fare noi pubblicità, a spese personali, ad un Consiglio che non abbiamo convocato, per questo si tenta di far passare questo evento sotto adeguato silenzio!

Fa sorridere il tabellone in piazza del Popolo a San Michele che, mentre spende una cinquantina di parole sulla Verza Michelina, che ha tutta la nostra stima culinaria, informa sbrigativamente che lunedì c'è un Consiglio Circoscrizionale, ma non si trova traccia dell'argomento, per non parlare del sito della Settima dove l'informazione è a prova di Sherlock Holmes.

Silenziare, disarticolare, isolare? No, dialogare... Oggi occorre un po' di umiltà da parte di tutti/e, mettere da parte antiche rivalità da strapaese e presentarsi uniti/e davanti al Consiglio Comunale, con una proposta condivisa.

Saremo capaci di farlo?


Associazione "Azione Comunitaria"