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Venezuela, il paradiso perduto

CRONACA DI UNA GIORNATA NORMALE A CARACAS

In questi giorni tribolati per il Venezuela riproponiamo l'articolo  pubblicato  due anni fa  quando ancora, come ha scritto  Vittorio Feltri su Libero, cinque italiani su dieci un italiano su due non sapevano nemmeno collocare il paese latino-americano sulla cartina geografica.

Sono privilegiata.
 Si, sono privilegiata perché sto scrivendo al  mio computer invece di essere per strada a battagliare con la realtà, come lo fa la maggior parte degli abitanti in Venezuela oggigiorno.

Quella realtà che sta fuori dalle mura di casa mia e sulla quale mi imbatto ogni volta che esco. Ogni volta mi meraviglio, mi stupisco, mi rattristo, piango, talvolta sorrido.  Abito in una delle più belle zone di Caracas, collinare, verde, fresca, un piccolo paradiso con decine di specie volatili multicolori. Fuori dalla recinzione di protezione, il paradiso rimane solo nel verde della rigogliosa vegetazione. C’ è sempre il pericolo in agguato. Dopo le 6 di sera vige praticamente il coprifuoco, e la zona è transitata dai pochi che non possono farne a meno. Il pericolo vero ha superato la percezione. Lo Stato è pressoché assente e la polizia locale ha paura di difendere il cittadino. Ci proteggiamo con i nostri propri mezzi.

Stamattina l’alba ci ha svegliato con la notizia che hanno rapinato una famiglia in piena notte, vicini di zona. L’abitazione di una nota cantante. Lei e la famiglia legati, imbavagliati e maltrattati psicologicamente. Si sono portati via tutto quello che hanno potuto stipare sulla macchina dei derubati. Fattaccio quotidiano. “Meno male che non li hanno ammazzati”, pensiamo. Ma ieri è successo di molto peggio, una banda di ragazzini dai 6 ai 10 anni ha ammazzato a coltellate due guardias nacionales. Bambini che dovrebbero stare sui banchi di scuola…

Comunque, la realtà si deve affrontare e raccomandandoci a Dio (usanza molto sudamericana) usciamo di casa. Mio marito mi chiede di accompagnarlo a fare una commissione in una zona popolare lontana da dove abitiamo.  Dalla finestra oscurata della camionetta tipo pick-up, osservo la confusione: traffico disordinato, sporcizia, case fatiscenti, cani randagi, anziani abbandonati e sporchi, macchine ed autobus vecchi che sputano gas, e tanta, tanta gente in code interminabili qua e là, sopportando il tempo e l’aria fetida. Code di gente che si moltiplicano in qualsiasi punto della città.  Persone che sperano di trovare prodotti ad un prezzo ragionevole o una “borsa governativa” che contiene riso, pasta, fagioli, e con un po' di fortuna un pollo o un pezzo di carne. Gente rassegnata, in fondo come me.

Ci immettiamo in una strada trafficata e ci sorprende un punto di controllo. Due soldati armati di FAL (fucile automatico leggero) e dall’aria poco rassicurante, ammoniscono di fermarci. Vogliono sapere che cosa portiamo dietro. “Nulla” rispondiamo e ci guardiamo stupiti. Un incontro così lo si aspetta in un posto desolato, in una frontiera, ma non in piena città! Continuiamo tra viuzze strette da casette disordinate e fortificate con alti muri e filo spinato o elettrificato (è un modo regnante ovunque si vada per proteggersi dalla dilagante criminalità) e mentre ci avviciniamo al posto che cercavamo, osservo altri soldati armati camminare lungo i marciapiedi con la gente che sembra noncurante e mi chiedo: ma che cosa ci fanno qui? Proteggono la gente dai delinquenti che agiscono sotto il sole? o dai tafferugli che si presentano sovente nelle code di povera gente in cerca di cibo? Forse per entrambe le ragioni, ma penso pure che incutono paura e timore, un timore paralizzante che intacca la psiche e frena la coscienza di chiunque.

Riusciamo a concludere a metà la nostra commissione.  Raramente si trova quel che si cerca, c’è sempre qualcosa che manca. Torniamo a casa. Transitiamo per un'altra zona. C’è pane in giro. Lo si vede nei sacchetti di plastica trasparente che la gente porta a penzoloni. Ma il pane è diventato una rarità, non c’è per tutti.

Torniamo a casa.  Alla radio e tv inizia il consueto programma a reti unificate. Distruzione della libera coscienza. Ore di propaganda politica, elogi alle bontà del governo, odio al nemico estero ed interno e costruzione di nuove, false e pericolose menzogne da seguire.

Nel primo pomeriggio esco per fare una copia di chiavi. Il parcheggio è aumentato del 40% da un giorno all’ altro. Mentre aspetto le copie, osservo attentamente una serie di piccoli portachiavi di plastica con la bandiera venezuelana a sette stelle e nella scritta si legge “Venezuela”. Continuo a fissarli. Sono illegali, credo. Dal 2006, il Venezuela si chiama “República Bolivariana de Venezuela” e la bandiera ha 8 non 7 stelle. Cambi decretati dal defunto Chavez come parte del suo piano machiavellico di modificare il percorso storico del paese. 

Non voglio rimanere zitta ed incalzo sorridente il paio di ragazzi, forse sulla trentina, che stanno dietro il bancone ricordando loro che stanno vendendo oggetti “illegali”. Non posso dimenticare i loro volti: smarriti e contemporaneamente stupiti dalla mia battuta. Credo che non mi abbiano capito… o forse non lo hanno voluto fare. Spero nella seconda ipotesi ma mi assilla il pensiero che ci sia una ignoranza dilagante e dannosa per il paese. L’ ignoranza di un popolo che è sottomesso dal compito quotidiano dell’agire sull’ immediato con la conseguenza di dimenticare non soltanto il presente vissuto con molte difficoltà ma anche la sua storia.   Anni prima avrei pensato magari che questi ragazzi non fossero stati venezuelani ma immigrati peruviani o colombiani in cerca di benessere. Ora non più. Le cifre si sono capovolte ed il venezuelano emigra: educato o no, benestante o meno, scappa.

Arrivo al supermercato. C’è troppa gente alle porte e decido di fare la coda delle persone della terza età: la donna in Venezuela è considerata di terza età dai 55 anni, l’uomo dai 60. Ne ho 57. Il tizio che controlla mi ferma perché crede che il privilegio concesso alla terza età sia per la donna a 60 anni. Segue un breve battibecco, mi sento umiliata ma mi fa passare. Altra ignoranza. Ma questa è arrogante, quest’uomo ha bisogno di esercitare la sua “quota di potere”: entra chi vuole lui al supermercato. E quest’ esperienza si ripete in molti altri posti: il controllo è ovunque.

Le cipolle sono aumentate del 100% in quindici giorni. Mi avvicino al bancone del formaggio, sempre più caro, per chiederne un po', e saluto con un “buongiorno”. Nessuna risposta. Dietro il bancone e davanti a me ci sono 4 dipendenti del super in rilassata conversazione tra di loro. Il ragazzo mi nota ma fa orecchie da mercante, e prosegue la conversazione sullo smalto che una delle ragazze si sta applicando sulle unghie di una mano. Passa un minuto, e pronuncio un altro sonoro “buongiorno”. Nessuno si volta. Rimango ad aspettare. Finalmente una mi sbircia e chiede che cosa voglio. Questa situazione mi deprime.

Prima di Chavez la svogliatezza caraibica poteva essere una caratteristica folclorica di un popolo solare, dopo di Chavez questa noncuranza “dell’altro” la interpreto come esempio di inutile fatalismo. Penseranno: “ma perché devo lavorare? Per questa gente che viene a comperare quello che io non posso? Si alzino loro, alle 4 del mattino, come devo fare io per racimolare un misero stipendio che non serve a nulla! Preferisco prendere le cose con calma e poi si vedrà”. Oppure, aggiungo: questo atteggiamento è una conseguenza diretta di un populismo che ha indotto molta gente a non produrre perché ci pensava l’oro nero.

Torno a casa. In macchina, accendo la radio e la notizia è la spaventosa diserzione di studenti e professori dalle migliori università pubbliche e private del paese. È la “ciliegina sulla torta” che manca per completare la distruzione del paese sconvolto già da una delle peggiori inflazioni del mondo.

Siccome durante la mattinata ho vissuto troppi, piccoli momenti che mi rattristano, decido di camminare un po' dentro il recinto protetto della mia urbanizzazione. Incontro i 5 cani randagi che abbiamo adottato gran parte dei vicini, mi riconoscono, mi seguono, fanno le feste. Hanno fame pure loro. Omero, quello più grande avvista un gatto e lo persegue furibondo ma il felino riesce a scappare. Osservo la scena accanto a tre operai che se ne stanno seduti su un marciapiede ad aspettare qualcuno. Mi riferiscono che il cane ha inseguito un gatto ma che se fosse stato un coniglio ci avrebbero pensato loro. Questa battuta mi produce una ulteriore riflessione sul carattere del paese. Il venezuelano, povero o ricco che fosse, per tradizione rispettava il coniglio come una mascotte e non si sarebbe mai immaginato di mangiarlo. Non ne aveva bisogno!

Ecco, fra le tante cose che sono cambiate in peggio, i 18 anni di rivoluzione chavista hanno contribuito a cambiare anche le abitudini alimentari.  Dopo qualche minuto sento uno degli operai proferire: “andiamocene da qui, non ci danno né una arepita, né un juguito, niente! Ci odiano”. Sicuramente la persona che stavano aspettando non è arrivata e hanno voluto fare una battuta. E fin qui niente di grave. Ma le loro parole dette apposta perché io le ascoltassi incutono paura e timore. Quelle parole sono impigliate nei fili della rete che sostiene la divisione tra le classi sociali che Chavez avrebbe voluto “eliminare” ma che lui e Maduro, il suo degno successore, sono riusciti soltanto a rendere più evidenti.  Ci sono più poveri ogni giorno, anzi miserabili, una classe media sensibilmente assottigliata e molti nuovi ricchi frutto della corruzione più che della produzione.

Oramai si avvicina la sera e rincaso.  Penso che la mia giornata si è conclusa bene dopotutto perché appartengo ancora al gruppo dei “fortunati”. Fuori, c’è una realtà molto più complessa. La sera scende su un paese in crisi, con un’economia in ginocchio, con famiglie divise perché emigrate e sparse per il mondo, con decine di morti per delinquenza ogni settimana, con persone che si addormentano senza aver mangiato e bambini che muoiono di malnutrizione. Eppure c’è ancora uno strano benessere in alcuni settori ma che, purtroppo per molti, ha un sentore di ricchezza malfatta; tolto ovviamente qualche onesto tentativo portato avanti da chi, tuttavia, crede in un futuro diverso per il paese.

Ricordo il Venezuela della mia gioventù. Un paese prospero, allegro, vitale e soprattutto un paese democratico dove c’era spazio per tutti. Un paese che offriva opportunità di inserimento e crescita per chiunque. Ricordo come il Venezuela sia stata culla per tanti immigrati accolti a braccia aperte per contribuire al suo sviluppo. Tanta gente, tra la quale i miei genitori. Mi consolo pensando che Caracas non rappresenta tutto il paese; è soltanto una grande, caotica città … forse nell’ interno si sta meglio…forse.                   

Osservo una stella nel cielo limpido. Sarà un presagio? Quella stessa stella la stiamo vedendo in molti, ognuno da una diversa angolatura, ma la guarda anche un popolo che, malgrado la fame, la paura e la diffidenza, può risvegliarsi.

 

Giancarla Marchi - Caracas (Venezuela)


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