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Olive "pericolose" in Palestina

RACCOLTI IMPUNEMENTE DISTRUTTI DA COLONI ISRAELIANI

 Ottobre tempo di riorganizzazione per la presenza di Operazione Colomba in Palestina.

Tutti i volontari sono rientrati i primi del mese in Italia dove, con l'aiuto della segreteria di Rimini, dell'equipe e di alcune persone che sono passate nel progetto durante gli anni, si sta facendo un momento di verifica generale.
Da una parte è fondamentale ridefinire gli obiettivi e le modalità della presenza, dall’altra si sta iniziando a pensare ad una Operazione Colomba in Palestina non più solo sulle colline a sud di Hebron.
Dopo aver compiuto una serie di visite e vari accompagnamenti nell’area di Nablus (dove l’anno scorso abbiamo accompagnato la raccolta delle olive), nel distretto di Ramallah e nella Valle del Giordano, siamo pronti per far un grande passo, che stiamo preparando da più di due anni.
Il tentativo è quello di iniziare accompagnamenti sistematici anche nel distretto di Ramallah e nella Valle del Giordano, in alcuni luoghi e villaggi già individuati.
Un passo importante, non facile che ha posto l'esigenza di fermarsi, riorganizzarsi per ripartire in maniera ancora più forte e determinata. Rientro e riapertura previsti per novembre.

Ottobre è periodo di raccolta delle olive in Palestina, momento atteso e prezioso per la possibile fonte di reddito che ne deriva.  Interi clan famigliari si riuniscono. Purtroppo anche quest'anno molti palestinesi non hanno potuto raccogliere le proprie olive.
Tutti sanno che i coloni tagliano gli ulivi palestinesi. Ma ad Israele non interessa. Gli israeliani che vengono da un vicino avamposto nel nord della Cisgiordania danneggiano gli alberi, rubano le olive e lanciano pietre, eppure gli abitanti dei villaggi palestinesi dicono che coinvolgere la polizia è uno spreco di tempo.

In un video girato in zona palestinese nelle prime settimane di ottobre si vedono due giovani, almeno uno dei quali è un minore, che stanno tenendo un grande telone. Il più piccolo dei due sta reggendo un bastone e colpendo un albero, ma piuttosto che staccare le olive, i colpi spezzano i rami dell’albero.
Gli ulivi nel villaggio palestinese di Burin nel nord della Cisgiordania non appartengono a questi giovani, e nessuno ha dato loro il permesso di raccogliere olive in questo uliveto ad ovest del checkpoint di Hawara. Sono ebrei senza possibilità di errore. I loro zucchetti bianchi, i riccioli laterali e le rituali frange tzitzit lo rendono chiaro.
Ad un residente di Burin che ha voluto essere identificato solo come N. è stato chiesto di filmare ciò che stava accadendo. È riuscito a raggiungere la scena circa 20 minuti dopo. Ha chiamato la polizia, e durante il tempo del suo arrivo, da 15 a 20 minuti più tardi, era riuscito a filmare i giovani che colpivano tre alberi.
Quando gli intrusi hanno visto un veicolo della polizia, sono fuggiti. Tre sacchi di olive sarebbero stati trovati più tardi dalla polizia in una delle due case abbandonate nell’uliveto, una delle quali appartiene al proprietario dell’uliveto. La seconda casa appartiene ad una famiglia di Nablus che gli ebrei hanno sfrattato, buttando fuori tutti i loro mobili ed averi, all’inizio della seconda Intifada, circa due decenni fa, ha detto N. Quella famiglia non è mai ritornata a vivere là.
Le due case e le centinaia di dunam di terra di proprietà privata intorno ad esse sono considerate una zona così pericolosa che i palestinesi hanno bisogno di coordinarsi con l’esercito israeliano per entrarvi. Il permesso è assicurato solo due o tre volte l’anno. Perché è pericolosa? Perché l’area è anche una sorgente che era stata usata per irrigare gli uliveti di Burin per anni. Gli israeliani l’hanno trasformata in un bagno rituale religioso e in un luogo di tempo libero.
È anche vicina all’insediamento ebraico di Har Bracha e all’avamposto non autorizzato di Givat Ronen. Per evitare “frizione”, le autorità israeliane proibiscono ai proprietari di terra palestinesi di accedervi.
I poliziotti infine hanno trovato i giovani con le frange rituali sotto un grande albero. N. ha visto che venivano portati via nella macchina della polizia. Quando è arrivato il proprietario dell’uliveto, ha scoperto che altri alberi erano stati colpiti nello stesso modo, apparentemente due o tre giorni prima, e che una considerevole porzione delle olive non c’era più.
L’ufficio del portavoce per il distretto di Cisgiordania della polizia israeliana ha rilasciato la seguente dichiarazione sul caso: “Grazie alla decisiva azione della polizia israeliana, tre giovani sospetti sono stati arrestati per sospetto furto agricolo e offese a sfondo razziale. L’indagine è tuttora in corso, E quando sarà conclusa, il caso sarà trasferito per una revisione e una decisione da parte dell’Ufficio del Procuratore dello Stato”.
A N. è stato chiesto di andare alla stazione di polizia all’insediamento di Ariel in Cisgiordania per fornire un racconto dell’incidente. “Non all’interno, ma fuori dal cancello orientale dell’insediamento”, ha detto, aggiungendo che il poliziotto ha usato l’esterno del suo cruiser come scrivania per scrivere il racconto di N. N. non ricorda il numero di volte in cui ha riferito alla polizia incidenti simili nel suo villaggio. Ma i reclami degli abitanti non hanno mai avuto come risultato accuse di crimini o condanne che potrebbero scoraggiare altri.
Secondo numeri delle Nazioni Unite e informazioni fornite da N., il recente furto di olive era uno dei 48 atti di violenza e vandalismo da parte di civili israeliani nel solo Burin negli ultimi tre anni. Ci sono stati sei attacchi nel 2016; 18 nel 2017 e 24 ad oggi quest’anno anno. La natura degli incidenti è varia: raid da parte di civili accompagnati da soldati che hanno fornito loro copertura; lancio di pietre alle persone, compresi i pastori, e ai frutteti; il furto di olive; alberi che sono stati buttati giù o danneggiati; e attacchi sugli agricoltori al lavoro.

Yesh Din ha documentato 275 attacchi contro questi sei villaggi tra il 2008 e il 2018 che sono stati presumibilmente commessi da cittadini israeliani. Ci sono altri casi simili in quest’area, ma questi sono i soli che Yesh Din ha documentato. In 167 di questi casi, le vittime palestinesi hanno presentato reclami alla polizia. A maggio di quest’anno, 152 reclami sono stati esaminati. Solo 5 (il 3 per cento) sono finiti con un’incriminazione, mentre 117 (il 77 per cento ) sono stati chiusi perché il perpetratore non è stato identificato. Altri 22 casi (il 14 per cento) sono stati chiusi per insufficienza di prove.
Queste statistiche e il tasso di impunità sono simili ai dati sui crimini contro i palestinesi per l’intera Cisgiordania. Nel solo ottobre, le organizzazioni israeliane B’Tselem e Yesh Din hanno documentato 12 casi di attacchi su raccoglitori di olive o di danni ad alberi presumibilmente commessi da israeliani nella Cisgiordania centrale.

Fonte: Operazione Colomba

Curatore: Floriano
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