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Israele, dove l'illegalità si chiama legge

PROVVEDIMENTI CONTRO I PALESTINESI


Il mese di dicembre si era aperto con un aumento della tensione nei Territori Occupati Palestinesi: prima l’uccisione di un giovane palestinese a Tulkarem, area di Nablus; poi l’omicidio di due soldati israeliani a cui sono seguite altre 4 vittime palestinesi (sospettate di aver tolto la vita ai due soldati) e la chiusura da parte dell’esercito israeliano degli accessi di entrata per le grandi città di Ramallah e Nablus.

Sul piano politico e internazionale quattro eventi sono stati significativi: il 15 dicembre Scott Morrison, primo Ministro australiano ha annunciato che il suo Governo prenderà in seria considerazione il trasferimento dell’ambasciata australiana da Tel Aviv a Gerusalemme.
Anche a seguito della rinuncia di Lieberman alla carica di Ministro della Difesa, il 24 dicembre il capo della coalizione governativa israeliana ha deciso di sciogliere la Knesset (Parlamento) e tenere elezioni anticipate il 9 aprile, cioè sette mesi prima dalla data prevista.

In ultimo, due nuovi disegni di legge presentati alla Knesset meritano menzione: il primo inerente la legalizzazione degli avamposti e delle colonie e il secondo riguardante la deportazione delle famiglie di palestinesi rei di atti contro israeliani.
Il 16 dicembre la Knesset ha votato a favore del primo provvedimento citato, secondo cui lo Stato avrà due anni di tempo per decidere se legalizzare più di 60 tra avamposti e colonie. In questo lasso di tempo verranno sospese le demolizioni degli stessi, riconoscendo così l’obbligo per lo Stato a fornire beni e servizi alle colonie e avamposti.
Il secondo provvedimento, votato il 19 dicembre, riguarda l’espulsione delle famiglie dei palestinesi coinvolti in attacchi contro israeliani dalle loro città d’origine verso altre aree della Cisgiordania.

La riapertura della presenza in Palestina vede una nuova organizzazione del lavoro sul campo: i volontari hanno iniziato a svolgere le loro attività non solo nelle a sud di Hebron, ma anche in ulteriori aree della Cisgiordania, in particolare a nord, nell’area di Salfit. Si tratta di una porzione di territorio palestinese in area C, compreso tra la Green Line e la barriera di separazione con Israele. Molti Palestinesi possiedono terre destinate all’agricoltura nella cosiddetta Seam Zone ma possono accedervi solo attraverso varchi controllati dall’esercito israeliano. I volontari di Operazione Colomba hanno così iniziato a monitorare il gate Magen Dan 620 nella città di Az-Zawiya. Infatti, una cinquantina di lavoratori ogni giorno devono attraversare il gate per poter lavorare in Israele e, in alcuni casi, per raggiungere le proprie terre. In alcuni casi son dovuti intervenire per chiamare l’esercito e chiedere di far passare le persone. I volontari hanno svolto attività anche in Jordan Valley con i Ta’ayush (attivisti israeliani), in particolare a Ressas e Samra, con accompagnamenti a pastori e visite alle famiglie della zona. Per quanto riguarda le Colline a sud di Hebron il mese di dicembre si è aperto con lo sgombero e la demolizione della scuola di Simya. È proseguito poi con la distruzione di circa 200 ulivi.

Si registra anche un’intensificazione delle attività di espansione dei coloni di Havat Ma’on che hanno arato terre di proprietà palestinese.
Per quanto riguarda l’attività di School Patrol, si sono verificati molteplici ritardi della scorta militare. Questo fatto ha esposto i bambini al rischio di aggressione da parte dei coloni e li ha costretti a percorrere la strada accompagnati solo dai volontari di Operazione Colomba.
Nella notte del 25 dicembre l’esercito israeliano ha svolto un raid che ha interessato i villaggi di Mufaqqara e Ar-Rakeez ed ha obbligato le famiglie del posto ad allontanarsi dalle proprie abitazioni durante le perquisizioni.
La motivazione (o la scusa) dell’azione data dal comandante è stata la ricerca di armi. La resistenza popolare nonviolenta prosegue, in particolare sono state organizzate due azioni dai ragazzi di Youth of Sumud: il 24 dicembre nel Sumud Freedom Garden di At-Tuwani è avvenuta l’accensione dell’albero in commemorazione della prigioniera Israa Al-Jaabis (nella foto) e il 29 dicembre è stata organizzata una marcia da Sarura ad At-Tuwani, che ha visto la presenza della delegazione di Assopace Palestina, sempre sotto lo sguardo di militari e coloni israeliani.

 

Fonte: Operazione Colomba

Curatore: Floriano

Operazione Colomba si riorganizza

NOVITA' IN ARRIVO

Dopo la sosta di riorganizzazione, Operazione Colomba in Palestina riapre i battenti con una modalità nuova: provare ad essere presente “non solo” nel sud della Cisgiordania, ma anche in altre aree, ascoltando e tentando di rispondere alle necessità di protezione delle persone.

Un piccolo gruppo di volontari quindi è partito all'inizio del mese per "preparare il terreno": in una affollata riunione è stata condivisa la nuova presenza con tutte le persone delle colline a sud di Hebron e attivisti israeliani.
Tutti hanno chiesto ovviamente di non lasciare completamente l'area perché risulta fondamentale l'esperienza dei volontari di Operazione Colomba in loco ma, consci della loro forza di una ventennale resistenza popolare nonviolenta, nessuno ha obiettato sull'esigenza di mettere quella stessa esperienza a servizio di chi è ancora più vulnerabile.

Il gruppo ha poi effettuato dei sopralluoghi nell'area di Salfit (villaggi in area C e in Seam Zone) e a Nord-Ovest del Governatorato di Gerusalemme (enclave di Biddu) dove potrebbero iniziare le nuove attività di accompagnamento.
Purtroppo, anche durante il mese di novembre non sono mancati episodi di violazione dei Diritti Umani ai danni della popolazione palestinese: il 5 novembre l'esercito israeliano ha consegnato ordini di demolizione per 4 case nel villaggio palestinese di Al Mufaqara e per la scuola di Khallet Atthabe, il 12 e 15 novembre son stati consegnati ordini di “stop dei lavori” per una nuova casa nel villaggio di Ar Rakeez e per una struttura nel villaggio palestinese di Al Fakheit, nelle colline a sud di Hebron.
Inoltre il 29 novembre coloni israeliani dall'avamposto di Nof Nesher hanno piantato alberi in un terreno palestinese precedentemente seminato nel villaggio di A Seefer, con lo scopo di rivendicare poi la terra.
I soldati israeliani non hanno impedito la violazione.
Sono intervenuti lo stesso giorno invece per chiudere gli accessi di diversi villaggi palestinesi per far passare una corsa di coloni israeliani.
Da Umm Al Kheir a Susiya gli abitanti palestinesi non hanno potuto muoversi liberamente per quasi tre ore.
L’arrivo del gruppo di volontari con disponibilità continuativa ha riaperto in maniera ufficiale la presenza di Operazione Colomba in Palestina.

         

Fonte: Operazione Colomba

Curatore: Floriano

"Sei bella"

GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE


Nella Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne indetta dall'Onu per sensibilizzare su un fenomeno tutt'altro che sradicato  proponiamo questa poesia di Angelo de Pascalis, da qualcuno attribuita ad Alda Merini


Sei bella.
E non per quel filo di trucco.
Sei bella per quanta vita ti è passata addosso,
per i sogni che hai dentro 
e che non conosco.

Bella per tutte le volte che toccava a te,
ma avanti il prossimo.
Per le parole spese invano
e per quelle cercate lontano.

Per ogni lacrima scesa
e per quelle nascoste di notte
al chiaro di luna complice.
Per il sorriso che provi,
le attenzioni che non trovi,
per le emozioni che senti
e la speranza che inventi.

Sei bella semplicemente, 
come un fiore raccolto in fretta,
come un dono inaspettato,
come uno sguardo rubato
o un abbraccio sentito.

Sei bella
e non importa che il mondo sappia,
sei bella davvero,
ma solo per chi ti sa guardare.

                                                                                Angelo De Pascalis

Olive "pericolose" in Palestina

RACCOLTI IMPUNEMENTE DISTRUTTI DA COLONI ISRAELIANI

 Ottobre tempo di riorganizzazione per la presenza di Operazione Colomba in Palestina.

Tutti i volontari sono rientrati i primi del mese in Italia dove, con l'aiuto della segreteria di Rimini, dell'equipe e di alcune persone che sono passate nel progetto durante gli anni, si sta facendo un momento di verifica generale.
Da una parte è fondamentale ridefinire gli obiettivi e le modalità della presenza, dall’altra si sta iniziando a pensare ad una Operazione Colomba in Palestina non più solo sulle colline a sud di Hebron.
Dopo aver compiuto una serie di visite e vari accompagnamenti nell’area di Nablus (dove l’anno scorso abbiamo accompagnato la raccolta delle olive), nel distretto di Ramallah e nella Valle del Giordano, siamo pronti per far un grande passo, che stiamo preparando da più di due anni.
Il tentativo è quello di iniziare accompagnamenti sistematici anche nel distretto di Ramallah e nella Valle del Giordano, in alcuni luoghi e villaggi già individuati.
Un passo importante, non facile che ha posto l'esigenza di fermarsi, riorganizzarsi per ripartire in maniera ancora più forte e determinata. Rientro e riapertura previsti per novembre.

Ottobre è periodo di raccolta delle olive in Palestina, momento atteso e prezioso per la possibile fonte di reddito che ne deriva.  Interi clan famigliari si riuniscono. Purtroppo anche quest'anno molti palestinesi non hanno potuto raccogliere le proprie olive.
Tutti sanno che i coloni tagliano gli ulivi palestinesi. Ma ad Israele non interessa. Gli israeliani che vengono da un vicino avamposto nel nord della Cisgiordania danneggiano gli alberi, rubano le olive e lanciano pietre, eppure gli abitanti dei villaggi palestinesi dicono che coinvolgere la polizia è uno spreco di tempo.

In un video girato in zona palestinese nelle prime settimane di ottobre si vedono due giovani, almeno uno dei quali è un minore, che stanno tenendo un grande telone. Il più piccolo dei due sta reggendo un bastone e colpendo un albero, ma piuttosto che staccare le olive, i colpi spezzano i rami dell’albero.
Gli ulivi nel villaggio palestinese di Burin nel nord della Cisgiordania non appartengono a questi giovani, e nessuno ha dato loro il permesso di raccogliere olive in questo uliveto ad ovest del checkpoint di Hawara. Sono ebrei senza possibilità di errore. I loro zucchetti bianchi, i riccioli laterali e le rituali frange tzitzit lo rendono chiaro.
Ad un residente di Burin che ha voluto essere identificato solo come N. è stato chiesto di filmare ciò che stava accadendo. È riuscito a raggiungere la scena circa 20 minuti dopo. Ha chiamato la polizia, e durante il tempo del suo arrivo, da 15 a 20 minuti più tardi, era riuscito a filmare i giovani che colpivano tre alberi.
Quando gli intrusi hanno visto un veicolo della polizia, sono fuggiti. Tre sacchi di olive sarebbero stati trovati più tardi dalla polizia in una delle due case abbandonate nell’uliveto, una delle quali appartiene al proprietario dell’uliveto. La seconda casa appartiene ad una famiglia di Nablus che gli ebrei hanno sfrattato, buttando fuori tutti i loro mobili ed averi, all’inizio della seconda Intifada, circa due decenni fa, ha detto N. Quella famiglia non è mai ritornata a vivere là.
Le due case e le centinaia di dunam di terra di proprietà privata intorno ad esse sono considerate una zona così pericolosa che i palestinesi hanno bisogno di coordinarsi con l’esercito israeliano per entrarvi. Il permesso è assicurato solo due o tre volte l’anno. Perché è pericolosa? Perché l’area è anche una sorgente che era stata usata per irrigare gli uliveti di Burin per anni. Gli israeliani l’hanno trasformata in un bagno rituale religioso e in un luogo di tempo libero.
È anche vicina all’insediamento ebraico di Har Bracha e all’avamposto non autorizzato di Givat Ronen. Per evitare “frizione”, le autorità israeliane proibiscono ai proprietari di terra palestinesi di accedervi.
I poliziotti infine hanno trovato i giovani con le frange rituali sotto un grande albero. N. ha visto che venivano portati via nella macchina della polizia. Quando è arrivato il proprietario dell’uliveto, ha scoperto che altri alberi erano stati colpiti nello stesso modo, apparentemente due o tre giorni prima, e che una considerevole porzione delle olive non c’era più.
L’ufficio del portavoce per il distretto di Cisgiordania della polizia israeliana ha rilasciato la seguente dichiarazione sul caso: “Grazie alla decisiva azione della polizia israeliana, tre giovani sospetti sono stati arrestati per sospetto furto agricolo e offese a sfondo razziale. L’indagine è tuttora in corso, E quando sarà conclusa, il caso sarà trasferito per una revisione e una decisione da parte dell’Ufficio del Procuratore dello Stato”.
A N. è stato chiesto di andare alla stazione di polizia all’insediamento di Ariel in Cisgiordania per fornire un racconto dell’incidente. “Non all’interno, ma fuori dal cancello orientale dell’insediamento”, ha detto, aggiungendo che il poliziotto ha usato l’esterno del suo cruiser come scrivania per scrivere il racconto di N. N. non ricorda il numero di volte in cui ha riferito alla polizia incidenti simili nel suo villaggio. Ma i reclami degli abitanti non hanno mai avuto come risultato accuse di crimini o condanne che potrebbero scoraggiare altri.
Secondo numeri delle Nazioni Unite e informazioni fornite da N., il recente furto di olive era uno dei 48 atti di violenza e vandalismo da parte di civili israeliani nel solo Burin negli ultimi tre anni. Ci sono stati sei attacchi nel 2016; 18 nel 2017 e 24 ad oggi quest’anno anno. La natura degli incidenti è varia: raid da parte di civili accompagnati da soldati che hanno fornito loro copertura; lancio di pietre alle persone, compresi i pastori, e ai frutteti; il furto di olive; alberi che sono stati buttati giù o danneggiati; e attacchi sugli agricoltori al lavoro.

Yesh Din ha documentato 275 attacchi contro questi sei villaggi tra il 2008 e il 2018 che sono stati presumibilmente commessi da cittadini israeliani. Ci sono altri casi simili in quest’area, ma questi sono i soli che Yesh Din ha documentato. In 167 di questi casi, le vittime palestinesi hanno presentato reclami alla polizia. A maggio di quest’anno, 152 reclami sono stati esaminati. Solo 5 (il 3 per cento) sono finiti con un’incriminazione, mentre 117 (il 77 per cento ) sono stati chiusi perché il perpetratore non è stato identificato. Altri 22 casi (il 14 per cento) sono stati chiusi per insufficienza di prove.
Queste statistiche e il tasso di impunità sono simili ai dati sui crimini contro i palestinesi per l’intera Cisgiordania. Nel solo ottobre, le organizzazioni israeliane B’Tselem e Yesh Din hanno documentato 12 casi di attacchi su raccoglitori di olive o di danni ad alberi presumibilmente commessi da israeliani nella Cisgiordania centrale.

Fonte: Operazione Colomba

Curatore: Floriano

Lampedusa: Welela, una dignità ritrovata

NEL CIMITERO DEI SENZA NOME

Un'amica ci ha chiesto se volevamo partecipare ad un viaggio organizzato dalla nuova campagna di Pax Christi Italia “Sulle soglie, senza frontiere” a Lampedusa, l'isola bagnata da un mare stupendo, ma anche tappa per migranti che vengono da lontano.

Siamo volontari a contatto con persone straniere bisognose di ascolto, di aiuto e di molto altro. Abbiamo detto subito di si per cercare di vedere, ascoltare e capire qualcosa di più.

Fra le tante testimonianze ascoltate una in particolare ci ha colpito nel profondo.

Al cimitero dell'isola, la signora Paola ci ha raccontato la storia dei tanti corpi sepolti qui. La maggioranza di loro è senza un nome, senza quindi la possibilità che qualche parente possa sostare e deporvi un fiore.   

Abbiamo ascoltato la storia di una ragazza giovanissima il cui corpo, devastato dalle ustioni, viene depositato assieme ad altre sul molo. Un corpo senza nome, che viene poi sepolto con una funzione laica. Ci viene raccontata l'enorme difficoltà dei volontari lampedusani di dare quella dignità che consegue all'identificazione. Nel caso di questa ragazza sono state le ricerche condotte dal fratello a consentire di identificarne il corpo, perché il gruppo di donne soccorso e recuperato non era numeroso e le loro condizioni fisiche si erano ben impresse nella memoria dei soccorritori. "Quella che cercate è Welela" si sono sentiti dire e "sappiamo dove è sepolta". Ora una fotografia della ragazza, portata dal fratello, è posta sulla sua tomba. Una dignità ritrovata, nell'atrocità della morte.

Welela, ragazza eritrea, diciotto anni.

Non solo il mare uccide, ma anche la combinazione di una miscela di carburante-acqua salata-sole provoca gravissime ustioni, soprattutto alle donne e ai bambini. Le donne e i bambini, perché più leggeri ed indifesi, sono fatti stendere in mezzo al gommone nella parte più bassa - perché così sono più protetti -  mentre gli uomini si mettono a cavalcioni delle sponde.  Purtroppo questa sistemazione non fa che peggiorare le cose. La miscela si deposita sul fondo e corrode ed ustiona la pelle e provoca danni spaventosi, fino alla morte. 

Abbiamo sentito, e ce la siamo portata a casa, la sensibilità e l'umanità di tutti quei lampedusani che non si sono sottratti e non si sottraggono al loro dovere di non rimanere indifferenti quando qualcuno ti chiede aiuto.

  

Bruna e Fabio Bonatti

Lampedusa sulle soglie dell'accoglienza

LA NECESSITA' DI SOCCORRERE

Qualche giorno fa ho avuto la possibilità di recarmi in quel lembo di terra siciliana, luogo significativo nella storia delle migrazioni, per conoscere da vicino i luoghi e per ascoltare le testimonianze di chi la abita e ha soccorso e tuttora soccorre.

Si parla di Lampedusa come luogo di frontiera, ma ora non lo è più perché man mano la frontiera è diventata il mare, ora è la Libia, poi sarà...

L’isola si sente “sulla soglia” dell’accoglienza e dell’aiuto.

Tanti abitanti di Lampedusa si sono impegnati in un’encomiabile gara di soccorso, solidarietà spontanea e in abbracci ricchi di umanità verso chi arrivava spaventato, bagnato e disperato.

Le storie ascoltate sono tutte cariche di emozioni e di umanità e spaziano in ambiti diversi. Nel raccontarle si percepisce chiaramente il dolore e la commozione che, anche a distanza di anni, rimane. L’ esperienza vissuta  ha segnato per sempre la vita di tante persone.

Costantino e Rosa Maria sono una coppia che abita dalle parti del centro di identificazione e che , come tanti, si è trovata in prima linea nelle operazioni di soccorso.

La mattina del 3 ottobre 2013 Costantino parte con un amico per un giro in barca lungo le coste meravigliose che la natura ha donato a questo paese. Dopo pochi minuti vedono corpi che galleggiano in mare; si guardano, non capiscono, ma si dicono “ raccogliamo”. Arrivano faticosamente a caricare sette corpi, allertano la guardia costiera e attoniti rientrano. La tragedia  prende subito dimensioni inimmaginabili e la popolazione,  tenuta a distanza , assiste con dolore al recupero di 368 vittime.

Il giorno dopo Costantino si reca al centro di identificazione e chiede notizie dei ragazzi superstiti alcuni dei quali aveva soccorso anche lui. Ma lì non si può entrare; solo il giorno dopo si incontrano nell’hangar  i sopravvissuti e la popolazione che piange davanti alle bare.

Una ragazza gli chiede il cellulare per chiamare casa (il cellulare è la prima cosa che chiedono per poter comunicare con i loro cari e dire che sono salvi. Qualcuno può cercare di farlo capire a Salvini?).

Poi le cose sono andate bene: Rosa Maria, moglie di Costantino, ha coccolato, abbracciato e accolto 11 di questi ragazzi come solo una mamma sa fare. Hanno fatto la doccia a casa loro, hanno bevuto un the e si sono riposati sul loro divano…

Ora Robert, Tarik, Huan, Marau, Aladin…sono in Norvegia, Svezia, Firenze, Lione; hanno un lavoro e qualcuno si è sposato ed ha avuto figli . Mamma Rosa Maria e Baba Costantino ricevono regolarmente loro notizie e con alcuni si sono anche rivisti.


Rita Cazzola - Redattrice di Gerico.Info 

Lampedusa porta d'Europa

SULLE ORME DI PAPA FRANCESCO

 

Ho partecipato ad un viaggio all’isola di Lampedusa promosso da Pax Christi, movimento cattolico per la pace. Lampedusa è un’isola più vicina all’Africa che alla Sicilia per cui è la porta dell’Europa per chi arriva dal sud del mondo ed è stata la meta del primo viaggio apostolico di papa Francesco il giorno 8 luglio 2013.

In questa isola, lunga dieci chilometri, larga due e abitata da circa seimila persone, dopo la rivoluzione dei gelsomini che ha portato una ventata di libertà in Tunisia, sono arrivati circa ottomila persone in cerca di una vita migliore. Il fenomeno migratorio non era nuovo, molti sono morti in mare facendo del Mediterraneo il loro cimitero, ma quell’evento era un’emergenza cui la popolazione ha risposto offrendo un esempio di solidarietà per i due mesi in cui i tunisini sono stati volutamente lasciati sull’isola.

Oggi i migranti non si vedono. Vengono intercettati al largo dell’isola, soprattutto sulle coste libiche, e portati in centri di identificazione dove nessuno può entrare od uscire. Quello di Lampedusa è una caserma nascosta ai turisti che oggi, messa da parte la pesca, sono la prima fonte di ricchezza degli abitanti.

I migranti però arrivano ancora e muoiono ancora come il 3 ottobre 2013 quando un barcone con 518 persone a bordo si è rovesciato di notte a ottocento metri dalla costa. Erano tutti eritrei in fuga da una feroce dittatura. I morti sono stati 368 sepolti in parte sull’isola nel cimitero locale dove pochi migranti hanno un nome che li riconosca come persone.

“Dov’è tuo fratello?” si chiedeva il papa. “Chi è il responsabile di questo sangue?  Oggi nessuno si sente responsabile di questo, abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna. La cultura del benessere ci rende insensibili alle grida degli altri” Ma ancora il papa ci pone un’altra domanda : ” Chi ha pianto per questi fratelli e sorelle ? Siamo una società cui la globalizzazione dell’indifferenza ha tolto la capacità di piangere”.

Parole profetiche pronunciate da Francesco in luglio e che nell’ottobre del 2013 sono diventate lacrime e sangue.

Quel sangue e quei morti che il medico di Lampedusa ci ha mostrato nel computer del suo studio quasi schiacciato dal peso di chi deve identificare i morti, curare le ustioni provocate dalla miscela di acqua salata e benzina sul fondo di canotti, far nascere bimbi anche sul molo legando il cordone ombelicale con il laccio delle scarpe, guarire le ferite da torture.

La situazione peggiore, di cui a Lampedusa si vedono i tragici riflessi sui corpi martoriati e nei racconti di disperati, è però in Libia che oggi è un inferno dove muoiono migliaia di persone i cui nomi sono destinati a rimanere ignoti. Migliaia di migranti sono rinchiusi all’interno di veri e propri lager dove le violenze, gli abusi e le torture sono sistematici e atroci anche per donne e bambini.

Il Forum Lampedusa solidale chiede che venga elaborata una strategia globale d’emergenza per la Libia istituendo un visto umanitario globale per chi si trova oggi in Libia valido per tutte le nazioni che hanno aderito alla convenzione di Ginevra sui diritti dell’uomo.

Lo chiediamo anche noi.


Enzo Nicolis - Redattore di Gerico.Info

Spiragli di luce nelle tenebre del nostro tempo

LA STORIA DI GIUSPA, UNA STORIA IN ANTICIPO SUI TEMPI

Nella ricorrenza dei 100 anni dalla fine della Prima guerra mondiale inserire la vicenda del contadino del Roero (zona in provincia di Cuneo) Giuseppe Tarabra, nell’ambito di quelle che furono le manifestazioni di rifiuto della violenza, è particolarmente singolare, anzi è possibile affermare che la sua fu una autentica obiezione di coscienza.

Giuseppe, Giuspa, era nato il 25 luglio 1888 a Priocca, un piccolo centro agricolo al confine tra la provincia di Cuneo e l’astigiano.Terminati primi tre anni obbligatori si era trasferito ad Alba in Seminario per frequentare sino alla quinta elementare. Tornato in paese aveva iniziato a lavorare nella cascina paterna, diventando un punto di riferimento nell’associazionismo cattolico. Partito soldato, riceveva dopo 3 mesi l’esonero per motivi famigliari essendo il solo figlio maschio in famiglia. Alla mobilitazione dell’aprile 1915 era sposato da 4 anni. Erano mesi cruciali, in cui intere classi di leva venivano preparate in fretta e spedite sulle tradotte verso il fronte.

Interi paesi assistevano alla partenza dei figli tra i soldati e di molti padri destinati alla milizia territoriale, tutti accumunati dalla stessa trafila: una visita grossolana in caserma, il numero di matricola, l’equipaggiamento. Nelle piazze d’armi gli ufficiali si adoperavano nell’oratoria nazionale: Trento, Trieste ed altre parole arrivavano alle orecchie di una truppa tanto affascinata dal suono della retorica quanto ignorante dei contenuti. La guerra c’era, questo doveva bastare ai contadini: lo diceva il Capo di stato maggiore del Regio Esercito, generale conte Luigi Cadorna. Ma lo diceva anche uno dei suoi consiglieri più ascoltati, il padre francescano Agostino Gemelli, che nel suo 
Il nostro soldato proponeva un’immagine laboriosa e paziente dell’esercito contadino che reggeva le fatiche ed andava incontro alla morte senza sapere né chiedersi un perché, fedele e partecipe alla religione del sacrificio e del lavoro che era espiazione e salvezza insieme. La stessa Chiesa, in particolare nelle diocesi cuneesi, aveva mantenuto attraverso i parroci un atteggiamento lealista, accantonando il neutralismo iniziale in nome di una pragmatica politica equidistante dal pacifismo dei socialisti e la neutralità parlamentare di Giolitti.

Ma la storia di Giuspa è profondamente diversa perchè è quella di un uomo che disse “
no” all’ordine di prendere il fucile e puntare altri uomini. Avrebbe sparato in aria, piuttosto che uccidere un solo austriaco. Per il Codice militare del Regno questo rifiuto si puniva con la fucilazione, ma questo rischio non bastava a far vacillare la nonviolenza di Giuspa, che grazie all’intervento del cappellano veniva nominato porta feriti. Nei momenti di tregua doveva saltare disarmato nella terra di nessuno e recuperare a spalle i feriti con il rischio di essere falciato alla prima raffica partita per capriccio da un ufficiale. Tarabra si distinse per coraggio e dedizione, meritando una medaglia di bronzo nel 1916 sul Pasubio. L’onore militare a chi aveva scelto il pacifismo in guerra: ma Giuseppe voleva salva la vita per sè, per i feriti e gli altri. Così, quando tutto il suo reparto si trovava circondato dal nemico e gli ufficiali incitavano ad avanzare verso il massacro, senza pensare alle conseguenze aveva urlato “Giù le armi“. Tutti i compagni avevano gettato a terra i fucili, consegnandosi prigionieri ma vivi. Essere prigioniero voleva dire patire la fame, il freddo, le malattie endemiche. Dai pochi stralci di corrispondenza si può intuire lo stato d’animo con cui Giuseppe viveva quei mesi: il 6 gennaio 1918 scriveva che “sono desideroso di vestito, camicia ed un libro di devozione. Mi raccomando che stiate tranquilli, regni tra voi la pace e la rassegnazione ai divini voleri. Io pregherò per voi“. Tra il 22 gennaio ed il 7 febbraio successivi specificava di trovarsi “in un campo di prigionia insieme a 15 mila miei fratelli, tra i quali una parte sono soldati prigionieri russi. Spero di avere il soccorso di voi e poi voglio star con la grazia di Dio sempre allegro e tranquillo“.

La scelta esistenziale di Giuspa colpisce per la sua radicalità in anticipo sui tempi. Solo a partire dal 1917 ed in particolare dopo la disfatta di Caporetto il mondo cattolico prenderà sempre più posizione nei confronti dell’”inutile strage”, in un clima di generale repressione delle idee alternative alle esigenze di sostenere lo sforzo bellico. Tarabra faceva ritorno agli inizi del 1919, riprendendo la sua vita di campagna sino alla morte nel 1966. Uomo pio, di una bontà assoluta e disarmante, punto di riferimento per poveri e mendicanti di mezza provincia che trovavano nella sua stalla un riparo e la certezza di un piatto caldo. Basti un aneddoto per calibrare lo spessore della sua bontà d’animo: una sera tra i mendicanti girovaghi accolti nella sua famiglia composta già da dodici persone, ne capitò uno che rifiutò la minestra,dopo averla assaggiata, lasciò il piatto intatto; era la stessa minestra servita a tutta la famiglia, Giuspa accortosi si avvicinò a quell’uomo, gli domandò se non si sentiva bene e avuta risposta che quella minestra non gli piaceva, disse ad Amalia, sua moglie: “Senti c’è un povero che non ha mangiato, forse non sta bene : facciamogli una minestrina” – “Ma caro Gep, adesso è già tardi, il fuoco è spento, quella minestra è la stessa che abbiamo mangiato noi. Non è troppo pretendere questo?” – “Abbi pazienza Amalia.Vedi, non ci vuole tanta fatica, io ti riaccendo il fuoco e tu in pochi minuti fai contento quell’uomo”. E quell’uomo fu accontentato.

Resta di Giuspa la lezione di un antieroe fedele alla propria ragione ed al messaggio originario del Vangelo, un disobbediente di Dio che torna oggi a raccontarci che alla violenza delle armi, delle parole, dello Stato e delle ideologie c’è sempre un’alternativa: la disubbidienza della coscienza.



Roberto Savoiardo  e 
Gino Scarsi  -  Movimento Nonviolento Cuneo

Per uno sconosciuto gli sconosciuti non piangono

INIZIATIVA DI PAX CHRISTI A LAMPEDUSA

Oggi, 2 novembre, a Lampedusa ha luogo una iniziativa organizzata da Pax Christi dal titolo "Sulle soglie della speranza", per far memoria, nel giorno dedicato alla Commemorazione dei Defunti, di tutti i morti annegati in mare nel tentativo di raggiungere le coste italiane per ricominciare una nuova vita. 

Nel cimitero di Lampedusa hanno trovato sepoltura un numero imprecisato di uomini e di donne morti nel tentativo  di raggiungere l'Europa attraversando  il Mar Mediterraneo, unica via per cercare una possibilità di futuro. La quasi totalità delle tombe non ha un nome e le uniche notizie che è stato possibile recuperare delle storie di queste persone riguardano le circostanze della loro morte o del ritrovamento dei loro corpi.

Ma tutti loro hanno vissuto. Hanno gioito e sofferto, hanno lottato e sperato e qualcuno li ha attesi e pianti.

Nella consapevolezza che ogni frammento di storia  sia capace di produrre una crepa in quel muro che divide gli uni dagli altri e nella speranza che la memoria di queste persone  non vada persa, occorre continuare a raccontare affinché si raggiunga una moltiplicazione delle voci, tale da essere assordante.

Provare lutto per la morte di chi

non abbiamo mai visto

implica una parentela vitale

fra l'anima loro e la nostra.

Per uno sconosciuto

gli sconosciuti non piangono.

                                                        (Emily Dickinson)

        

Dai nostri inviati a Lampedusa 

Il Brasile verso una teocrazia senza fede

CON L'ELEZIONE DI BOLSONARO SI VA  VERSO IL CRISTO-FASCISMO

 

Il Brasile con l’elezione di Jair Bolsonaro ha manifestato in maniera estremamente fenomenica quello che qui viene definito “cristo-fascismo”». Ossia, un’esperienza cristiana «completamente staccata dal Gesù storico, nel suo camminare per i poveri e con i poveri, trasformata in una forma alienata e spiritualizzante legata ai poteri forti».
A parlarne con noi, dallo Stato di Santa Catarina, a Sud del Brasile, dove vive, è la biblista Maria Soave Buscemi, missionaria con esperienza trentennale nel Paese latinoamericano.
«Andiamo verso teocrazie vuote di orizzonti di fede e riempite di violenza», dice.
L’inquietante neologismo cristo-fascismo sta ad indicare proprio questo: una manipolazione della figura di Cristo, in senso ideologico, da parte di una destra pentecostale che strumentalizza la Bibbia.
«A me dispiace perché in questo neologismo c’è la parola Cristo, ma non è il Gesù storico, si è svuotato completamente di senso, secondo antichissime eresie – spiega la missionaria – e ha perso la sua forza trinitaria: è diventata una parola finalizzata al potere violento».
La missionaria suggerisce invece di «tornare a Gesù, il Cristo», perché «in lui “non c’è più né giudeo né greco, né uomo né donna, né schiavo né libero“». Ossia tornare ad un mondo «senza esclusioni, a partire dai più deboli e dalle persone impoverite».
Cosa che i pentecostalismi cristiani, sia protestanti che cattolici, che già da tempo hanno fatto breccia su una parte della popolazione brasiliana, non contemplano affatto.

«Il dramma del Brasile – dice la biblista – è che negli ultimi 20 anni le Chiese impegnate, la parte impegnata della Chiesa cattolica e delle chiese protestanti, hanno in qualche modo abbandonato la base delle comunità. E si sono rivolte in maggioranza verso queste forme pentecostali. Allo stesso modo in cui la sinistra ha abbandonato la sua base».
Ad approfittarne è stata la destra conservatrice e militarizzata. Ma c’è un secondo elemento da non sottovalutare: il caudillismo, il bisogno di un uomo carismatico e forte, che è tipico dei Paesi dell’America Latina.
«Bolsonaro è un uomo forte ma polarizzato sulla violenza – spiega la missionaria – non su un progetto di Paese per tutti, a partire dai poveri e basato sui diritti umani. È un progetto di pochi ad esclusione violenta delle grandi masse».
Il neo-presidente ha usato, e continua a farlo,  essenzialmente i social media: «non è mai entrato in processi dialogici, è sempre rimasto a casa sua e ha fatto una campagna elettorale totalmente mediatica e polarizzata».
Una strategia che guarda alla pancia, che ha fatto perno sulla paura e su un desiderio primario ed individualista di riscatto.
«Appena eletto Bolsonaro si è fatto filmare mentre toccava tre libri e tutti intonsi: il primo era la Bibbia, non la Costituzione».

Buscemi invita a non dimenticare che in ogni caso la vittoria di Bolsonaro è relativa: «Non scordiamo che l’hanno votato 57 mln di persone, non la stragrande maggioranza del popolo brasiliano. Dunque per le regole della democrazia lui è il Presidente eletto, ma la maggioranza del popolo ha detto no: o votando a sinistra, come gli altri 47 milioni di elettori, o astenendosi».
Quindi circa 77 milioni di elettori non lo hanno votato. E «soprattutto non lo ha votato la quasi totalità del popolo impoverito del Brasile che si trova nel nordest del Paese».
L’elemento comunicazione ha avuto la sua parte: «i discorsi di Bolsonaro sono sempre semplicistici- dice – polarizzati e violenti, dai toni forti e non dialogici: dire che bisogna lottare oggi contro il comunismo è davvero anacronistico».

Per riconquistare la fiducia popolare, come Chiesa e come sinistra, è necessario riagganciare la gente semplice, tornare a stare con i poveri.
«Non è possibile che le relazioni siano solo su twitter e facebook – argomenta la missionaria – i popoli indigeni dicono che le molte parole, non le poche, raffreddano la violenza. Bisogna risignificare questi nuovi messi, che altrimenti sono polarizzati».
«Perciò dobbiamo continuare ad esserci fisicamente – spiega Maria Soave Buscemi – come missionari, a non abbandonare la gente e soprattutto i più poveri, perché quello che verrà non sarà certamente un governo giusto per loro».

Agrobusiness e Bibbia vanno a braccetto nel Brasile di Bolsonaro: «oggi dobbiamo lottare contro diverse b: banche, agro-business, grandi latifondisti e Bibbia intesa come una deformazione del testo sacro».
Eppure, dopo la stagione di Lula, incastrato in un meccanismo costruito ad arte che lo ha sostanzialmente fagocitato «sono finiti i tempi dei grandi profeti – dice la missionaria – Forse solo quando viviamo l’esilio, l’Egitto, la schiavitù, Babilonia, l’impero romano sulla Palestina, forse allora potremo riaprire il respiro della resistenza del popolo di Dio e della profezia».
I missionari come Maria Soave proprio in questo momento così delicato e difficile per un intero popolo, rilanciano una stagione fatta di resistenza, lettura popolare della Bibbia, lotta non violenta, spiritualità e amore per il Creato.
«Pregare insieme, con la terra, con l’aria, con l’acqua. Ritornare ad essere umani», è il suo invito. «Vedo un agire profetico nel corpo dei poveri che, per nostra fede e magistero è la Carne di Cristo che ci rende sempre e di nuovo Popolo. Quel Gesù di Nazareth che abbiamo incontrato nella nostra vita, che ci fa sempre ritornare alla Galilea, il territorio dei “nessuno” coloro che Bolsonaro disprezza. Là in Galilea lo incontriamo Risorto», dice la biblista. 
«Io vivo nell’estremo sud del Brasile, nello Stato che più ha votato a destra e che ha adesso ha un governatore che è un militare. Sono una delle missionarie in Brasile che hanno chiesto la naturalizzazione brasiliana e per questo ho votato. Chiedere la naturalizzazione significa andare in un tribunale, dopo aver dimostrato che abiti da più di un tot di anni, rinunciando alla tua natura italiana. Non è un processo semplice. Per il Brasile io sono solo brasiliana».
Ed è dal Brasile che Maria Soave vuole ripartire: per una battaglia di umanità che riguarda noi tutti e che va combattuta ad ogni latitudine.

Ilaria De Bonis - www.missioitalia.it