RizVN Login

Area Soci Redattori



Afghanistan. 2018

L'ANNO PIU' SANGUINOSO



Riceviamo e pubblichiamo questo contributo inviato da Alidad Shiri, profugo afgano autore del libro "Via dalla pazza guerra"

L’anno più sanguinoso per le uccisioni della popolazione civile, nella lunga guerra in Afghanistan è il 2018. Eppure nella percezione della pubblica opinione in Italia ed in Europa non ci si accorge di questo, anche se le domande di protezione internazionale da parte di cittadini afghani nel 2017 per la prima volta nel corso degli ultimi 3 anni hanno superato quelle di cittadini siriani.

Sono appena usciti i dati dell’UNAMA, (Missione delle Nazioni Unite in Afghanistan) che cercano di fotografare la drammaticità della situazione attuale: nel 2018 sono state uccise 3804 persone civili, l’11% in più rispetto al 2017. Nello stesso anno sono state ferite 7189 persone, sempre della popolazione civile, e di questi i bambini uccisi erano 927. Queste stragi sono successe per i continui attentati da parte dei talebani, dell’Isis e di altri gruppi terroristici.

L’Isis sta perdendo pezzi in Siria mentre sta conquistando terreno in Afghanistan. Tanti analisti dicono che se gli Stati Uniti si ritireranno, aumenterà ancora di più il numero di civili uccisi. I dati Onu sottolineano che nell’ultimo periodo sono stati colpiti sempre più i civili e denunciano l’inaccettabilità di questa situazione. I talebani stanno usando la tattica di farsi scudo della popolazione civile.

Nel 2018 si è arrivati a 40 anni di guerra in Afghanistan, anni di orrori che continuano nell’instabilità e violenza politica. Nel mondo Occidentale si riscontra invece una totale chiusura rispetto a questa realtà, tanto è vero che diversi paesi europei considerano l’Afghanistan un paese sicuro, cercando di rimpatriarvi i richiedenti asilo. Spero che le varie Commissioni Territoriali che lavorano nell’esaminare le richieste d’asilo, tengano conto dei dati Onu appena aggiornati.

 

Alidad Shiri  

Anno nuovo, muro nuovo

INIZIATA LA COSTRUZIONE DI UN MURO NELLA STRISCIA DI GAZA

L’inizio del nuovo anno in Israele e nei Territori Occupati Palestinesi ha portato con sé importanti dichiarazioni del Governo israeliano in un clima di accesa campagna elettorale in vista delle prossime elezioni di aprile.

Al fine conquistare la più larga fetta di elettorato possibile l’attuale Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato che, sotto la sua guida, “non ci saranno più ostacoli alla costruzione di insediamenti”. Lo ha detto il 28 gennaio dalla colonia israeliana parzialmente evacuata di Netiv Ha'avot, affermando che la demolizione di quelle case è stata "una disavventura". (Ricordiamo che le colonie israeliane in Palestina sono considerate illegali dal Diritto Internazionale ma legali dal Diritto israeliano; gli avamposti, illegali sia secondo il Diritto Internazionale sia secondo il Diritto israeliano).

Sempre alla fine digennaio Netanyahu ha inoltre annunciato che Israele non accetterà il prolungamento della missione di controllo TIPH (Temporary international presence in Hebron) che dal 1998 monitora e registra le violazioni dei Diritti Umani che in continuazione avvengono nella città di Hebron, occupata in parte da coloni e militari israeliani. A seguito di tale decisione, altri gruppi internazionali di attivisti operanti nell’area delle colline a Sud di Hebron hanno lasciato definitivamente la zona.
Non sembra un caso se dopo queste affermazioni, il mese di gennaio ha visto l’aumento delle attività e della violenza di coloni israeliani in tutta la Cisgiordania e l’intensificazione dei controlli dei documenti degli attivisti internazionali da parte delle forze armate israeliane.
Emblematico l’ultimo caso di omicidio avvenuto nel villaggio palestinese di Al-Mughayyr, governatorato di Ramallah. Un trentottenne palestinese, padre di famiglia, è stato colpito alle spalle da proiettili esplosi dall’arma di un colono della vicina colonia israeliana di Adei. In migliaia si sono presentati al funerale, ma il divieto imposto dall’esercito israeliano di raggiungere il luogo di sepoltura ha provocato ed esacerbato le tensioni, fino ad arrivare all’arresto di due giovani palestinesi. Tutto il caso è stato considerato “scioccante e inaccettabile” dall’inviato ONU per il Medio Oriente.
Il mese di gennaio si è concluso con un’altra grave decisione del governo israeliano: l’inizio della costruzione lungo il perimetro della Striscia di Gaza di un muro alto 6 metri, in risposta alla manifestazioni gazawi della Grande Marcia del Ritorno, durante la quale nell’arco di dieci mesi sono stati uccisi più di 190 palestinesi.

Nel mese di gennaio i volontari di Operazione Colomba hanno proseguito con la riorganizzazione del lavoro sul campo già iniziata nel mese di dicembre.

Le aree maggiormente interessate dalla presenza sono state Az-Zawiya, nel governatorato di Salfit, e le colline a sud di Hebron.
Ad Az-Zawiya è stato monitorato il gate Magen Dan 620; un cancello che i lavoratori palestinesi devono attraversare (dopo un controllo dell’esercito israeliano) per raggiungere i posti di lavoro e le loro terre private. Anche in questo mese sono avvenute violazioni: per esempio dopo aver superato il primo controllo al gate, alcuni palestinesi sono stati fermati e rimandati indietro: oltre a dover lasciare le biciclette, i lavoratori sono stati sottoposti, per la seconda volta in pochi minuti, ad un altro controllo completo per superare nuovamente il punto di accesso.
Nelle colline a sud di Hebron è stato registrato un aumento delle attività e della violenza delle forze armate israeliane e dei coloni israeliani.
Molte e diversificate le aggressioni verbali e fisiche dei coloni nei confronti dei pastori palestinesi e delle loro proprietà terriere. Il 27 gennaio, in particolare, una grave vessazione è avvenuta ad opera di soldati israeliani conniventi con i coloni dell’illegale avamposto di Havat Ma’On: dopo il controllo dei documenti dei palestinesi accorsi in supporto di alcuni pastori minacciati, i soldati hanno umiliato e violentemente strattonato due ragazzi palestinesi spingendoli giù verso una valle.
Per quanto riguarda l’attività di School Patrol, molteplici sono stati i ritardi delle forze armate e, in un’occasione, l’inadempienza dei soldati ha esposto i bambini del villaggio di Tuba all’aggressione fisica e verbale dei coloni dell’avamposto di Havat Ma’On.
Nel distretto di Yatta numerosi sono stati gli ordini di fermo lavori e demolizioni consegnati: tre villaggi hanno ricevuto complessivamente il fermo per una scuola, un pozzo e cinque abitazioni.
Le demolizioni avvenute hanno interessato una terra privata palestinese e una delle principale strade palestinesi che collega i villaggi del distretto di Yatta alla suddetta città.

Nonostante le intimidazioni e gli attacchi, la resistenza popolare nonviolenta palestinese prosegue con azioni e attività organizzate nei villaggi di Tuwani, Ar-Rakeez e Bir Al-Idd al sud e Qatanna al nord, dove uomini palestinesi hanno piantato alberi di ulivo e mandorli e arato le terre di loro proprietà adiacenti a colonie e avamposti illegali, in risposta ai ripetuti danneggiamenti di alberi ad opera di coloni.
Anche il lavoro di sensibilizzazione riguardo l’occupazione israeliana non si è fermata: nel mese di gennaio una delegazione di giovani italiani ha visitato il villaggio di Tuwani, conoscendo così la realtà e la determinazione della resistenza popolare palestinese nelle colline a sud di Hebron.
Altro importante elemento del mese di gennaio sono stati i due viaggi nel distretto di Gerusalemme. L’obiettivo è quello di capire se in altre situazioni lontane da At-Tuwani possa essere utile la presenza di Operazione Colomba. Inoltre, mettendo in contatto il comitato popolare delle South Hebron Hills con importanti figure di altre comunità, si contribuisce a creare una rete utile a condividere e rafforzare buone pratiche di resistenza.

 

Fonte: Operazione Colomba

Curatore: Floriano

Venezuela, il paradiso perduto

CRONACA DI UNA GIORNATA NORMALE A CARACAS

In questi giorni tribolati per il Venezuela riproponiamo l'articolo  pubblicato  due anni fa  quando ancora, come ha scritto  Vittorio Feltri su Libero, cinque italiani su dieci un italiano su due non sapevano nemmeno collocare il paese latino-americano sulla cartina geografica.

Sono privilegiata.
 Si, sono privilegiata perché sto scrivendo al  mio computer invece di essere per strada a battagliare con la realtà, come lo fa la maggior parte degli abitanti in Venezuela oggigiorno.

Quella realtà che sta fuori dalle mura di casa mia e sulla quale mi imbatto ogni volta che esco. Ogni volta mi meraviglio, mi stupisco, mi rattristo, piango, talvolta sorrido.  Abito in una delle più belle zone di Caracas, collinare, verde, fresca, un piccolo paradiso con decine di specie volatili multicolori. Fuori dalla recinzione di protezione, il paradiso rimane solo nel verde della rigogliosa vegetazione. C’ è sempre il pericolo in agguato. Dopo le 6 di sera vige praticamente il coprifuoco, e la zona è transitata dai pochi che non possono farne a meno. Il pericolo vero ha superato la percezione. Lo Stato è pressoché assente e la polizia locale ha paura di difendere il cittadino. Ci proteggiamo con i nostri propri mezzi.

Stamattina l’alba ci ha svegliato con la notizia che hanno rapinato una famiglia in piena notte, vicini di zona. L’abitazione di una nota cantante. Lei e la famiglia legati, imbavagliati e maltrattati psicologicamente. Si sono portati via tutto quello che hanno potuto stipare sulla macchina dei derubati. Fattaccio quotidiano. “Meno male che non li hanno ammazzati”, pensiamo. Ma ieri è successo di molto peggio, una banda di ragazzini dai 6 ai 10 anni ha ammazzato a coltellate due guardias nacionales. Bambini che dovrebbero stare sui banchi di scuola…

Comunque, la realtà si deve affrontare e raccomandandoci a Dio (usanza molto sudamericana) usciamo di casa. Mio marito mi chiede di accompagnarlo a fare una commissione in una zona popolare lontana da dove abitiamo.  Dalla finestra oscurata della camionetta tipo pick-up, osservo la confusione: traffico disordinato, sporcizia, case fatiscenti, cani randagi, anziani abbandonati e sporchi, macchine ed autobus vecchi che sputano gas, e tanta, tanta gente in code interminabili qua e là, sopportando il tempo e l’aria fetida. Code di gente che si moltiplicano in qualsiasi punto della città.  Persone che sperano di trovare prodotti ad un prezzo ragionevole o una “borsa governativa” che contiene riso, pasta, fagioli, e con un po' di fortuna un pollo o un pezzo di carne. Gente rassegnata, in fondo come me.

Ci immettiamo in una strada trafficata e ci sorprende un punto di controllo. Due soldati armati di FAL (fucile automatico leggero) e dall’aria poco rassicurante, ammoniscono di fermarci. Vogliono sapere che cosa portiamo dietro. “Nulla” rispondiamo e ci guardiamo stupiti. Un incontro così lo si aspetta in un posto desolato, in una frontiera, ma non in piena città! Continuiamo tra viuzze strette da casette disordinate e fortificate con alti muri e filo spinato o elettrificato (è un modo regnante ovunque si vada per proteggersi dalla dilagante criminalità) e mentre ci avviciniamo al posto che cercavamo, osservo altri soldati armati camminare lungo i marciapiedi con la gente che sembra noncurante e mi chiedo: ma che cosa ci fanno qui? Proteggono la gente dai delinquenti che agiscono sotto il sole? o dai tafferugli che si presentano sovente nelle code di povera gente in cerca di cibo? Forse per entrambe le ragioni, ma penso pure che incutono paura e timore, un timore paralizzante che intacca la psiche e frena la coscienza di chiunque.

Riusciamo a concludere a metà la nostra commissione.  Raramente si trova quel che si cerca, c’è sempre qualcosa che manca. Torniamo a casa. Transitiamo per un'altra zona. C’è pane in giro. Lo si vede nei sacchetti di plastica trasparente che la gente porta a penzoloni. Ma il pane è diventato una rarità, non c’è per tutti.

Torniamo a casa.  Alla radio e tv inizia il consueto programma a reti unificate. Distruzione della libera coscienza. Ore di propaganda politica, elogi alle bontà del governo, odio al nemico estero ed interno e costruzione di nuove, false e pericolose menzogne da seguire.

Nel primo pomeriggio esco per fare una copia di chiavi. Il parcheggio è aumentato del 40% da un giorno all’ altro. Mentre aspetto le copie, osservo attentamente una serie di piccoli portachiavi di plastica con la bandiera venezuelana a sette stelle e nella scritta si legge “Venezuela”. Continuo a fissarli. Sono illegali, credo. Dal 2006, il Venezuela si chiama “República Bolivariana de Venezuela” e la bandiera ha 8 non 7 stelle. Cambi decretati dal defunto Chavez come parte del suo piano machiavellico di modificare il percorso storico del paese. 

Non voglio rimanere zitta ed incalzo sorridente il paio di ragazzi, forse sulla trentina, che stanno dietro il bancone ricordando loro che stanno vendendo oggetti “illegali”. Non posso dimenticare i loro volti: smarriti e contemporaneamente stupiti dalla mia battuta. Credo che non mi abbiano capito… o forse non lo hanno voluto fare. Spero nella seconda ipotesi ma mi assilla il pensiero che ci sia una ignoranza dilagante e dannosa per il paese. L’ ignoranza di un popolo che è sottomesso dal compito quotidiano dell’agire sull’ immediato con la conseguenza di dimenticare non soltanto il presente vissuto con molte difficoltà ma anche la sua storia.   Anni prima avrei pensato magari che questi ragazzi non fossero stati venezuelani ma immigrati peruviani o colombiani in cerca di benessere. Ora non più. Le cifre si sono capovolte ed il venezuelano emigra: educato o no, benestante o meno, scappa.

Arrivo al supermercato. C’è troppa gente alle porte e decido di fare la coda delle persone della terza età: la donna in Venezuela è considerata di terza età dai 55 anni, l’uomo dai 60. Ne ho 57. Il tizio che controlla mi ferma perché crede che il privilegio concesso alla terza età sia per la donna a 60 anni. Segue un breve battibecco, mi sento umiliata ma mi fa passare. Altra ignoranza. Ma questa è arrogante, quest’uomo ha bisogno di esercitare la sua “quota di potere”: entra chi vuole lui al supermercato. E quest’ esperienza si ripete in molti altri posti: il controllo è ovunque.

Le cipolle sono aumentate del 100% in quindici giorni. Mi avvicino al bancone del formaggio, sempre più caro, per chiederne un po', e saluto con un “buongiorno”. Nessuna risposta. Dietro il bancone e davanti a me ci sono 4 dipendenti del super in rilassata conversazione tra di loro. Il ragazzo mi nota ma fa orecchie da mercante, e prosegue la conversazione sullo smalto che una delle ragazze si sta applicando sulle unghie di una mano. Passa un minuto, e pronuncio un altro sonoro “buongiorno”. Nessuno si volta. Rimango ad aspettare. Finalmente una mi sbircia e chiede che cosa voglio. Questa situazione mi deprime.

Prima di Chavez la svogliatezza caraibica poteva essere una caratteristica folclorica di un popolo solare, dopo di Chavez questa noncuranza “dell’altro” la interpreto come esempio di inutile fatalismo. Penseranno: “ma perché devo lavorare? Per questa gente che viene a comperare quello che io non posso? Si alzino loro, alle 4 del mattino, come devo fare io per racimolare un misero stipendio che non serve a nulla! Preferisco prendere le cose con calma e poi si vedrà”. Oppure, aggiungo: questo atteggiamento è una conseguenza diretta di un populismo che ha indotto molta gente a non produrre perché ci pensava l’oro nero.

Torno a casa. In macchina, accendo la radio e la notizia è la spaventosa diserzione di studenti e professori dalle migliori università pubbliche e private del paese. È la “ciliegina sulla torta” che manca per completare la distruzione del paese sconvolto già da una delle peggiori inflazioni del mondo.

Siccome durante la mattinata ho vissuto troppi, piccoli momenti che mi rattristano, decido di camminare un po' dentro il recinto protetto della mia urbanizzazione. Incontro i 5 cani randagi che abbiamo adottato gran parte dei vicini, mi riconoscono, mi seguono, fanno le feste. Hanno fame pure loro. Omero, quello più grande avvista un gatto e lo persegue furibondo ma il felino riesce a scappare. Osservo la scena accanto a tre operai che se ne stanno seduti su un marciapiede ad aspettare qualcuno. Mi riferiscono che il cane ha inseguito un gatto ma che se fosse stato un coniglio ci avrebbero pensato loro. Questa battuta mi produce una ulteriore riflessione sul carattere del paese. Il venezuelano, povero o ricco che fosse, per tradizione rispettava il coniglio come una mascotte e non si sarebbe mai immaginato di mangiarlo. Non ne aveva bisogno!

Ecco, fra le tante cose che sono cambiate in peggio, i 18 anni di rivoluzione chavista hanno contribuito a cambiare anche le abitudini alimentari.  Dopo qualche minuto sento uno degli operai proferire: “andiamocene da qui, non ci danno né una arepita, né un juguito, niente! Ci odiano”. Sicuramente la persona che stavano aspettando non è arrivata e hanno voluto fare una battuta. E fin qui niente di grave. Ma le loro parole dette apposta perché io le ascoltassi incutono paura e timore. Quelle parole sono impigliate nei fili della rete che sostiene la divisione tra le classi sociali che Chavez avrebbe voluto “eliminare” ma che lui e Maduro, il suo degno successore, sono riusciti soltanto a rendere più evidenti.  Ci sono più poveri ogni giorno, anzi miserabili, una classe media sensibilmente assottigliata e molti nuovi ricchi frutto della corruzione più che della produzione.

Oramai si avvicina la sera e rincaso.  Penso che la mia giornata si è conclusa bene dopotutto perché appartengo ancora al gruppo dei “fortunati”. Fuori, c’è una realtà molto più complessa. La sera scende su un paese in crisi, con un’economia in ginocchio, con famiglie divise perché emigrate e sparse per il mondo, con decine di morti per delinquenza ogni settimana, con persone che si addormentano senza aver mangiato e bambini che muoiono di malnutrizione. Eppure c’è ancora uno strano benessere in alcuni settori ma che, purtroppo per molti, ha un sentore di ricchezza malfatta; tolto ovviamente qualche onesto tentativo portato avanti da chi, tuttavia, crede in un futuro diverso per il paese.

Ricordo il Venezuela della mia gioventù. Un paese prospero, allegro, vitale e soprattutto un paese democratico dove c’era spazio per tutti. Un paese che offriva opportunità di inserimento e crescita per chiunque. Ricordo come il Venezuela sia stata culla per tanti immigrati accolti a braccia aperte per contribuire al suo sviluppo. Tanta gente, tra la quale i miei genitori. Mi consolo pensando che Caracas non rappresenta tutto il paese; è soltanto una grande, caotica città … forse nell’ interno si sta meglio…forse.                   

Osservo una stella nel cielo limpido. Sarà un presagio? Quella stessa stella la stiamo vedendo in molti, ognuno da una diversa angolatura, ma la guarda anche un popolo che, malgrado la fame, la paura e la diffidenza, può risvegliarsi.

 

Giancarla Marchi - Caracas (Venezuela)


Libia, hotel a 5 Stelle

CARO FRATELLO RAZZISTA

Riceviamo e pubblichiamo questo scritto di Nawal Soufi, una giovane donna siciliana, nata in Marocco e arrivata in Italia quando aveva solo un mese. Negli ultimi anni ha salvato decine e decine di persone dalla morte per annegamento.  Il suo nome in arabo significa "dono".

Ciao "fratello" razzista
Vuoi sapere perché' i migranti non vogliono essere riportati in Libia? 
Ti risponderò con delle domande

Ti e' mai capitato di violentare tua madre perché qualcuno ha il fucile puntato contro di te e contro di lei? 
Ti e' mai capitato di violentare tua sorella e di vedere nascere tuo figlio dalla pancia di tua sorella? 
Sai quanti figli di scafisti abbiamo in Europa?
Sai quante donne hanno partorito al loro arrivo dei bambini non voluti? 
Sai cosa significa mangiare un pezzo di pane in 24 ore e vedere un pezzo di formaggino come fosse oro? 

Ti e' mai capitato di fare i tuoi bisogni dentro un secchio e davanti agli occhi di centinaia di persone? 
Ti e' mai capitato di avere le mestruazioni e non poterti lavare per settimane o mesi? 
Ti e' mai capitato di essere messo all'asta e venduto come uno schiavo nel 2019? 
Ti e' mai capitato di nutrire tuo figlio con the zuccherato e spacciarlo per latte? 
Ti e' mai capitato di essere picchiato a sangue perché' chiedi l'intervento di un medico?
Ti e' mai capitato d'essere fucilato per colpa di uno sguardo di troppo? 
Ti e' mai capitato di svegliarti con le urine versate in faccia? 
Ti e' capitato che qualcuno ti aprisse il corpo con un coltello e mettesse del sale per sentire maggiormente le tue urla? 

Per tutti questi motivi...caro razzista...ti posso classificare tra i criminali che hanno accettato un secondo olocausto.

 

Nawal Soufi 

"Restiamo umani"

IL DOCUMENTO IGNORATO DAI MEDIA ITALIANI

Riceviamo e pubblichiamo l'appello comune lanciato da cattolici ed evangelici nella settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che  giornali e tivvù stanno passando sotto silenzio.

«Nell’occasione in cui celebriamo il dono dell’unità e della fraternità fra i cristiani, desideriamo spiegare a tutti che per noi aiutare chi ha bisogno non è un gesto buonista, di ingenuo altruismo o, peggio ancora, di convenienza: è l’essenza stessa della nostra fede. Ci addolora e ci sconcerta la superficiale e ripetitiva retorica con la quale ormai da mesi si affronta il tema delle migrazioni globali, perdendo di vista che dietro i flussi, gli sbarchi e le statistiche ci sono uomini, donne e bambini ai quali sono negati fondamentali diritti umani: nei paesi da cui scappano, così come nei Paesi in cui transitano, come in Libia, finiscono nei campi di detenzione dove si fatica a sopravvivere. Additarli come una minaccia al nostro benessere, definirli come potenziali criminali o approfittatori della nostra accoglienza tradisce la storia degli immigrati – anche italiani – che invece hanno contribuito alla crescita economica, sociale e culturale di tanti paesi.  Da qui il nostro appello perché – nello scontro politico - non si perda il senso del rispetto che si deve alle persone e alle loro storie di sofferenza».

Ma al di là del metodo, il documento ecumenico affronta problemi di merito:
«Una politica migratoria che non apre nuove vie sicure e legali di accesso verso l’Europa è fatalmente destinata a incentivare le immigrazioni irregolari. Per questo chiediamo ai vari paesi europei di duplicare o, comunque, di ampliare i corridoi umanitari, aperti per la prima volta in Italia all’inizio del 2016. È finita ormai la fase della sperimentazione e i risultati, positivi sotto tanti aspetti, sono sotto gli occhi di tutti. E’ auspicabile passare quindi ad una generalizzazione di questo modello, che salva dai trafficanti di esseri umani e favorisce  l’integrazione. Per questo ci rivolgiamo direttamente al Governo italiano perché allarghi la quota dei beneficiari accolti nel nostro paese e si faccia promotore di un "corridoio umanitario europeo", gestito dalla UE e da una rete di paesi volenterosi, prevedendo un adeguato sistema di sponsorship».

Il documento affronta anche il nodo problematico dei salvataggi in mare:
«Nel breve periodo, però, mentre si cerca il consenso europeo su queste misure, occorre garantire il soccorso in mare, che non può ridursi a una politica di respingimenti o di semplici chiusure. I migranti non possono essere vittime tre volte: delle persecuzioni, di chi li detiene in campi che – come varie volte attestato dall’ONU – non tutelano i diritti umani essenziali e di chi li respinge in quegli stessi campi e in quelle umiliazioni. Per noi cristiani, come per ogni essere umano, omettere il soccorso a chi giace sulla strada o rischia di annegare è un comportamento di cui si può solo provare vergogna. Per questo chiediamo un potenziamento delle attuali attività di soccorso, rese dai mezzi militari, dalla Guardia Costiera e dalle ONG, nel rispetto delle norme del mare e del diritto umanitario».   

Il testo si chiude con un appello a costruire un consenso su alcuni punti qualificanti sui quali le Chiese sono pronte a offrire il loro contributo:
«Per quanto divisivo il tema dell’immigrazione è così serio e grave da non potersi affrontare senza cercare una piattaforma minima di istanze e procedure condivise. Questo auspichiamo e per questo ci mettiamo a disposizione con la nostra esperienza e i nostri mezzi, pronti a collaborare sia con le autorità italiane che con quelle europee».

Roma, 22 gennaio 2019

Past. Eugenio Bernardini, Moderatore della Tavola valdese
Prof. Marco Impagliazzo, Presidente della Comunità di Sant’Egidio
Past. Luca M. Negro, Presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia
Mons. Stefano Russo, Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana


Come duemila e più anni fa

STORIA  CHE SI RIPETE

Qui, in pochi, arrivammo a nuoto alle vostre spiagge.

Che razza di uomini è questa? O quale patria così barbara permette simile usanza?

Ci negano il rifugio della sabbia; dichiarano guerra e ci vietano di fermarci sulla terra più vicina.

Se disprezzate il genere umano e le armi degli uomini, temete almeno gli Dei, memori del bene e del male.

                                                                                                                                    (Virgilio - Eneide)


Israele, dove l'illegalità si chiama legge

PROVVEDIMENTI CONTRO I PALESTINESI


Il mese di dicembre si era aperto con un aumento della tensione nei Territori Occupati Palestinesi: prima l’uccisione di un giovane palestinese a Tulkarem, area di Nablus; poi l’omicidio di due soldati israeliani a cui sono seguite altre 4 vittime palestinesi (sospettate di aver tolto la vita ai due soldati) e la chiusura da parte dell’esercito israeliano degli accessi di entrata per le grandi città di Ramallah e Nablus.

Sul piano politico e internazionale quattro eventi sono stati significativi: il 15 dicembre Scott Morrison, primo Ministro australiano ha annunciato che il suo Governo prenderà in seria considerazione il trasferimento dell’ambasciata australiana da Tel Aviv a Gerusalemme.
Anche a seguito della rinuncia di Lieberman alla carica di Ministro della Difesa, il 24 dicembre il capo della coalizione governativa israeliana ha deciso di sciogliere la Knesset (Parlamento) e tenere elezioni anticipate il 9 aprile, cioè sette mesi prima dalla data prevista.

In ultimo, due nuovi disegni di legge presentati alla Knesset meritano menzione: il primo inerente la legalizzazione degli avamposti e delle colonie e il secondo riguardante la deportazione delle famiglie di palestinesi rei di atti contro israeliani.
Il 16 dicembre la Knesset ha votato a favore del primo provvedimento citato, secondo cui lo Stato avrà due anni di tempo per decidere se legalizzare più di 60 tra avamposti e colonie. In questo lasso di tempo verranno sospese le demolizioni degli stessi, riconoscendo così l’obbligo per lo Stato a fornire beni e servizi alle colonie e avamposti.
Il secondo provvedimento, votato il 19 dicembre, riguarda l’espulsione delle famiglie dei palestinesi coinvolti in attacchi contro israeliani dalle loro città d’origine verso altre aree della Cisgiordania.

La riapertura della presenza in Palestina vede una nuova organizzazione del lavoro sul campo: i volontari hanno iniziato a svolgere le loro attività non solo nelle a sud di Hebron, ma anche in ulteriori aree della Cisgiordania, in particolare a nord, nell’area di Salfit. Si tratta di una porzione di territorio palestinese in area C, compreso tra la Green Line e la barriera di separazione con Israele. Molti Palestinesi possiedono terre destinate all’agricoltura nella cosiddetta Seam Zone ma possono accedervi solo attraverso varchi controllati dall’esercito israeliano. I volontari di Operazione Colomba hanno così iniziato a monitorare il gate Magen Dan 620 nella città di Az-Zawiya. Infatti, una cinquantina di lavoratori ogni giorno devono attraversare il gate per poter lavorare in Israele e, in alcuni casi, per raggiungere le proprie terre. In alcuni casi son dovuti intervenire per chiamare l’esercito e chiedere di far passare le persone. I volontari hanno svolto attività anche in Jordan Valley con i Ta’ayush (attivisti israeliani), in particolare a Ressas e Samra, con accompagnamenti a pastori e visite alle famiglie della zona. Per quanto riguarda le Colline a sud di Hebron il mese di dicembre si è aperto con lo sgombero e la demolizione della scuola di Simya. È proseguito poi con la distruzione di circa 200 ulivi.

Si registra anche un’intensificazione delle attività di espansione dei coloni di Havat Ma’on che hanno arato terre di proprietà palestinese.
Per quanto riguarda l’attività di School Patrol, si sono verificati molteplici ritardi della scorta militare. Questo fatto ha esposto i bambini al rischio di aggressione da parte dei coloni e li ha costretti a percorrere la strada accompagnati solo dai volontari di Operazione Colomba.
Nella notte del 25 dicembre l’esercito israeliano ha svolto un raid che ha interessato i villaggi di Mufaqqara e Ar-Rakeez ed ha obbligato le famiglie del posto ad allontanarsi dalle proprie abitazioni durante le perquisizioni.
La motivazione (o la scusa) dell’azione data dal comandante è stata la ricerca di armi. La resistenza popolare nonviolenta prosegue, in particolare sono state organizzate due azioni dai ragazzi di Youth of Sumud: il 24 dicembre nel Sumud Freedom Garden di At-Tuwani è avvenuta l’accensione dell’albero in commemorazione della prigioniera Israa Al-Jaabis (nella foto) e il 29 dicembre è stata organizzata una marcia da Sarura ad At-Tuwani, che ha visto la presenza della delegazione di Assopace Palestina, sempre sotto lo sguardo di militari e coloni israeliani.

 

Fonte: Operazione Colomba

Curatore: Floriano

Operazione Colomba si riorganizza

NOVITA' IN ARRIVO

Dopo la sosta di riorganizzazione, Operazione Colomba in Palestina riapre i battenti con una modalità nuova: provare ad essere presente “non solo” nel sud della Cisgiordania, ma anche in altre aree, ascoltando e tentando di rispondere alle necessità di protezione delle persone.

Un piccolo gruppo di volontari quindi è partito all'inizio del mese per "preparare il terreno": in una affollata riunione è stata condivisa la nuova presenza con tutte le persone delle colline a sud di Hebron e attivisti israeliani.
Tutti hanno chiesto ovviamente di non lasciare completamente l'area perché risulta fondamentale l'esperienza dei volontari di Operazione Colomba in loco ma, consci della loro forza di una ventennale resistenza popolare nonviolenta, nessuno ha obiettato sull'esigenza di mettere quella stessa esperienza a servizio di chi è ancora più vulnerabile.

Il gruppo ha poi effettuato dei sopralluoghi nell'area di Salfit (villaggi in area C e in Seam Zone) e a Nord-Ovest del Governatorato di Gerusalemme (enclave di Biddu) dove potrebbero iniziare le nuove attività di accompagnamento.
Purtroppo, anche durante il mese di novembre non sono mancati episodi di violazione dei Diritti Umani ai danni della popolazione palestinese: il 5 novembre l'esercito israeliano ha consegnato ordini di demolizione per 4 case nel villaggio palestinese di Al Mufaqara e per la scuola di Khallet Atthabe, il 12 e 15 novembre son stati consegnati ordini di “stop dei lavori” per una nuova casa nel villaggio di Ar Rakeez e per una struttura nel villaggio palestinese di Al Fakheit, nelle colline a sud di Hebron.
Inoltre il 29 novembre coloni israeliani dall'avamposto di Nof Nesher hanno piantato alberi in un terreno palestinese precedentemente seminato nel villaggio di A Seefer, con lo scopo di rivendicare poi la terra.
I soldati israeliani non hanno impedito la violazione.
Sono intervenuti lo stesso giorno invece per chiudere gli accessi di diversi villaggi palestinesi per far passare una corsa di coloni israeliani.
Da Umm Al Kheir a Susiya gli abitanti palestinesi non hanno potuto muoversi liberamente per quasi tre ore.
L’arrivo del gruppo di volontari con disponibilità continuativa ha riaperto in maniera ufficiale la presenza di Operazione Colomba in Palestina.

         

Fonte: Operazione Colomba

Curatore: Floriano

"Sei bella"

GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE


Nella Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne indetta dall'Onu per sensibilizzare su un fenomeno tutt'altro che sradicato  proponiamo questa poesia di Angelo de Pascalis, da qualcuno attribuita ad Alda Merini


Sei bella.
E non per quel filo di trucco.
Sei bella per quanta vita ti è passata addosso,
per i sogni che hai dentro 
e che non conosco.

Bella per tutte le volte che toccava a te,
ma avanti il prossimo.
Per le parole spese invano
e per quelle cercate lontano.

Per ogni lacrima scesa
e per quelle nascoste di notte
al chiaro di luna complice.
Per il sorriso che provi,
le attenzioni che non trovi,
per le emozioni che senti
e la speranza che inventi.

Sei bella semplicemente, 
come un fiore raccolto in fretta,
come un dono inaspettato,
come uno sguardo rubato
o un abbraccio sentito.

Sei bella
e non importa che il mondo sappia,
sei bella davvero,
ma solo per chi ti sa guardare.

                                                                                Angelo De Pascalis

Olive "pericolose" in Palestina

RACCOLTI IMPUNEMENTE DISTRUTTI DA COLONI ISRAELIANI

 Ottobre tempo di riorganizzazione per la presenza di Operazione Colomba in Palestina.

Tutti i volontari sono rientrati i primi del mese in Italia dove, con l'aiuto della segreteria di Rimini, dell'equipe e di alcune persone che sono passate nel progetto durante gli anni, si sta facendo un momento di verifica generale.
Da una parte è fondamentale ridefinire gli obiettivi e le modalità della presenza, dall’altra si sta iniziando a pensare ad una Operazione Colomba in Palestina non più solo sulle colline a sud di Hebron.
Dopo aver compiuto una serie di visite e vari accompagnamenti nell’area di Nablus (dove l’anno scorso abbiamo accompagnato la raccolta delle olive), nel distretto di Ramallah e nella Valle del Giordano, siamo pronti per far un grande passo, che stiamo preparando da più di due anni.
Il tentativo è quello di iniziare accompagnamenti sistematici anche nel distretto di Ramallah e nella Valle del Giordano, in alcuni luoghi e villaggi già individuati.
Un passo importante, non facile che ha posto l'esigenza di fermarsi, riorganizzarsi per ripartire in maniera ancora più forte e determinata. Rientro e riapertura previsti per novembre.

Ottobre è periodo di raccolta delle olive in Palestina, momento atteso e prezioso per la possibile fonte di reddito che ne deriva.  Interi clan famigliari si riuniscono. Purtroppo anche quest'anno molti palestinesi non hanno potuto raccogliere le proprie olive.
Tutti sanno che i coloni tagliano gli ulivi palestinesi. Ma ad Israele non interessa. Gli israeliani che vengono da un vicino avamposto nel nord della Cisgiordania danneggiano gli alberi, rubano le olive e lanciano pietre, eppure gli abitanti dei villaggi palestinesi dicono che coinvolgere la polizia è uno spreco di tempo.

In un video girato in zona palestinese nelle prime settimane di ottobre si vedono due giovani, almeno uno dei quali è un minore, che stanno tenendo un grande telone. Il più piccolo dei due sta reggendo un bastone e colpendo un albero, ma piuttosto che staccare le olive, i colpi spezzano i rami dell’albero.
Gli ulivi nel villaggio palestinese di Burin nel nord della Cisgiordania non appartengono a questi giovani, e nessuno ha dato loro il permesso di raccogliere olive in questo uliveto ad ovest del checkpoint di Hawara. Sono ebrei senza possibilità di errore. I loro zucchetti bianchi, i riccioli laterali e le rituali frange tzitzit lo rendono chiaro.
Ad un residente di Burin che ha voluto essere identificato solo come N. è stato chiesto di filmare ciò che stava accadendo. È riuscito a raggiungere la scena circa 20 minuti dopo. Ha chiamato la polizia, e durante il tempo del suo arrivo, da 15 a 20 minuti più tardi, era riuscito a filmare i giovani che colpivano tre alberi.
Quando gli intrusi hanno visto un veicolo della polizia, sono fuggiti. Tre sacchi di olive sarebbero stati trovati più tardi dalla polizia in una delle due case abbandonate nell’uliveto, una delle quali appartiene al proprietario dell’uliveto. La seconda casa appartiene ad una famiglia di Nablus che gli ebrei hanno sfrattato, buttando fuori tutti i loro mobili ed averi, all’inizio della seconda Intifada, circa due decenni fa, ha detto N. Quella famiglia non è mai ritornata a vivere là.
Le due case e le centinaia di dunam di terra di proprietà privata intorno ad esse sono considerate una zona così pericolosa che i palestinesi hanno bisogno di coordinarsi con l’esercito israeliano per entrarvi. Il permesso è assicurato solo due o tre volte l’anno. Perché è pericolosa? Perché l’area è anche una sorgente che era stata usata per irrigare gli uliveti di Burin per anni. Gli israeliani l’hanno trasformata in un bagno rituale religioso e in un luogo di tempo libero.
È anche vicina all’insediamento ebraico di Har Bracha e all’avamposto non autorizzato di Givat Ronen. Per evitare “frizione”, le autorità israeliane proibiscono ai proprietari di terra palestinesi di accedervi.
I poliziotti infine hanno trovato i giovani con le frange rituali sotto un grande albero. N. ha visto che venivano portati via nella macchina della polizia. Quando è arrivato il proprietario dell’uliveto, ha scoperto che altri alberi erano stati colpiti nello stesso modo, apparentemente due o tre giorni prima, e che una considerevole porzione delle olive non c’era più.
L’ufficio del portavoce per il distretto di Cisgiordania della polizia israeliana ha rilasciato la seguente dichiarazione sul caso: “Grazie alla decisiva azione della polizia israeliana, tre giovani sospetti sono stati arrestati per sospetto furto agricolo e offese a sfondo razziale. L’indagine è tuttora in corso, E quando sarà conclusa, il caso sarà trasferito per una revisione e una decisione da parte dell’Ufficio del Procuratore dello Stato”.
A N. è stato chiesto di andare alla stazione di polizia all’insediamento di Ariel in Cisgiordania per fornire un racconto dell’incidente. “Non all’interno, ma fuori dal cancello orientale dell’insediamento”, ha detto, aggiungendo che il poliziotto ha usato l’esterno del suo cruiser come scrivania per scrivere il racconto di N. N. non ricorda il numero di volte in cui ha riferito alla polizia incidenti simili nel suo villaggio. Ma i reclami degli abitanti non hanno mai avuto come risultato accuse di crimini o condanne che potrebbero scoraggiare altri.
Secondo numeri delle Nazioni Unite e informazioni fornite da N., il recente furto di olive era uno dei 48 atti di violenza e vandalismo da parte di civili israeliani nel solo Burin negli ultimi tre anni. Ci sono stati sei attacchi nel 2016; 18 nel 2017 e 24 ad oggi quest’anno anno. La natura degli incidenti è varia: raid da parte di civili accompagnati da soldati che hanno fornito loro copertura; lancio di pietre alle persone, compresi i pastori, e ai frutteti; il furto di olive; alberi che sono stati buttati giù o danneggiati; e attacchi sugli agricoltori al lavoro.

Yesh Din ha documentato 275 attacchi contro questi sei villaggi tra il 2008 e il 2018 che sono stati presumibilmente commessi da cittadini israeliani. Ci sono altri casi simili in quest’area, ma questi sono i soli che Yesh Din ha documentato. In 167 di questi casi, le vittime palestinesi hanno presentato reclami alla polizia. A maggio di quest’anno, 152 reclami sono stati esaminati. Solo 5 (il 3 per cento) sono finiti con un’incriminazione, mentre 117 (il 77 per cento ) sono stati chiusi perché il perpetratore non è stato identificato. Altri 22 casi (il 14 per cento) sono stati chiusi per insufficienza di prove.
Queste statistiche e il tasso di impunità sono simili ai dati sui crimini contro i palestinesi per l’intera Cisgiordania. Nel solo ottobre, le organizzazioni israeliane B’Tselem e Yesh Din hanno documentato 12 casi di attacchi su raccoglitori di olive o di danni ad alberi presumibilmente commessi da israeliani nella Cisgiordania centrale.

Fonte: Operazione Colomba

Curatore: Floriano